Giovanni Cardone
Scrivendo questo editoriale mi sono posto delle domande: Che differenza c’è tra la Cina di Ieri e quella di Oggi? E se la strategia economia e tecnologica della Cina abbia vinto? Infine se in questo momento storico la Cina nel suo silenzio faccia più paura di prima? Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, Mao cominciò ad interrogarsi su quali fossero i candidati più promettenti che avrebbero potuto prendere il suo posto e succedergli. Nel 1967, Mao confidò che se la salute di Lin Biao, un ipocondriaco solitario, non fosse stata delle migliori, avrebbe chiesto a Deng di tornare indietro ed occupare una posizione nella sfera del potere. Dopo la tragica e misteriosa scomparsa di Lin Biao, Mao cominciò a guardarsi intorno e nonostante potesse contare sull’appoggio di sua moglie Jiang Qing e i suoi associati, mancavano l’esperienza, il buon giudizio e la capacità di cooperare per mantenere una buona gestione del Paese. Delle cinque persone che facevano parte del Comitato permanente del Politburo nell’agosto del 1970, erano rimasti solo Mao e Zhou Enlai al quale il Grande Timoniere permise di ripristinare l’ordine tanto nel partito, quanto nel governo. Zhou Enlai tentò varie volte di aiutare le vittime della Rivoluzione Culturale, muovendosi cautamente per rimanere nelle grazie di Mao e in effetti, sono nel Febbraio del 1973 il Grande Timoniere inviò una lettera a Deng Xiaoping nella quale era presente la richiesta che lui facesse ritorno a Pechino. Nel 1966, Deng Xiaoping fu criticato aspramente per aver preso la “strada capitalista” e per non aver attuato efficacemente la decisione del Presidente di costruire il “terzo fronte” e, di conseguenza, fu epurato. Così quando Mao diede l’ordine a Zhou Enlai di mettere in atto il ritorno di Deng, tale nota circolò all’interno del Comitato Centrale e nonostante le resistenze di Jiang Qing, il 20 Febbraio Deng e la sua famiglia furono guidati nello Yingtan, dove salirono su un treno alla volta della capitale cinese. Mentre lasciava Jiangxi, Deng disse “Posso lavorare per vent’anni” e infatti, solo diciannove anni e otto mesi dopo, durante il XIV Congresso del Partito, Deng si sarebbe ritirato dalla scena politica. Il ritorno di Deng a Pechino implicò che avrebbe giocato di nuovo un ruolo importante e Mao diede il compito a Zhou Enlai di convocare una serie di riunioni del Politburo proprio per discutere del futuro di questa personalità che si rivelerà importantissima nella storia della Cina comunista. Alla fine delle deliberazioni fu deciso che a Deng fosse assegnato lo yewuzu, cioè quel gruppo ristretto che aveva mantenuto la leadership e il comando del governo durante il caos innescato dalla Rivoluzione Culturale e che potesse partecipare alle regolari riunioni settimanali del Partito. Il primo incontro con gli altri membri del Politburo avvenne la sera del 28 Marzo 1973, durante la quale, su ordine di Mao presiedette la riunione del Politburo e fu annunciato che Deng sarebbe stato nominato vicepremier e avrebbe preso parte alle attività riguardanti gli affari esteri. Nel pensiero di Mao, Deng non avrebbe dovuto ricoprire semplicemente un ruolo di regolare membro del governo, ma partecipare anche alle sue riunioni specie se le discussioni vertevano su questioni importanti. La prima apparizione ufficiale di Deng dopo il 1968 avvenne il 12 Aprile 1973, in concomitanza con il banchetto organizzato per il principe Norodom Sihanouk di Cambogia, durante il quale fu presentato con il titolo di vicepremier. Nel 1973 Deng divenne gradualmente un leader di spicco, dapprima con il permesso di partecipare a riunioni di alto livello ed in seguito ricoprendo il ruolo di membro del Comitato Centrale del Congresso del Partito il 10 Agosto e infine, con la dimostrazione della sua lealtà a Mao, ottenendo una carica nel Politburo e nella Commissione Militare Centrale (CMC). Con le condizioni salutari di Mao sempre più incerte, tra il 1971 e il Settembre 1972, il Presidente portò tre giovani funzionari a Pechino per lavorare presso il centro del Partito: Hua Guofeng, Wang Hongwen e Wu De. Verso la fine del 1972 la figura di Wang Hogwen si rivelò particolarmente promettente; Mao ne apprezzò il suo passato da soldato e il suo audace e fiducioso stile di leadership, tuttavia, era a conoscenza del fatto che Wang Hongwen non fosse in possesso dell’esperienza giusta per guidare il governo ma ritenne che il comprovato impegno radicale lo rendesse un candidato di alto livello per diventare un leader di partito. Accarezzando questa idea, prese a interrogarsi sul dove trovare un’altra figura in grado di prendere il posto di Zhou Enlai come capo del governo e soprattutto, chi. Zhou era indispensabile a Mao per la sua straordinaria capacità e memoria prodigiosa nella gestione delle relazioni con l’estero, nonostante fosse ben noto che lo sguardo di Mao si volesse dirigere verso una personalità che sapesse gestire abilmente questioni complesse. Deng avrebbe potuto criticare la Rivoluzione Culturale e sostituire le nomine chiave di Mao, così il presidente, per tutto il 1973, osservò da molto vicino il nuovo “apprendista”. Il X Congresso del Partito, tenutosi dal 24 al 28 Agosto 1973, fu il primo grande incontro di alto livello dal 1949. Il Primo Plenum, tenuto come di consueto subito dopo il Congresso per annunciare le nomine del personale, è stata l’ultima riunione del Comitato Centrale alla quale Mao avrebbe partecipato. Al Congresso, Wang Hongwen fu catapultato nella leadership, oltre a ricevere l’incarico di preparare una nuova costituzione; al primo plenum fu anche nominato vicepresidente del partito, classificandosi al terzo posto dopo Mao e Zhou. In questa circostanza, il ruolo di Deng non poté essere paragonato a quello di Wang: fu riammesso come membro della Commissione Centrale, ma non svolse alcun ruolo di leadership. Rispetto ad un Congresso del Partito abituale, questo decimo Congresso apportò un cambiamento importante con il ritorno di alti funzionari – tra i 191 membri del nuovo Comitato Centrale una quarantina erano alti funzionari che erano stati epurati dopo la Rivoluzione Culturale che avrebbero poi costituito la spina dorsale del sostegno per Deng quando gli sarebbero stati concessi maggiori poteri alla fine del 1973. I funzionari più anziani, tuttavia, mossero critiche alla nomina di Wang Hongwen, così come trasparì il 21 Agosto, durante l’ultima riunione del Politburo prima del Congresso. Inoltre, il Politburo, dopo il X Congresso ne uscì ancora dominato dai radicali: Jiang Qing e Yao Wenyuan, le cui opinioni erano talmente simili che in seguito si aggiudicarono l’appellativo di “Banda dei Quattro”. In quell’ambito a Deng non fu affidata alcuna responsabilità, ma l’opinione di Mao nei confronti della sua persona divenne sempre più positiva, specie in seguito al primo incontro tra Kissinger e il Presidente cinese. Mao, in quella circostanza, lamentò la cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica aggiungendo anche una preoccupazione nel modo in cui Zhou Enlai stesse trattando con Washington, giudicato da Mao troppo morbido e accondiscendente. Il Grande Timoniere temeva che gli Stati Uniti fossero “in piedi sulle spalle della Cina” per ottenere accordi con l’URSS. Questi sospetti del Presidente divennero sempre più crescenti quando Breznev visitò gli USA nel Giugno 1973 e incontrò Nixon a San Clemente, in California per celebrare la ratifica del Trattato per la prevenzione del nucleare. Subito dopo la visita sovietica nel continente americano, i cinesi consegnarono una nota formale alla Casa Bianca dubbiosi sulle intenzioni americane e russe: Mao sospettava che questa cooperazione tra i due Stati avrebbe lasciato poi carta bianca all’Unione Sovietica sulle mire verso la Cina e accusava il proprio Ministero degli Esteri di essere troppo conciliante nei confronti degli Stati Uniti, permettendo loro di essere usati per migliorare le relazioni con l’URSS. Quando Kissinger arrivò a Pechino nel 1973, gli Stati Uniti avevano appena nominato un nuovo ambasciatore di alto livello, Leonard Unger, a Taiwan e Mao divenne furioso. E fu proprio in questo momento che in lui si fece vivo il desiderio di circondarsi di figure con una mano più ferma rispetto a quella di Zhou Enlai. Dal 25 Novembre al 5 Dicembre 1973, subito dopo la visita di Kissinger, Mao organizzò una serie di sessioni del Politburo nella Grande Sala del Popolo per prendere una decisione sul destino di Enlai (dopo gli incontri del 1973, come Kissinger stesso chiarì, gli fu permesso di visitare e ricevere Zhou Enlai, ma in nessun modo di negoziare con lui). Si rivolse all’unica persona che dimostrò un’assoluta fermezza nel trattare con l’Unione Sovietica: Deng Xiaoping. Alcuni giorni dopo Mao convocò una riunione del Politburo, chiedendo ai membri di fare di Deng un funzionario a pieno titolo e di approvare una sua partecipazione alla CMC. Questa fu la prima volta nella storia che Mao si precipitò verso un appuntamento di tale portata senza averlo autorizzato precedentemente da una sessione plenaria del Comitato Centrale. La stella di Deng era in ascesa. Alla fine del 1973, quando Mao cominciò ad affidarsi a Deng per la gestione dei rapporti con gli Stati Uniti, chiese un contributo anche per rafforzare il controllo sui militari. L’EPL fu in possesso di un ruolo e potere assai esuberante nella sfera politica. Una volta Mao chiese a Wang Hogwen e Deng cosa sarebbe potuto accadere dopo il suo decesso. Il primo rispose che la linea Rivoluzionaria del suo Presidente sarebbe continuata; l’altro prontamente si dimostrò acutamente consapevole del potere detenuto nelle mani dei comandanti nelle regioni militari e affermò che i signori della guerra sarebbero potuti emergere e il paese affondare nella crisi. Mao era conscio del fatto che gli ufficiali militari più anziani sarebbero stati sollevati dalla nomina di Deng, in particolare per il possesso delle credenziali militari di quest’ultimo. Di conseguenza, Xiaoping operò una ristrutturazione dell’edificio militare, attraverso un sistema di rotazione dei comandi regionali dell’esercito, in modo tale che con un rimescolamento, fossero privati dei loro comandi e connessioni, specie con l’EPL e con il Partito. Alla luce di questo scenario, Mao suggerì Deng Xiaoping come capo di Stato Maggiore della Commissione per gli Affari Militari, oltre ad un posto nel Politburo. In cambio della rinuncia al potere politico, ai militari fu promesso di essere posti sotto la responsabilità di un vecchio compagno fidato, che nel tempo ridimensionò le gonfie dimensioni dell’esercito e di conseguenza il massiccio budget che si rifletteva nel bilancio statale e mise in atto manovre per reagire all’inefficienza e alla mancanza di disciplina dell’EPL e della sua fattualità endemica tra il corpo degli ufficiali. Il più grande segno della crescente fiducia di Mao, nonostante il manifesto dissenso – se non addirittura disgusto da parte della Banda dei Quattro, risedette nello scegliere Deng come il primo leader cinese a tenere una presentazione presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, durante la sesta sessione speciale dell’Assemblea stessa. Dal 1971, quando la Cina continentale sostituì Taiwan nel seggio dell’Onu, nessun leader cinese si era rivolto all’organo plenario di tale organizzazione internazionale. Il Politburo sostenne all’unanimità la selezione di Deng come capo della delegazione cinese, affidando al Ministro degli Esteri Qiao Guanhua il compito di redigere il testo della presentazione. Durante questa sessione speciale, Deng ebbe l’opportunità di esporre la nuova visione del mondo di Mao, nella quale, ad esempio, le nazioni erano percepite come alleate della Cina per raggiungere non il consolidamento della rivoluzione comunista, ma lo sviluppo economico, descrivendo la propria nazione come primo mondo dei Paesi del secondo e terzo mondo (Mao sperava di unire i paesi sviluppati del secondo mondo e i paesi in via di sviluppo contro le due superpotenze della Guerra Fredda). Il discorso di Deng fu accolto e percepito molto rassicurante in quanto, date le sue dimensioni e la forza potenziale, la Cina in rapido rialzo nelle quotazioni dei titoli tra i paesi in via di sviluppo suscitava timori. La delegazione cinese, in quel contesto, fece intendere che la Cina non sarebbe mai diventata un tiranno e che se avesse oppresso o sfruttato gli altri allora il resto del mondo, paesi in via di sviluppo in primis, avrebbero dovuto smascherare la Cina come paese social-imperialista e, in collaborazione con il popolo cinese, rovesciare il governo. Nell’autunno del 1974, Deng incontrò i funzionari di tutti i principali Stati, non solo leader politici ma anche dirigenti di aziende, giornalisti, scienziati e atleti. In questi incontri, in special modo, si interessò al modo in cui i leader giapponesi guidarono lo sviluppo economico del Giappone e di come tale Paese avesse modernizzato la sua scienza e tecnologia; discusse vivacemente sugli affari internazionali e sulla concorrenza fra Unione Sovietica e Stati Uniti; incoraggiò la Turchia a risolvere i conflitti con la Grecia per evitare che i grandi pescatori, Unione Sovietica e Stati Uniti, approfittassero delle problematicità e delle debolezze di entrambi; fece presente che la rapida crescita degli scambi commerciali sarebbe potuta progredire solo con la fine delle relazioni formali con Taiwan. Il 1974 fu un anno assai particolare per la Cina. Il caos della rivoluzione era così diffuso che anche Mao si rese conto che bisognasse prendere una scelta per rilanciare la produzione, specie dell’acciaio, che era diminuita, e migliorare il trasporto ferroviario in calo. La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria era andata avanti per otto anni: giunse il momento della stabilità e dell’unità, parole chiave per il Secondo Plenum che si tenne dall’8 al 10 Gennaio del 1975. Con la riunione del Congresso Nazionale del Popolo, tenutasi dal 13 al 17 Gennaio 1975, Deng ricevette la nomina formale di primo vicepremier. Per Mao, il team Wang e Deng risultò essere una combinazione promettente: Wang, che fu confermato come vice presidente del Comitato Centrale del Partito e membro del Comitato Permanente del Politburo, era un ex leader ribelle e completamente soggetto alla volontà di Mao, ma in particolare privo di una base di potere indipendente, che avrebbe potuto guidare il partito di Mao a lungo, dimostrando rispetto per l’eredità personale del Presidente; Deng, invece, oltre ad aver acquisito maggiori responsabilità nella guida del governo, ottenne promozioni nelle alte sfere sia del partito che in ambito militare, come si evinse dal documento n.1 del 5 Gennaio del 1975 riportante la nomina di Deng a vice presidente del CMC e capo dello Stato Maggiore, da parte del presidente del partito e della Commissione Militare Centrale. Chiunque conoscesse Wang e Deng si rese conto che il primo era dotato di poca esperienza e di minor potere rispetto al secondo, che aveva padroneggiato il funzionamento del partito e del governo durante i suoi dieci anni come Segretario Generale e di certo non timido nell’esercizio del potere. Il problema di Deng Xiaoping nel 1975 fu quello di trovare un modo per mantenere il sostegno di Mao, ripristinando l’ordine e posizionando la Cina su un percorso di crescita. Da qui, la scelta di Deng di prestare grande attenzione ai discorsi di Mao e sui temi di suo interesse, lodando il marxismo-leninismo e, soprattutto, evitando critiche alla Rivoluzione Culturale. All’inizio del 1975 Deng combinò creativamente molte delle espressioni di Mao per sostenere la sua agenda, elaborando tre direttive, quali, “Alcuni problemi nell’accelerazioni industriale e nello sviluppo”; “Schema del rapporto del lavoro dell’Accademia delle Scienze”; “Programma generale di lavoro per l’intero Partito e l’intera Nazione”, presentate insieme per la prima volta in un discorso pronunciato da Deng il 29 Maggio 1975, volte allo scopo di opporsi al revisionismo, promuovere la stabilità e l’unità e migliorare l’economia. La prima direttiva rassicurò Mao sulla determinazione di Deng nel non perseguire il percorso borghese per il quale fu epurato durante la Rivoluzione Culturale. Un miele per aiutare il farmaco a scendere, perché per raggiungere la stabilità e l’unità e allo stesso tempo migliorare l’economia nazionale, Deng dovette fare in modo che fosse difficile per Mao opporsi al cammino che il vicepremier stava intraprendendo per stabilizzare, ma anche rinvigorire, una Cina ormai stanca dagli eccessi della Rivoluzione Culturale. Problemi monumentali, economia stagnante, pianificazione in disordine e rapporti statistici inaffidabili; produzione agricola insufficiente per sfamare la popolazione, sistemi di trasporto non utilizzabili, tali da impedire l’approvvigionamento di risorse per le industrie e altre località; i militari sempre più tesi a causa delle innumerevoli lotte politiche, relegando ad un posto marginale l’addestramento e possibili avversari in termini di tecnologia militare, senza contare la classe di intellettuali ed esperti decimata dalla Rivoluzione Culturale. A fronte di queste difficoltose problematiche, la chiave per organizzare un governo nazionale efficace, secondo Deng non stava nel cambiare le leggi e le regole, ma nell’individuare e responsabilizzare un team di leader in ogni unità amministrativa; per fornire una direzione capace basata su buone informazioni di base, fu essenziale che ad ogni livello, i funzionari scegliessero leader abili e affidabili e, a parere di Deng, in termini di affidabilità organizzativa, un team di leader era migliore di un singolo leader, in modo da sviluppare conoscenze specializzate nelle varie arie assegnate. Nel 1975, la priorità assoluta di Xiaoping fu l’identificazione di capisquadra per unità in tutto il paese, godendo del sostegno di Mao in questo sforzo e riuscendo, di conseguenza, a riportare nella capitale molti funzionari esperti epurati durante la Rivoluzione Culturale. Un altro obiettivo che Deng si pose, fu quello di migliorare il sistema educativo, un miglioramento inquadrato in una visione a lungo termine. Questa necessità sorse in correlazione alla scarsa esperienza, ma anche istruzione, dei vari funzionari, oltre al fine di istituire un sistema più meritocratico. Inoltre, con la nomina di Capo di Stato Maggiore, Deng impegnò le sue energie per ripristinare la disciplina, ridimensionare e migliorare la formazione dei militari e, il 25 Gennaio 1975, con il pieno sostegno di Mao, egli convocò funzionari e reggimenti. L’esercito nonostante le sue enormi dimensioni non era nella posizione di saper difendere il Paese. Deng, la fabbrica d’acciaio, chiarì, con una serie di minacce e momenti di conciliazione, in quale maniera avrebbe trattato coloro che avrebbero disobbedito agli ordini di porre fine al fazionismo. In questo fu sostenuto, insieme al Maresciallo Ye, dalla maggioranza degli undici membri del Comitato Permanente e dalla CMC, che fu finalmente restaurata il 5 Febbraio 1975. In aggiunta, dopo appena una settimana dall’aver ricevuto la carica, Deng ordinò al suo staff di iniziare a lavorare su progetti da cinque a dieci anni per migliorare le attrezzature militari e le munizioni: in questi progetti venivano esaminate questioni riguardanti la riparazione e l’aggiornamento delle vecchie attrezzature, oltre che la produzione di parti mancanti, settori totalmente ignorati durante la Rivoluzione Culturale, ma anche lo sviluppo di missili e altri equipaggiamenti moderni. Deng era solito parlare della crescente minaccia dell’Unione Sovietica dopo che gli Stati Uniti andarono via dal Vietnam; era preoccupato per la perdita del sostegno pubblico a Washington, temendo anche che il presidente Ford, che sostituì Nixon nell’agosto 1974, mancasse della profonda comprensione delle questioni strategiche e la sua sicura disponibilità a rispondere a qualsiasi nuova minaccia sovietica. Un dato di fatto in effetti era presente, i sovietici furono lasciati liberi di avanzare in Asia, dove le loro truppe furono stanziate non lontano dal confine cinese. Sapendo che gli Stati Uniti erano l’unica potenza in grado di fare pressione sull’Unione Sovietica su larga scala, Deng, in tutti i suoi incontri con i funzionari americani, li spinse a prendere una posizione più forte contro i russi. Quando Deng incontrò Kissinger per la prima volta nel novembre 1974, non solo richiamò l’attenzione sulle azioni aggressive di Mosca, ma gli rimproverò di essere stato troppo timido nel rispondere alla minaccia russa. E infatti, Deng istruì i funzionari del Ministero degli Esteri, in particolar modo il Ministro Huang Hua, di lamentare, in ogni riunione, qualsiasi situazione in cui gli Stati Uniti fossero troppo permissivi nei confronti dell’Unione Sovietica. La questione militare, che impegnò molte delle energie del vicepremier, intraprese la via del ridimensionamento: l’enorme dimensione dell’esercito, che registrò una crescita del 20% rispetto al 19667 in Cina, rese necessaria una riduzione del numero di alti ufficiali meno istruiti e la formazione di una nuova generazione di tecnologie moderne. Nessuna altra riforma militare suscitò un tale clamore e una tale resistenza, tanto quanto la politica del ridimensionamento riuscì a far manifestare. Deng, d’altro canto cercò un metodo per reintegrare i soldati che avessero completato i loro termini, in posti di lavoro civili, sebbene non fossero ancora disponibili nuove opportunità di mercato, con un bilancio pubblico limitato e i servizi di collocamento in rovina. L’approccio di Deng al ridimensionamento fu quello di sviluppare nuove tabelle organizzative, stabilendo anche il numero di soldati da assegnare alle varie unità in tutto l’esercito. E in effetti, già dal 14 Gennaio 1975, nel Dipartimento dello Stato Maggiore, Deng annunciò la volontà di redigere nuovi piani di marcia. La sua logica, come spiegò, risedette nel fatto che con un bilancio nazionale così limitato, l’unico modo in cui la Cina avrebbe potuto investire in armi e tecnologie moderne ed avanzate fosse quello di tagliare il personale e di conseguenza i loro costi e da qui la responsabilità nel ridurre le resistenze cercando di migliorare e creare postazioni di lavoro per gli ufficiali. In una riunione allargata del CMC, tenutasi dal 24 Giugno al 15 Luglio 1975, vennero posti obiettivi quali la riduzione delle posizioni militari di 1,6 milioni, tra cui 600.000 ufficiali, entro i successivi tre anni, ma anche la selezione di un team di leadership predisposto per ogni livello. Nell’idea di Deng, gli ufficiali selezionati avrebbero dovuto essere in grado di utilizzare le nuove tecnologie per migliorare sia le loro attrezzature convenzionali che le armi più moderne, nonché condurre analisi scientifiche per migliorare le loro capacità di comando e amministrative; istituire una formazione aggiuntiva e manovre per rinvigorire le qualificazioni degli ufficiali e sviluppare abilità strategiche in grado di interpretare qualsiasi situazione futura. Avendo armi gravemente obsolete e fondi a disposizione scarsi, Xiaoping sperò nella riuscita di una vigorosa gestione dei capitali a disposizione. Dal 20 Luglio al 4 Agosto, immediatamente dopo l’ampliamento della riunione del CMC, i funzionari di oltre quattrocento grandi fabbriche del settore della difesa si incontrarono per rivedere le loro responsabilità in linea con le nuove priorità dettate dall’aggiornamento tecnologico. Deng, avvalendosi dell’aiuto del Maresciallo Ye, cercò di fare il possibile per vedere i propri piani realizzati e implementati, oltre alla selezione di nuovi team di leadership sufficientemente preparati per incorporare tecnologie moderne nei loro reparti e gruppi. In beve, Deng e il Maresciallo Ye, con il sostegno di Mao e con una solida maggioranza nella CMC, furono in grado, nel 1975, di compiere notevoli progressi nel ripristino della disciplina, nel ridimensionamento e nella formazione per elevare l’istruzione e i livelli tecnici delle loro truppe. Per la sua svolta civile nel consolidamento, Deng scelse di concentrarsi su un progetto che avrebbe aumentato rapidamente la produzione. Nel 1975, molte fabbriche mancarono l’appuntamento con la crescita e il raggiungimento degli obiettivi di produttività, proprio a causa dell’assenza di approvvigionamento e la mancanza di forniture adeguate. Il trasporto rappresentò un collo di bottiglia evidente. Un successo nel settore dei trasporti avrebbe potuto forse fornire una vittoria precoce che avrebbe aumentato la produzione e dimostrato l’esistenza di possibilità di successo anche in altri settori. Durante la metà degli anni Settanta, la Cina, carente di un moderno sistema autostradale, usufruì dei mezzi ferroviari per il trasporto delle merci. Con il fine di rigenerare il settore delle infrastrutture, Xiaoping scelse di concentrare la propria attenzione su Xuzhou, un incrocio ferroviario a nord-ovest di Jiangsu, dove una delle principali linee ferroviarie, la Long Hai che attraversava la Cina da est a ovest, incrociava un’altra grande linea ferroviaria, la Jin-Pu. Dal 1967, i combattimenti tra le fazioni ribelli proprio sulle linee ferroviarie erano continui e la situazione nel 1975 sembrava essersi profondamente radicata. Mao sostenne fortemente gli sforzi di Deng indirizzati nel riportare l’ordine nelle stazioni, avvalendosi delle qualità del Ministro delle Ferrovie Wan Li per superare il più velocemente possibile e con i mezzi più efficaci a disposizione i problemi presenti in tale infrastruttura. La relazione del Ministro Wan Li sul problema di Xuzhou mise in luce le complessità del territorio evidenziando come il fazionismo e i ribelli rivoluzionari controllassero lo svincolo ferroviario di Xuzhou. Dal 25 Febbraio al 5 Marzo i segretari di partito, del settore industriale e dei trasporti, provenienti da tutti i ventinove governi principali (comprese le regioni autonome e le città esposte direttamente al potere centrale), furono riuniti a Pechino per rispondere all’appello di Deng di redigere un documento scritto per poter scongiurare le strozzature ferroviarie. Il Documento n. 9, intitolato “La Decisione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese sul Miglioramento del Lavoro Ferroviario” e approvato da Mao, fornì un’analisi sistemica dei problemi ed un piano per la loro soluzione; inoltre, questo documento decretò che le fazioni dovessero essere abolite e che i funzionari del Ministero Ferroviario sarebbero stati ritenuti responsabili di eventuali incidenti o insuccessi. Chiunque si sarebbe opposto a queste misure sarebbe stato punito immediatamente. Chiunque avesse resistito alla leadership di Wan Li, compreso il gruppo dei radicali, e chiunque avesse distrutto le proprietà ferroviarie sarebbe stato etichettato come “controrivoluzionario” e gli sarebbe stata inflitta immediatamente una pena. Il 22 Aprile 1975, quando Deng accompagnò Kim II Sung a Nanchino, venne raggiunto dal Ministro delle Ferrovie per riferirgli dei progressi della loro strategia. A Xuzhou, così come in altre località dove fossero presenti strozzature ferroviarie, Wan Li incontrò i piccoli gruppi in funzione di una conoscenza più approfondita sulle condizioni del posto, pubblicizzò il Documento n.9, ribadì l’impegno di Mao per la stabilità e l’unità e indisse riunioni di massa per ottenere un ampio appoggio e sostegno pubblico sui cambiamenti in atto. Dal 30 giugno al 7 luglio, si tenne a Pechino un incontro sotto la guida di Wan Li per esaminare le esperienze dei mesi precedenti: i cambiamenti apportati si dimostrarono essere un successo. Nel secondo trimestre il livello nazionale del trasporto di merci su rotaia aumentò del 19,8% rispetto al trimestre precedente, con un utilizzo del 18,4% in più delle autovetture ferroviarie. Questo caso si rivelò importante, in quanto mostrò quale fosse l’approccio di Deng nel superare situazioni complesse, avvalendosi dell’aiuto di un personale con comprovate esperienze di successo, fornendo documenti, tenendo grandi riunioni di massa e assegnando truppe in varie località per evitare un facile ritorno alle politiche della Rivoluzione Culturale, arrestando coloro che avrebbero bloccato il progresso e supervisionando l’istituzione di nuovi team di leadership. Deng utilizzò il modello Xuzhou per consolidare altri successi e il 25 marzo indisse una grande riunione di tutti i Consigli Dipendenti di Stato dopo la quale si decise di estendere l’esperienza al resto della provincia di Jiangsu, una delle più travagliate della nazione. Infatti, alla fine del 1974, il PNL nazionale aumentò, ma la produttività della Jiangsu diminuì del 3%. Con la scelta di nuovi funzionari, personalità promettenti in grado di riportare ordine e crescita, nel giro di tre mesi, Wan Li segnalò notevoli progressi e il 2 giugno a Pechino pubblicò il Documento n.12, assai simile al Documento n.9 per contenuto e strategie ad eccezione della volontà espressa contenuta in questo testo redatto, di applicare tale esperienza come guida per altre località e altri problemi. Il 4 Luglio Deng estese questo modello di consolidamento anche a risorse quali carbone e acciaio e di conseguenza al settore industriale e poi commerciale, a finanza e agricoltura e, infine, nella difesa e tecnologia. La chiave dell’approvvigionamento energetico della Cina era costituita dal carbone che ricopriva circa il 40% del fabbisogno nell’ambito dei trasporti. Con il sopracitato Documento n.9, Deng incoraggiò il Ministro dell’estrazione mineraria, Xu Jinqiang, a creare una prospettiva migliore per stimolare l’estrazione del carbone. Nella primavera del 1975, Xu concentrò la sua attenzione sulle miniere di carbone con accesso al trasporto ferroviario: a Shaanxi, Hebei, Henan, Anhui e nel nord-est. Queste miniere svolsero un ruolo chiave nel rifornimento di impianti siderurgici in tali province. Il consolidamento, sotto l’egida di Deng, rappresentò una vera e propria svolta in termini di produttività: la produzione di carbone crebbe notevolmente nel secondo trimestre del 1975, tantoché si toccò il 55,5% come nuova quota annuale del trasporto di carbone. Durante questo periodo, vennero apportati anche altri perfezionamenti nella produzione di fertilizzanti e nei prodotti industriali leggeri. La produzione di acciaio, tuttavia, continuò ad essere in ritardo: la produzione raggiunse il picco nel 1973 con 25,3 milioni di tonnellate, ma cadde nel 1974 con 21,1 milioni. All’inizio del 1975 l’obiettivo annuale fu fissato a 26 milioni di tonnellate. Dopo la riunione del Consiglio di Stato, Deng fece pubblicare il Documento n.13 per affrontare la questione dell’acciaio. Tale Documento, chiarito dal Politburo e approvato da Mao, previde una pianificazione statale attraverso la Commissione, che sarebbe andata ad istituire un gruppo di vari ministeri che avrebbero risposto direttamente al Consiglio di Stato e avrebbero garantito che la quota di acciaio fissata, fosse soddisfatta. Ministeri del carbone, del trasporto, dell’energia elettrica erano previsti in questo gruppo. Per i comitati provinciali e comunali fu stabilito che avrebbero dovuto esercitare un ruolo di leadership sugli impianti siderurgici e una funzione di controllo sul rispetto degli prefissati. Per attuare le direttive del Documento n.13, le principali fabbriche di acciaio organizzarono riunioni; il gruppo di Ministeri sotto il Consiglio di Stato si riunì settimanalmente per garantire il contingente agli obiettivi. Il 1° agosto, tuttavia, il gruppo ristretto, durante una conferenza per valutare la produzione dell’acciaio, riconobbe le difficoltà nel raggiungere obiettivi così elevati. Nel 1975, la Cina produsse 23,9 milioni di tonnellate di acciaio, un aumento significativo ma assai inferiore rispetto il livello prefissato per quell’anno. Dal 15 al 23 Dicembre 1975, alcune critiche cominciarono a muoversi nei confronti di Deng. Alti funzionari sapevano che con Xiaoping sotto assedio, i funzionari locali sarebbero diventati più cauti nel continuare i loro sforzi per aumentare la produzione: nel 1976, dopo che Deng, per la terza volta, fu rimosso da tutte le sue cariche e posizioni, la produzione toccò il minimo di 20,5 milioni di tonnellate – ancora meno del 1974. Il potenziamento della produzione siderurgica cinese nel 1975 fu infinitesimale rispetto alla produzione di acciaio del Giappone, come fu dimostrato a Deng tre anni dopo, quando gli fu mostrato un moderno impianto siderurgico giapponese che produsse più della produzione di acciaio della Cina del 1975. E infatti, Deng nel 1975 segnò il suo ultimo tentativo attraverso una mobilitazione politica. In seguito, nel 1978, adottò un approccio assai differente per aumentare la produzione di acciaio, concentrandosi sulla scienza e la tecnologia, piuttosto che sul consolidamento e il vantaggio di quella strategia sarà enorme. Il primo chiaro indizio che Mao volesse affidare più responsabilità a Deng arrivò il 18 Aprile 1975, quando lo invitò ad unirsi al suo incontro con Kim II Sung. In quell’occasione Mao disse a Kim “Non vi parlerò di questione politiche. Lascia che ti parli di questo. Quella persona si chiama Deng Xiaoping, può fare la guerra, può opporsi al revisionismo. Le Guardie Rosse lo hanno attaccato, ma ora non ci sono problemi. È tornato di nuovo e abbiamo bisogno di lui”. All’inizio di maggio, Mao convocò una riunione del Politburo: Deng avrebbe condotto i lavori del Quotidiano del Partito, oltre che guidare il governo come premier de facto, ma anche l’esercito in qualità di vicepresidente del CMC; egli avrebbe anche ottenuto un nuovo incarico nel campo della politica estera, diventando il primo funzionario comunista cinese a visitare un Paese occidentale. Dal 12 al 17 Maggio 1975, durante la prima visita di Deng in Francia, egli ebbe l’occasione di imparare quanto più possibile in Occidente e aiutare così la Cina a migliorare. Questo viaggio suscitò il già evidente sospetto della Banda dei Quattro, che percepì tale avvenimento, assieme ai molteplici incarichi affidati a Deng, come una crescita assai evidente del suo potere e della sua influenza in quanto leader. Perché proprio la Francia? Un anno prima Mao presentò la sua teoria dei tre mondi, fra i quali figuravano i paesi europei, quali paesi sviluppati, cioè gli Stati con cui la Cina avrebbe dovuto cooperare per resistere all’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. La Francia aveva già cominciato ad instaurare delle buone relazioni con la Cina, basti pensare che nel 1962 esse si incamminavano verso la normalizzazione dei rapporti e nel settembre del 1973 il presidente Pompidou visitò Pechino come primo capo di un Paese europeo. Così, nel 1975, quando la Francia offrì un invito formale, la Cina accolse con favore tale opportunità. Ciò rappresentò anche un chiaro esempio che lo Stato orientale si stesse risvegliando dopo l’isolamento autoimposto della Rivoluzione Culturale. Durante la sua visita in Francia, Deng fu ricevuto dal presidente Giscard D’Estaing e dal Primo Ministro Jacques Chirac. Il messaggio che Deng portò con sé in Occidente fu una richiesta di continuare a sostenere i Paesi europei per resistere al potere dominante e aggressivo dell’Unione Sovietica. Deng espresse dubbi e perplessità sulla distensione dei rapporti con l’URSS. In questo incontro Xiaoping ne approfittò non solo per affrontare le questioni di politica estera ma anche per imparare quanto più possibile del settore industriale e discutere sull’aumento degli scambi commerciali tra Francia e Cina. Egli visitò aree industriali e le fabbriche dell’Occidente in modo tale da capire su quali esperienze la Cina fosse rimasta indietro. Gli effetti a catena di questo apprendimento l’esperienza e la visita in Francia furono un successo di vasta portata. La visita di Deng giocò un ruolo cruciale sia nel risvegliare i leader del partito su opportunità diplomatiche all’estero che sulla costruzione del sostegno per una apertura della Cina verso l’Occidente assai più robusta e consolidata. Quando nel 1975 Mao rimosse anche la figura di Wang Hongwen come presidente dalle riunioni del partito, il PCC era ancora allo sbando dalle lotte della Rivoluzione Culturale. La nuova posizione di Deng nella struttura di Partito gli permise di effettuare una ristrutturazione non solo della sede di governo a Pechino, ma anche a livello provinciale, per poi estendersi ulteriormente anche alle contee e a livello comunale. Nei suoi sforzi per l’unificazione del Partito, Deng attinse al Settimo Congresso del Partito, tenutosi nel 1945 alla fine della Seconda Guerra Mondiale. In occasione di quel Congresso, il primo al quale Xiaoping partecipò, Mao sottolineò la necessità di unificare le varie unità di guerriglia, nelle quali erano confluite anche quelle giapponesi. Deng, collegandosi con quel discorso, spiegò come anche il fazionismo si fosse sviluppato durante la Rivoluzione Culturale, concludendo che bisognasse superare questo fenomeno e raggiungere l’unità. Deng si mosse con coraggio e strategia per selezionare personalità che dessero il loro contributo nella funzione di indirizzo e governo del Paese, ripulendo il partito di sinistra o radicali e criticando il settarismo (la sinistra generalmente si aggrappa alle loro fazioni) piuttosto che il revisionismo, avvalendosi quindi dell’aiuto di candidati con dieci o più anni di esperienza. Un compito centrale nella ricostruzione del partito, fu la rimozione di ufficiali militari dalla leadership nelle istituzioni civili e così, l’8 Agosto 1975 Xiaoping ne ordinò il ritiro. Deng non stava ancora parlando di riforme, ma durante la costruzione della struttura del Partito, capì che bisognasse espandere la sua cerchia personale di fiducia anche a scrittori, teorici e strateghi che operassero al di fuori della normale burocrazia. Quando Mao chiese a Deng di assumere la guida del Quotidiano del Partito, egli cercò e ricevette l’approvazione del suo Presidente per espandere il personale della struttura formale del Partito e istituì l’Ufficio di ricerca politica. Nell’Ufficio di ricerca politica confluirono molte personalità apprezzate da Mao e argomenti selezionati, come per esempio la teoria de “i tre mondi”, il carattere dell’Unione Sovietica, la crisi del capitalismo e le critiche al revisionismo e all’imperialismo. Fin dall’inizio Deng trascorse una grande quantità di tempo ed energie per trovare argomenti ideologici accettabili per Mao e che allo stesso tempo gli permettessero di avere la massima libertà nel perseguire politiche con uno scopo benefico per il Partito e per il Paese. Il personale di tale istituto fu assemblato ed ampliato nel mese di gennaio, cosicché a partire dal mese di luglio, Deng poté lavorare su questioni da lui considerate rilevanti, come Scienza e Tecnologia, ma anche Industria e Sviluppo. Sebbene l’Ufficio di Ricerca Politica fosse molto più piccolo della Casa Bianca degli Stati Uniti e non avesse funzioni né normative, né di attuazione, condivise con essa uno scopo simile: agire, in effetti, con un gabinetto interno, un piccolo gruppo di consulenti sotto il diretto controllo di Deng, che avrebbero potuto aiutarlo nel definire una strategia globale. Deng ebbe un controllo assai maggiore sull’Ufficio di Ricerca Politica che sulla burocrazia del Partito, troppo grande e diversificata per essere il suo strumento personale; allo stesso tempo però, Mao permise alla Banda dei Quattro di mantenere il controllo sulla propaganda, al fine di evitare che Deng potesse in qualche modo deviare il messaggio del Grande Timoniere. La propaganda di Jiang Qing e gli argomenti analizzati da Deng, quali cultura, scienza e tecnologia, si sarebbero inevitabilmente sovrapposti. Per Deng, il consolidamento della sfera intellettuale, richiedeva un orientamento fondamentale, richiedeva di riconquistare gli intellettuali che erano stati alienati dalla Rivoluzione Culturale per essere collocati in posizioni dalle quali avrebbero potuto contribuire alla fondamentale modernizzazione della Cina. L’Ufficio per la Ricerca Politica svolse quindi un ruolo chiave nel 1975 nel rafforzare le istituzioni che promossero la scienza, in particolare l’Accademia Cinese delle Scienze (CAS). Uno dei temi più controversi e dibattuti tra Jian Qing e Deng, fu la compilazione e l’editing del quinto volume finale delle opere selezionate di Mao, un campo di battaglia per definire l’eredità del Presidente. L’Ufficio di ricerca politica interruppe ufficialmente i suoi lavori nel Dicembre del 1975, proprio quando Xiaoping perse il sostegno del Grande Timoniere. Nei suoi cinque mesi di attività, tenne tredici riunioni, venne sviluppata una tabella di marcia a lungo termine, utile a mettere in atto i cambiamenti necessari per raggiungere una modernizzazione della Cina, svolse un ruolo fondamentale nel rilanciare l’istruzione superiore, promuovere la scienza – compresa quella sociale – e istituire una gamma di attività culturali accettabili. Mao era preoccupato che dopo la sua morta la sua figura avrebbe potuto essere sottoposta a critiche e denigrazioni proprio come Kruscev aveva screditato la reputazione di Stalin. Jiang Qing, sempre alla ricerca di un’occasione per poter attaccare Deng, si mosse rapidamente. Dal 23 Agosto, al 5 Settembre 1975, una serie di articoli apparve sul Guangming Daily, Quotidiano del Popolo, Bandiera Rossa e altri documenti, nei quali furono riportate le descrizioni di molti esempi negativi. Mao, tuttavia, che dall’autunno del 1974, nel suo sforzo per raggiungere l’unità e la stabilità, frenò irreprensibilmente Jian Qing, si dimostrò in seguito sempre più preoccupato dalla velocità con la quale Deng si stesse muovendo, andando oltre tutto ciò che fosse necessario per ripristinare l’ordine. Deng era in ascesa e Mao stava svanendo. Nei diversi scontri con Jiang Qing, Mao sostenne sempre Deng, e quest’ultimo, rendendosi conto dei rischi che stava assumendo, sperò nel continuo supporto di Mao. Ma Xiaoping sopravvalutò questo sostegno e le tensioni fra i due si intensificarono rapidamente. Anche il nipote di Mao, Mao Yuanxin, divenuto un ufficiale di collegamento del Presidente con il Politburo alla fine di settembre del 1975, nutrì forti riserve nei confronti di Deng. Così come Iago, Mao Yuanxin incrinò i rapporti e sollevò dubbi sulla lealtà di Deng alla Rivoluzione Culturale nei pensieri del Presidente, trovando un ascoltatore comprensivo. Tutti questi fattori potrebbero aver contribuito a rimodellare l’atteggiamento del patriarca comunista, ma alla luce della lunga e profonda conoscenza che legò Mao e Deng, sembra improbabile che, nel 1973, il Presidente fosse così ingenuo da pensare che colui che un tempo fu anche epurato per la sua visione capitalista, avesse cambiato bandiera. L’ipotesi più credibile risulta essere che l’elevazione di Deng Xiaoping da parte di Mao fosse una strategia progettata, in parte per ingannare i militari al fine di evitare una loro ipotetica resurrezione dopo la sua morte e in parte, per risolvere l’annosa questione sulla successione. Le opinioni espresse durante il 1975, non fornirono alcuna indicazione adeguata su chi e cosa sarebbe avvenuto dopo di lui. Anche prima della morte di Zhou Enlai, l’8 gennaio 1976, una crescente ondata di critiche alle politiche messe in atto si abbatté su Deng Xiaoping. Probabilmente la Banda dei Quattro si rese conto che il livello di tollerabilità del Grande Timoniere si stava esaurendo e decise di intervenire per sferrare l’ultimo colpo. Come all’inizio della Rivoluzione Culturale, il campo di battaglia iniziale fu nuovamente lo scenario intellettuale. Un funzionario del Qinghua University Party, forse istigato dai sostenitori di Deng, scrisse a Mao in due occasioni, lamentando le idee e lo stile di vita dei radicali e dei fedeli seguaci della Banda dei Quattro, Chi Qun e Xie Jingyi. Mao, interpretandolo come un attacco alla Rivoluzione Culturale, rispose a sostegno di Chi e Xie, facendo loro pubblicare il 3 novembre «respingere il vento deviazionista per invertire i verdetti”, che risuonò come un campanello di allarme, chiarendo quali fossero i suoi nuovi sentimenti. Deng cercò in diverse occasioni di incontrare Mao privatamente, per ricevere istruzioni, ma dopo l’ultima visita, avvenuta il 1° Novembre, il Presidente si rifiutò di vederlo. In seguito, gli storici del Partito si convinsero che Mao volesse l’affermazione di un giudizio positivo sulla Rivoluzione Culturale da parte di Deng, una dichiarazione pubblica e ufficiale tale per cui quest’ultimo non avrebbe in alcun modo potuto negarla successivamente: Xiaoping e gli altri funzionari avrebbero dovuto riconoscere una bontà della Rivoluzione Culturale pari al 70%. Deng evitò di rispondere. La strategia di Mao a quel punto si articolò con l’ampliamento graduale del numero di partecipanti alle pressioni e alle critiche nei confronti di Deng, fino a quando quest’ultimo non avesse confermato un chiaro impegno al sostegno della Rivoluzione culturale. Successivamente, Mao convocò il Politburo e tutti i suoi diciassette membri, tra cui anche Jiang Qing, al fine di individuare e criticare coloro che lo sostennero nei campi della cultura, della scienza e della tecnologia. Deng, profondamente consapevole della gravità delle critiche che Mao gli stava muovendo gli scrisse una lettera, informandolo della volontà di essere sostituito nella guida del Comitato Centrale. Il 16 e il 17 Novembre, il Politburo si riunì nuovamente per criticare Deng e i suoi principali sostenitori. Il “processo” contro Xiaoping crebbe rapidamente durante la prima metà di novembre e toccò il culmine il 20 novembre, quando la discussione si trasformò in una valutazione complessiva della Rivoluzione Culturale e sempre sotto la direzione di Mao, Deng presiedette la riunione in un religioso silenzio. Quest’ultimo, consapevole del fatto che il Grande Timoniere si stesse indebolendo e che non avesse più il controllo e il comando detenuto in precedenza, non avrebbe mai potuto approvare la Rivoluzione Culturale: una scelta in tale direzione, avrebbe annullato gran parte del lavoro portato avanti negli ultimi due anni; se fosse stato affidato un ruolo a Deng a seguito della morte di Mao, egli avrebbe dovuto prendere le distanze dalla lotta di classe e dalla continuazione delle politiche di consolidamento. Probabilmente se Xiaoping si fosse piegato alle pressioni di Mao avrebbe evitato di essere rimosso dalle sue cariche. Come ricordò la figlia, Deng Rong, all’inizio del 1976 il padre si aspettava di essere criticato ed epurato ed era mentalmente preparato per questo avvenimento. Colta anche l’occasione per attaccare il ministro della Pubblica Istruzione, Zhou Rongxin, che su richiesta di Deng tentò un ripristino degli standard educativi, i suoi premi in palio per Mao e la Banda dei Quattro, non furono solo le eredità sopravvissute della Rivoluzione Culturale, ma anche le «nuove cose socialiste», un sistema educativo egualitario enfatizzato su corsi più semplici e pratici che sarebbero stati facilmente accessibili anche ai lavoratori, ai contadini, ai soldati, che avrebbero potuto così godere dell’ingresso nelle università. Verso la fine di novembre, per ordine di Mao, il Politburo convocò una conferenza, durante la quale Hua Guofeng lesse un discorso del Presidente, su indicazione dello stesso, distribuito agli alti funzionari del Partito nelle province. Il peso del testo di Mao, così come la documentazione redatta successivamente a sostegno di tale tesi, asserì le voci politiche che si diffusero dal mese di luglio a settembre, quindi i tentativi orchestrati per dividere la massima leadership e gli attacchi alla Rivoluzione Culturale e plasmò nuovamente una campagna per biasimare Deng e respingere il vento deviante di destra. L’atmosfera già tesa, peggiorò dopo la morte di Zhou Enlai, scatenando una crisi politica che avrebbe riverberato su tutta la Cina durante il resto dell’anno. A causa della sua malattia, Zhou sparì dalla scena pubblica e rimase relativamente inattivo per mesi, ma la sua vita fu sinonimo, se non simbolo, di razionalità e moderazione, una garanzia agli occhi dell’opinione pubblica cinese, un faro di speranza che nel mare caotico in cui il Paese stava annegando, da qualche parte, illuminava con la sua capacità di ristabilire l’ordine e proteggere le persone dai peggiori effetti della Rivoluzione Culturale. Mao sapeva dei grandi progressi che erano stati raggiunti durante l’anno sotto la guida di Deng e approvò gran parte dei progetti messi in atto; sapeva che nessuno avrebbe potuto riaffermare la stabilità che egli apportò. Fino alla fine dell’anno, il Presidente lo incaricò di continuare a presiedere le riunioni, in cui fu il principale bersaglio. Deng aprì e chiuse le riunioni, ma per il resto rimase in silenzio mentre Jiang Qing, con i radicali a seguito, muovevano critiche nei suoi confronti e verso le sue politiche. Bandiera Rossa, Quotidiano del Popolo e altri media crearono una vera e propria propaganda anti-denghiana, contro l’Ufficio di ricerca politica e contro i suoi funzionari. Nel frattempo, Deng si assicurò un periodo di riposo da questi giudizi per continuare i negoziati con Henry Kissinger e più tardi con il Presidente Gerald Ford. Durante i tre giorni passati in lunghi incontri, Deng e Kissinger si scambiarono opinioni sugli sviluppi globali. Nixon promise di normalizzare le relazioni con la Cina nel 1976, ma Ford fu una statista assai meno esperto di Nixon negli affari esteri. In occasione di questo incontro, Deng si preoccupò di sollecitare gli Stati Uniti sulle relazioni tra i due Stati, concernenti scambi culturali, politiche e sulla questione di Taiwan.Le critiche contro Xiaoping ripresero subito dopo il ritorno di Gerald Ford negli Stati Uniti, ma nessuno della delegazione statunitense era a conoscenza che tra Deng e Mao ci fossero delle tensioni. L’incontro avvenuto il 2 Dicembre 1975 fu l’ultima volta che Deng fu invitato da Mao ad unirsi a lui in occasioni con ospiti stranieri, ma fu anche l’ultima volta che Deng vide Mao. Gli sforzi di Deng effettuati in particolare dal mese di maggio, all’Ottobre 1975, per guardare avanti, gettare delle basi solide sulle quali edificare progressi miranti ad un lungo periodo, non solo per la struttura del Partito, ma anche per l’economia, la scienza, la tecnologia e la cultura, furono congelate ma non erano morte. In ambito economico, i progetti elaborati da Deng furono usati come punti di riferimento per il piano quinquennale 1976-1980. Quelle che la stampa cappeggiata dalla Banda dei Quattro definì nel 1975 le “tre erbacce velenose”, in seguito furono rispolverate (il loro appellativo tramutò in “tre fiori profumati”), ed utilizzate come base per i programmi futuri. I disegni per stabilire un’accademia delle scienze indipendente dalle scienze sociali, bloccata nel 1975, verranno attuati nel 1977. Nell’esercito, la campagna per attaccare Deng non guadagnò mai una vera e propria trazione: al di fuori del Dipartimento Politico del Lavoro, la Banda dei Quattro trovò poco sostegno. La caduta di Deng ebbe un impatto drammatico – sebbene a breve termine – sull’educazione superiore. Ad essere congelati furono anche i piani per elevare gli standard educativi e ridurre l’istruzione politica. Alcuni dei più vicini sostenitori di Xiaoping furono attaccati e rimossi dai propri incarichi e di conseguenza anche tutto il personale che si trovava sotto i loro comandi e disposizioni. Nel 1975, Mao sembrò molto più disposto ad essere flessibile affinché venissero riportati ordine, stabilità e crescita economica, ma in conclusione, Deng spinse più a lungo l’acceleratore, al limite della sopportazione del Presidente. Nei suoi ultimi mesi di vita, Mao riuscì a rimuovere Deng dai suoi incarichi, eppure, dopodiché, non ebbe più la forza e il sostegno per detenere uno stretto controllo sui suoi funzionari e di convesso, su tutto il personale. Alla morte di Mao, avvenuta il 9 settembre 1976, Hua divenne automaticamente presidente con piene funzioni all’interno del Partito. Quel giorno venne chiamato immediatamente assieme ai membri del Politburo, che si incontrarono nelle prime ore del mattino, per approvare la formulazione dell’annuncio ufficiale del decesso del Grande Timoniere. I funzionari di tutti i livelli presero i loro posti assegnatigli e riaffermarono la loro posizione nella gerarchia politica; Hua Guofeng rimase saldamente in carica. La Banda dei Quattro era una delle entità più odiate in Cina. A partire dal 1974, quando Mao iniziò la sua ricerca verso l’unità e la stabilità nazionale, fece di tutto per trattenere Jiang Qing, trattandola come un cannone che avesse bisogno di moderazione, ma rimase riconoscente della sua lealtà, preoccupato per il suo benessere e protettivo nei suoi confronti. Nessuna indicazione di Mao rivelò una volontà di fare di Jiang Qing un leader di alto livello e una volta che egli individuò Hua come vicepresidente e premier, la possibilità di ottenere una posizione di vertice o svolgere un ruolo importante nella leadership, scomparse assieme alle sue ambizioni. Jiang Qing non fu mai in possesso di visioni o capacità organizzative e non fu mai in grado di instaurare una cooperazione positiva con altri detentori del potere, visti piuttosto come dei veri e propri concorrenti, se non addirittura rivali. Bruciò troppi ponti, fece eliminare un gran numero di alti funzionari, alienò troppi colleghi e mancò del sostegno dei militari, dimostrando una mancanza di autocontrollo per essere inclusa in un contesto di opposizione leale. Jiang Qing richiese una riunione immediata del Politburo, con l’inclusione dei suoi alleati, Yao Wenyuan, Wang Hongwen e Shang Chunqiao e tentò di estendere il suo controllo nell’apparato propagandistico, che aveva controllato sin dai primi giorni della Rivoluzione Culturale; incoraggiò una mobilitazione di giovani, convincendoli nel persistere nella lotta di classe e nei loro attacchi al sistema burocratico. Anche se non fosse presente alcuna prova tangibile che Jiang Qing stesse pianificando un colpo di Stato, altri segnali si rivelarono essere minacciosi. Il 4 ottobre, Chi Qun giurò fedeltà a Jiang Qing e durante lo stesso giorno, una edizione del Guangming Daily, contenete un articolo di Liang Xiao – un radicale – dichiarò che la lotta contro i capitalisti all’interno del partito dovesse essere completata. Dopo la morte di Mao, Jiang Qing apparse molto più interessata ad assicurare l’immediata espulsione di Deng Xiaoping dal PCC piuttosto che dimostrare dispiacere per la celebrazione del funerale. La Banda ebbe pronto all’occorrente un piano d’azione su tre fronti: far valere il proprio diritto e indossare il mantello ideologico di Mao; tentare di ottenere e assumere il controllo dell’apparato del partito centrale; preparare un confronto armato. Sotto la direzione di Yao Wenyuan, i principali organi mediatici fecero subito risuonare l’annuncio della presunta ingiunzione a letto di morte di Mao, «Agire secondo i principi stabiliti”: non farlo sarebbe tradire il marxismo, il socialismo e il grande ideale di continuare la rivoluzione sotto la dittatura del proletariato. Lo scopo evidente fu mirare al cuore di ogni tentativo concretato al fine di inasprire campagna contro Deng Xiaoping o verso chiunque avesse rinnegato la Rivoluzione Culturale. Creando un clima ideologico adeguato attraverso la stampa, la Banda stuzzicò il giudizio dei quadri di rango inferiore sull’equilibrio delle forze nella capitale. Questa strategia perpetrata non valse però a ricevere le redini del potere. Poco dopo la morte di Mao, la Banda si arrogò il diritto di comando sugli organi provinciali. Wang Hongwen istituì il suo «ufficio di servizio» a Zhongnanhai, inviando un messaggio ai comitati provinciali a nome dell’ufficio generale del CC ordinando loro di riferire a lui di eventuali problemi. A partire dal 12 settembre, la Banda incitò una campagna attuata per fare pressione sul Politburo affinché nominasse come presidente di Jiang Qing al posto di Mao. In questo contesto è da inquadrare la diffusione di immagini rappresentati le conseguenze al decesso del Presidente, una strategia definita per abituare il pubblico all’idea di Jiang Qing come successore emergente. Secondo i resoconti della Rivoluzione post-culturale, Mao in realtà disse a Hua Guofeng, il 30 aprile 1976, di «agire secondo i principi del passato». Un’analisi delle differenti formulazioni sostiene che la versione della Banda dei Quattro proponesse l’obbedienza a politiche specifiche, modellate sugli appelli di Mao, o un loro ipotetico possesso di prove e documenti di articoli del Presidente, mentre la versione di Hua Guofeng non sostenne nulla di più di una vaga continuità. Il 19 settembre Jiang Qing richiese la definitiva posizione del Comitato Centrale del Politburo. In origine Hua si espresse favorevole alla convocazione di un plenum del CC, che avrebbe fornito la soluzione alla disputa sulla leadership con la Banda dei Quattro, però, a seguito dello scontro nella sede del Politburo del 29 settembre e dopo che ricevette un solido sostegno da parte dei vecchi compagni qualora avesse deciso di alzarsi e combattere, Hua si convinse che il tempo delle procedure formali fosse un lontano ricordo. Un articolo ideologicamente intransigente pubblicato il 4 ottobre sul Guangming, in risposta ad una serie di discorsi provocatori di Jiang Qing e Wang Hongwen, riportò un resoconto, secondo il quale, vi fossero indicazioni preoccupanti sul fatto che la banda stesse pianificando una sorta di colpo di Stato. Allarmato, Ye Jianying si nascose nella capitale. Quindi, il 5 ottobre, Hua Guofeng, Ye Jianying e Li Xiannian tennero una conferenza del Politburo presso il quartier generale dello staff generale dell’EPL a Western Hills, fuori Pechino, alla quale i componenti della Banda non furono invitati. In quella occasione, fu concordato all’unanimità che Jiang Qing, Wang Hongwen, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan, Mao Yuanxin e i loro principali sostenitori dovessero essere arrestati. Wang Dongxing e l’unità 8341 dell’EPL ricevettero il comando di dare seguito a tale decisione, eseguendo l’ordine imposto prontamente il 6 ottobre, da parte di Hua Guofeng, del Maresciallo Ye, vicepresidente del CMC e Wang Dongxing, capo della Guardia di Palazzo, che portò all’arresto della Banda dei Quattro. Il rilascio improvviso della notizia sull’arresto della Banda dei Quattro entusiasmò e sollevò un popolo stanco dalle continue lotte e paure: i corrispondenti stranieri che osservarono gli eventi, riportarono un’affluenza straordinaria delle masse per le strade delle principali città, pronte a festeggiare. All’interno del partito cominciarono a farsi strada dubbi sul fatto che la Banda dei Quattro dovesse essere arrestata e se Mao avesse effettivamente identificato Hua come suo successore. I funzionari di alto livello furono consci del fatto che Mao non avrebbe mai fatto arrestare la Banda dei Quattro e nel tentativo di consolidare il governo di Hua, il Maresciallo Ye e Li Xiannian cercarono di sostenerlo in numerosi incontri che seguirono, che videro riuniti i principali funzionari centrali, provinciali e militari in una riunione a Pechino, durante la quale i crimini della Banda dei Quattro furono enumerati assieme alla conseguente logica di arrestarli. Nell’immediato seguito della morte di Mao e della purga della Banda dei Quattro, i bisogni nazionali più urgenti furono quelli di calma e stabilità. Il Partito, l’EPL e il popolo dovevano essere rassicurati che l’era dello sconvolgimento fosse finita e che il Paese fosse sottoposto ad una guida ferma e allo stesso tempo moderata, un’immagine alquanto contraddittoria dati i mutamenti in atto. In un contesto simile, la priorità fu rispondere al quesito che fece trasalire la leadership sin dall’inizio della Rivoluzione Culturale: «Dopo Mao, chi? «I principali sopravvissuti, Ye Jianying e Li Xiannian, probabilmente decisero che non fosse il momento di rinnovare la lotta all’interno del Politburo, già ridotto con la morte e la sconfitta a sedici dei venticinque membri nominati al X Congresso, solo tre anni prima. Qualunque fossero i suoi presunti meriti, Hua Guofeng indossò il mantello della legittimità ed ebbe pieni diritti di occupazione. Il Presidente aveva fatto ricadere la sua scelta su di lui, lo aveva dotato di poteri e Hua, almeno per il momento, trasse benefici dal campo di battaglia che lo vide vincitore sulla Banda dei Quattro. “Con te in carica sono a mio agio”. La rivelazione del Presidente Mao contribuì a convincere i segretari regionali del partito che egli avesse effettivamente scelto Hua, il quale fu riconosciuto ufficialmente come presidente del governo e del CMC. Il 7 ottobre, dopo che l’assunzione di Mao fu svelata, gli vennero concesse anche le cariche di presidente del Partito e del MAC. Dal momento che per tutto il periodo mantenne il ruolo di premier, Hua fu formalmente considerato l’erede di Mao e Zhou Enlai. Combinando i ruoli di entrambi gli uomini, sembrò che si trovasse ormai in una posizione inespugnabile, una posizione conferita di prestigio e privilegio, che affondava il potere in radici più profonde. Dopo essere uscito vincitore dalla grande lotta tra il bene e il male con la Band dei Quattro, Hua decise di consolidare il proprio potere continuando le critiche contro Deng e ritardando il suo ritorno nella capitale. Deng Xiaoping era troppo esperto, troppo fiducioso e decisamente pronto a riprendere in mano le redini del comando. Il Maresciallo Ye si convinse che Hua avesse bisogno di tempo per affermarsi come un forte leader, sebbene sul finire del 1976, assieme a Li Xiannan ed altri alti funzionari orchestrarono il suo ritorno. Il 14 dicembre, il centro del Partito approvò una risoluzione affermante l’autorizzazione per Deng di leggere i documenti. I dirigenti cominciarono a supporre che Xiaoping sarebbe tornato al lavoro: molti pensarono che gli sarebbe stato assegnato un ruolo simile a quello che Mao concepì per lui nel 1974, quando sostituì Zhou Enlai e accompagnò Wang Hongwen; alcuni ritennero che avrebbe usato la sua immensa competenza ed esperienza per gestire i lavori del governo sotto gli indirizzi e le linee guida di Hua Guofeng; altri ancora inquadrarono il suo ritorno in un ruolo più limitato, in particolare solo per la gestione degli affari esteri; altri che avrebbe preso in custodia le responsabilità del partito totalmente, come avvenne a metà del 1975. Il 6 gennaio 1977, fu presa la decisione formale di far rientrare Deng nella sfera del potere. Hua Guofeng fu messo da parte definitivamente verso la metà del 1979. In tutte le aree in cui le cariche di Deng e Hua videro sovrapporsi le responsabilità di entrambi, Deng si apprestò semplicemente a trasferire i poteri su di sé oltre che a rimuovere i suoi colleghi più stretti dal Politburo e gradualmente dalle altre sfere del potere. Deng così si preparò per il Quinto Plenum del Febbraio 1980, appena un anno dopo il Terzo Plenum, dal quale uscì fortificato e sufficientemente in grado di stabilire la sua agenda per gli anni Ottanta, rivedere la struttura per il coordinamento del lavoro dei partiti di alto livello e nominare la sua squadra di funzionari. Al quinto Plenum, tenutosi dal 23 al 29 febbraio 1980, il Comitato Centrale ratificò formalmente le decisioni prese da Deng e dei suoi alleati nelle ultime settimane del 1979. I membri chiave del Politburo che sostennero Hua Guofeng, furono ufficialmente criticati e dovettero rassegnare le dimissioni dall’organo. In effetti, il Plenum segnò l’inaugurazione di Hu Yaobang tra le sfere del governo. Questi cambiamenti di appartenenza crearono un rinnovamento nell’atmosfera politica, di conseguenza, tutti gli alti funzionari che assunsero l’incarico al quinto Plenum furono funzionari di partito di comprovata capacità che si impegnarono nel processo riformatorio. Deng non guidò una fazione ma piuttosto un intero partito. I cambiamenti del personale nei primi anni Ottanta gli permisero di gestire il lavoro di routine in modo più efficiente e con diversi programmi che i maoisti avrebbero rallentato o piuttosto fermato. Il quinto Plenum ristabilì anche la figura del Segretario del Partito, una carica che fu abbandonata nel 1966 e che con Xiaoping tornò a svolgere una funzione di coordinamento del lavoro quotidiano del PCC. Venne anche deciso che le riunioni si dovessero tenere regolarmente ogni settimana e che il consiglio di Stato avrebbe dovuto fornire un certo coordinamento tra Partito e governo. I cambiamenti apportati al quinto Plenum contribuirono a ridurre le tensioni nelle riunioni del Politburo e crearono un cambiamento diffuso. Il consolidamento della nuova leadership permise a Deng, nel giro di pochi mesi, di dirigere con dissoluzione nei collettivi agricoli locali e di trasferire la responsabilità della produzione rurale alle singole famiglie. Il Plenum spianò anche la strada alla spinta avvenuta alla fine del 1980 per completare la valutazione della storia del partito e rimuovere Hua Guofeng da tutte le posizioni ufficiali di potere. Il discorso di Deng del 18 agosto 1980 fu un punto culminante dei suoi sforzi per concedere più libertà. Nessun discorso diede una valutazione positiva della democrazia e non arrivò fino al punto di sostenere il voto né suggerì di cambiare ruolo del partito comunista: egli criticò la democrazia occidentale usando le note parole chiave quali, pensiero borghese, ultra-individualismo e anarchismo. Alla luce di ciò che stava accadendo in Polonia, dove Solidarnosc diede vita a uno degli scioperi più duraturi della storia all’epoca vigente, le reazioni di Deng alle dimostrazioni polacche, ricordarono le reazioni di Mao alle rivolte ungherese e polacche del 1956. Più che sulla democrazia nel suo significato letterale, Deng insistette sul centralismo democratico e sul fatto che una volta che una decisione del partito fosse presa, i membri del partito erano tenuti a svolgerla. Riconobbe l’esistenza di problemi nella società socialista, ma la sua soluzione consistette nell’affermare che gli operatori ideologici avrebbero dovuto aiutare a educare le persone e a valutare correttamente il passato, a capire il presente e ad avere fede nel socialismo e nella leadership di partito. Questo commento conteneva critiche implicite nei confronti di Hu Yaobang che spinse per ampliare la gamma di libertà per gli intellettuali, ma anche l’origine della campagna contro l’inquinamento spirituale, ufficializzata il 12 ottobre 1983, al secondo Plenum del XII Comitato Centrale. Un ulteriore tema programmatico sollevato corrispose alla creazione di una «civiltà spirituale socialista» che avrebbe offerto ai membri del PCC efficaci protezioni morali contro gli effetti corrosivi della liberalizzazione borghese e degli altri effetti indesiderati della riforma strutturale della Cina e della sua apertura al mondo esterno. Nel suo discorso al Congresso, il segretario generale Hu Yaobang affermò che la riuscita della costruzione di una civiltà materiale socialista in Cina dipese infine, dal raggiungimento precedente di un alto livello di civiltà spirituale. Nel postulare tale relazione causale tra spirito e materia, Hu tacitamente invertì le priorità stabilite al tempo del Terzo Plenum nel dicembre 1978, quando lo sviluppo delle forze produttive della società venne elevato alla posizione di summum bonum. Il motivo dell’inversione fu chiaro: un vento di liberalizzazione borghese esplose in tutta la Cina dal Terzo Plenum. In una situazione del genere, Hu Yaobang espose come le forze capitaliste e altre forze ostili alla causa socialista, stessero corrompendo il popolo e il Paese. Nel sollevare lo spettro delle rinnovate delle forze capitaliste, Hu Yaobang apparentemente si inchinò alle richieste dei tradizionalisti del Partito piuttosto che esprimere le proprie convinzioni più profonde. Di conseguenza, celò i suoi avvertimenti contro i pericoli della degenerazione ideologica, presentandoli in un linguaggio relativamente moderato, e allo stesso tempo, aderì all’affermazione dei conservatori secondo cui la lotta di classe fosse ancora in atto. Infine, annunciando l’intenzione della leadership di avviare un consolidamento triennale completo del Partito e l’impulso di rettifica nella seconda metà del 1983, Hu Yaobang sottolineò che lo stile maoista, i metodi di mobilitazione e lotta di massa non sarebbero stati impiegati nella nuova campagna. In sintesi, il XII Congresso prese una posizione ambivalente sulle questioni concernenti gli sviluppo più urgenti della Cina, in modo da ridurre al minimo i conflitti tra le diverse anime politiche e i collegi elettorali contendenti e, allo stesso tempo, sottolineando la necessità pragmatica di approfondire ulteriormente il processo di riforma economica e di apertura al mondo esterno; i portavoce del Partito, contemporaneamente, intensificarono i loro avvertimenti di degenerazione spirituale e allo stesso modo, pur dichiarando che la lotta di classe in sostanza non fosse finita, offrirono la chiara possibilità (resa esplicita nella nuova costituzione del PCC) che la lotta di classe sarebbe potuta diventare ancora più acuta in futuro. Anche se il XII Congresso mise in luce divisioni e differenze su una serie di problematiche e questioni ideologiche e politiche orientamento, i compromessi che ne derivarono lasciarono ampi spazi e grandi vuoti per future discordie. All’indomani del XII Congresso, l’attenzione politica si concentrò su una riforma costituzionale della RPC recentemente rivista, approvata dal Congresso Nazionale del Popolo (NPC) il 4 dicembre, che puntasse sul rafforzamento della legalità socialista. A due anni di distanza, la nuova costituzione riflesse un chiaro rifiuto della filosofia politica dell’estrema sinistra della Rivoluzione culturale e il ritorno a una forma più sistematica di socialismo. Il PCC era in una posizione migliore per farsi strada in uno slancio di coraggio, più di quanto lo fosse stato il PCSU con Stalin. Quando i difetti di Mao furono collezionati per poi essere elencati, Deng, lui stesso una vittima, non avrebbe dovuto avere alcun motivo di temere di rispondere alla domanda che fu posta a Krusciov quando sostituì Stalin nel 1956: «E dov’eri, compagno, quando succedeva tutto questo?» Ciononostante, Deng ebbe dal suo canto molteplici ragioni per essere più cauto di quanto fosse stato Krusciov un quarto di secolo prima. Kruscev sapeva che il PCUS poteva contare sull’immagine immacolata di Lenin e aggrapparsi ad essa, mentre per il PCC, Mao rappresentò sia Lenin che Stalin e se la valutazione non fosse stata gestita con cura, entrambi le immagini avrebbero potuto essere danneggiate, con un effetto incalcolabile sulla legittimità del Partito. Per tale ragione, anche tra coloro che deplorarono la Rivoluzione Culturale, in molti preferirono mantenere una immagine di Mao intatta, assieme ad un giudizio che valutasse come corrette alcune delle sue azioni. I generali dell’ELP in particolare non sarebbero stati orgogliosi se si fosse optato per una eccessiva condanna dell’uomo che li condusse alla vittoria o al loro ruolo di primo piano nella Rivoluzione Culturale. Così come durante Mao il capro espiatorio fu individuato nella figura di Lin Biao e con Hua nella Banda dei Quattro, dal 20 novembre 1980 al 25 gennaio 1981, il regime organizzò un processo in stile Norimberga contro i leader sopravvissuti della Rivoluzione Culturale. Il processo pubblicò registrazioni significative dei loro misfatti. Quasi 730.000 persone furono incastrate e perseguitate e quasi 35.000 di loro furono perseguitate morte. Nonostante la potenziale insoddisfazione dell’ELP, dopo oltre un anno di discussioni tra migliaia di funzionari e storici, la risoluzione adottata dal sesto Plenum, in tempo per il sessantesimo anniversario della fondazione del PCC, nel luglio 1981, imputò le responsabilità della Rivoluzione Culturale a Mao: essa, dal maggio 1966 all’ottobre 1976, fu l’artefice della più grave battuta d’arresto e delle perdite più pesanti subite dal Partito, dallo Stato e dal popolo, dalla fondazione della Repubblica Popolare, nata e nutrita dal compagno Mao Zedong. Dopo un’analisi di tutti i crimini e degli errori del periodo, la risoluzione diede alla luce l’equilibrio su cui Deng aveva lungamente insistito. Gli errori di Mao vennero dipinti come colpe di sinistra, che in un periodo come quello della Rivoluzione Culturale, sono risultati essere i tipici sbagli di un rivoluzionario proletario. La risoluzione concluse che, sebbene fosse vero che Mao avesse commesso gravi errori durante la Rivoluzione Culturale, un giudizio delle sue attività nel loro insieme, sui suoi contributi alla rivoluzione cinese, superò di gran lunga le sue colpe. La risoluzione raggiunse l’equilibrio che Deng tanto desiderò spiegando anche perché Mao al termine della sua lunga carriera avesse subito un tale indebolimento: il suo prestigio aumentò a tal punto, che divenne arrogante e si pose al di sopra del CC; i suoi colleghi non riuscirono a prendere tempestivamente misure preventive e la leadership collettiva fu compromessa. L’affermazione del PCC sul suo ruolo di avanguardia, come quello del PCUS e altri partiti, si radicò nel pensiero denghiano. L’ideologia fu fortemente svalutata dall’iperbole della Rivoluzione Culturale e con l’attribuzione di poteri quasi soprannaturali al pensiero di Mao Zedong la nuova enfasi sulla pratica manifestò un duro colpo. Nella dichiarazione di Deng Xiaoping il marxismo – leninismo, e quindi il pensiero di Mao Zedong, costituì uno dei quattro principi cardinali da non poter essere messo in discussione. La regola del PCC, il quale, a sua volta, costituì uno dei quattro principi cardinali, ora sembrava essere giustificabile solo da competenza e successo, sebbene presentasse fondamenta instabili alla luce dei problemi che afflissero la Cina post-Mao. A rischio, era il radicato attaccamento, insito profondamente nella cultura politica cinese, al concetto di burocrazia d’élite e al suo impegno e padronanza di un’ideologia totalitaria che presunse di spiegare. Nel gennaio 1987 dopo la diminuzione delle manifestazioni studentesche, la campagna contro la liberalizzazione borghese prese vita e l’atmosfera di Pechino divenne più conservatrice. Questo ambiente non fermò le discussioni sulla riforma politica e il 4 febbraio 1987 la proposta di un ruolo indipendente dei sindacati per dare un più ampio spazio alla rappresentazione degli interessi dei lavoratori iniziò a farsi strada. Nel periodo precedente e successivo al 1949, quando i sindacati vennero incoraggiati ad assumere più potere al fine di frenare le tendenze capitalistiche, si sarebbe potuto prevedere un futuro in cui il partito si sarebbe rivolto nuovamente a sindacati indipendenti per limitare gli imprenditori nella nuova economia di libero mercato. I ricercatori discussero anche la possibilità per l’NPC ad avere un ruolo più attivo nella discussione di questioni significative. Nel suo discorso con il presidente del Camerun avvenuto nel marzo 1987, Deng dichiarò che un sistema politico è sano se contribuisce alla stabilità politica, all’unità nazionale e all’aumento del tenore di vita, oltre che al continuo sviluppo delle forze produttive. È chiaro che non ci si stesse rivolgendo ad un ampliamento delle libertà o ad una volontà di ascoltare le voci provenienti dal pubblico. Deng fu assai specifico nel respingere le più ampie richieste di libertà sostenute dagli intellettuali, riaffermando che l’obiettivo principale della riforma fosse quello di garantire l’efficienza degli organi esecutivi senza altre interferenze e che il termine democrazia dovesse essere utilizzato solo in relazione alla legalità: solo attraverso la legge si sarebbe potuto pervenire ad un ambiente stabile. Le speranze di molti intellettuali alla fine del 1986 furono spezzate. Durante la riunione allargata del Politburo del 16 Gennaio a cui lo stesso Deng partecipò, fu annunciato che la Cina avrebbe intrapreso una campagna per criticare la liberalizzazione borghese ed annunciare allo stesso tempo che la Cina avrebbe proseguito nella persecuzione di riforme a tutto tondo, oltre ad una apertura verso l’esterno. Il contraccolpo negativo della campagna contro l’inquinamento spirituale del 1983 minacciò e spaventò gli investitori stranieri e, infine, minò il programma di riforme di Deng. Di conseguenza, per evitare una ripetizione degli avvenimenti, la campagna del 1987 fu strettamente circoscritta fin dall’inizio. Non doveva essere un movimento di massa, per questo venne confinata nei ranghi dell’apparato del Partito: le espulsioni dal PCC dovevano riguardare un numero esiguo di funzionari: infatti, a parte Hu Yaobang, l’unico funzionario del Partito effettivamente licenziato dopo le manifestazioni studentesche del dicembre 1986 fu Zhu Houze. Anche se seguì un chiaro inasprimento della censura della stampa e una lista nera di alcuni riviste e giornalisti liberali, verso la fine dell’inverno e la primavera del 1987, nessuna repressione della polizia su larga scala fu lanciata contro i sostenitori delle manifestazioni studentesche; solo una manciata di essi, molti dei quali non studenti, sarebbero stati incarcerati per aver istigato al tumulto di dicembre. Tutte le scuole e le università cinesi avrebbero presto subito un intensificarsi del controllo al fine di applicare rigorosamente le regole, oltre che ad attuare cambiamenti nel focus del curriculum educativo, incentrati sulla necessità di regolare nuovamente il contenuto dei corsi di arti liberali, al fine di promuovere l’obiettivo di diplomarsi giovani, con alti ideali, dall’energico carattere morale e da una vasta cultura e forte disciplina. Alla fine, il vicepremier Zhao annunciò che il carattere politico e l’attitudine verso i quattro principi cardinali sarebbe stata presa in considerazione come qualifica principale per gli studenti delle scuole superiori e negli esami di ammissione all’università. Zhao rispettò l’avvertimento di Deng Xiaoping del dicembre precedente: «Se la liberalizzazione borghese fosse autorizzata a diffondersi senza controllo, essa farebbe precipitare il Paese in tumulti e renderebbe impossibile procedere con l’ideazione e la riforma dei programmi. » Sostenendo che la Cina avrebbe dovuto aderire risolutamente ai quattro principi cardinali, Zhao categoricamente respinse le nozioni di «occidentalizzazione totale» e di «democrazia liberale, borghese e americanizzata», che si diceva che esercitassero una «influenza perniciosa» sulla modernizzazione socialista cinese. Cercando di fare del suo meglio per colmare il profondo abisso che separava le ali rivali del partito, Zhao sostenne che non ci fosse antagonismo tra i quattro principi cardinali e le politiche di riforma strutturale, oltre all’apertura al mondo esterno. L’arco ideologico di Ziyang fu frutto di un compromesso con i conservatori: in cambio della sua denuncia sul liberalismo borghese e il sostegno ai quattro principi cardinali, i conservatori avrebbero fermato il loro contraccolpo, grazie anche alla mediazione di Deng Xiaoping, sempre più preoccupato, come nel novembre 1983, dell’eccessivo zelo mostrato da questi nella lotta al liberalismo. La presenza del compromesso si evinse già dalla primavera del 1987, quando le condanne alla liberalizzazione borghese si attenuarono, mentre il ringiovanimento della leadership e la riforma della struttura politica tornarono sul palcoscenico, con la voce di Deng aggiunta al coro a favore della riforma, per ritrovare una sostenibilità politica a lungo termine. Avendo guadagnato terreno, Zhao Ziyang e il suo gruppo di cinque persone (che a quel tempo fu esteso a diciannove membri, calcolando anche i supplenti) ripresero a lavorare sul progetto per la riforma della struttura politica. A maggio, la prima bozza di un piano fu sottoposta all’approvazione di Deng. Il nucleo del progetto fu focalizzato in una proposta per separare il Partito e il governo, una delle principali raccomandazioni di riforma di Deng dell’agosto 1980, ma almeno altre quattro bozze furono preparate tra maggio e settembre, alcune delle quali furono divulgate per dibattiti e discussioni. La versione finale fu approvata al Settimo Plenum del XII CC, che si riunì a metà ottobre alla vigilia del XIII Congresso del Partito, tenutosi dal 25 ottobre al 1° novembre. Esso vide la propria agenda dominata da due punti cruciali: i cambi di leadership e il progetto di riforma di Ziyang. In entrambe queste aree, il Congresso sembrò annotare una vittoria per i riformisti. La metà dei membri del vecchio Politburo, dieci su venti, annunciò il proprio pensionamento al Congresso; dei massimi leader del Partito eletti al XII Congresso del 1982, solo quattro membri del Politburo rimasero in carica: Yang Shangkun, Wan Li, Zhao Ziyang e sorprendentemente Hu Yaobang, che riottenne la sua rielezione. Il nuovo Comitato Permanente del Politburo, guidato dal Segretario Generale Zhao Ziyang, incluse Hu Qili, Li Peng, Qiao Shi e Yao Yilin, il sindaco di Shanghai, Jiang Zemin, il segretario del Partito comunale di Pechino Li Ximing, il sindaco di Tianjin, Li Ruihuan, e il commissario statale per la ristrutturazione economica, Li Tieying. L’ex supplente Qin Jiwei fu elevato alla piena appartenenza al Politburo, diventando la sola figura militare di carriera nel nuovo organo di governo. Inoltre, durante questo Congresso, Deng rinunciò ai suoi ruoli nel Partito e nel Comitato Centrale del Governo, al Politburo e al Comitato Permanente, mantenendo le sue posizioni come presidente della CMC e della Commissione per gli Affari Militari, con un conseguente pensionamento anche degli altri dirigenti senior. La leadership di linea passò a Zhao Ziyang. Consapevole che Mao, come molti imperatori, causò gravi danni rimanendo in carica fino alla sua morte, Deng fu determinato nello stabilire un nuovo modello in cui i leader di punta avrebbero servito il proprio Paese con limiti di termine e di conseguenza pianificò anche il proprio ritiro. Tuttavia, nel caso di Xiaoping, anche dopo il XIII Congresso del Partito, così come rilevò Zhao Ziyang a Gorbachev nel maggio 1989, fu stipulato un accordo segreto tra i leader di alto livello, secondo il quale, nel caso di un ritiro da parte del Presidente, egli avrebbe mantenuto il importanti. di avere l’ultima parola su questioni Al XIII Congresso del Partito furono individuati varie direzione per mettere a punto la riforma: il Partito e il governo sarebbero stati tenuti separati; il PCC avrebbe ricoperto un ruolo minore nel guidare gli affari del governo, limitandosi ad una supervisione sul lavoro compiuto; sarebbero stati delegati anche poteri a livelli inferiori; nelle unità governative, le responsabilità sarebbero state specificate e le sovrapposizioni si sarebbero ridotte; promozioni, retrocessione, premi e punizioni sarebbero stati basati sulle prestazioni, sui diritti di formazione, salari, benessere e pensionamento, garantiti dalla legge; per quanto riguarda le questioni rilevanti per la popolazione, il governo si sarebbe consultato con le autorità locali e ne avrebbe poi informato il pubblico dei risultati; rafforzare la democrazia socialista, dunque varie organizzazioni per il lavoro delle donne e di altri gruppi, sarebbero stati incoraggiati affinché potessero presentare le loro opinioni nei collegi elettorali. L’autonomia delle nazionalità minoritarie sarebbe stata rafforzata e grandi sforzi sarebbero stati attuati per formare i funzionari e corroborare il sistema giuridico socialista. Il Congresso inoltre approvò alcune modifiche procedurali. Al fine di offrire una più opportuna informazione, il Comitato Centrale avrebbe tenuto Plenum due volte all’anno piuttosto che una. Le decisioni chiave delle riunioni del Politburo sarebbero state più trasparenti anziché tenute segrete. Le organizzazioni di partito sarebbero state ridotte nelle fabbriche, scuole ospedali e aziende, consentendo alle organizzazioni locali di avere una maggiore presa sulle decisioni che sarebbero andate a incidere sulle proprie operazioni. Oltre a redigere una serie di riforme, il XIII Congresso del Partito evitò una scissione netta fra i conservatori che temevano il cambiamento e riformatori che temevano una stagnazione. I funzionari più controversi, provenienti dai poli opposti, furono rimossi rendendo più facile per i centristi unire una coalizione per irrobustire il libero mercato e continuare le riforme, oltre che progredire, sebbene in modo modesto, nel sistema politico. In effetti, gli obiettivi del dibattito tra i conservatori e i riformatori furono spostati verso una maggiore apertura, piuttosto che sulla libertà di espressione e sulla riforma del mercato, nonostante la lotta su tali questioni continuò. Il risultato delle rinnovate procedure di elezione adottate al XIII Congresso, fu un nuovo CC considerevolmente più piccolo, più giovane e più istruito rispetto al suo predecessore. Le sue dimensioni furono ridotte da 385 membri effettivi e supplenti a 285, con un calo di oltre 25% dei partecipanti. Il 42% dei membri del CC e dei supplenti erano principianti e oltre il 70% era formato da un collegio; cinquantasette membri erano impiegati in settori ad alta tecnologia. Solo il 20% dei membri aveva più di sessantuno anni; quasi la metà aveva cinquantacinque anni o meno. Significativamente, sebbene la rappresentanza militare sul nuovo Politburo rimase bassa, il quadro era un po’ più ambiguo su tutto il CC, dove quasi il 20% dei membri erano ufficiali dell’ELP.67 Il 13 Maggio il Leader cinese tenne un discorso sui piani per il XIII Congresso del Partito: le sue osservazioni segnalarono la fine della lotta contro la liberalizzazione borghese e chiarirono che il Congresso del Partito avrebbe incluso una proposta di riforma ma, almeno per il momento, la riforma politica non produsse alcuna misura per rispondere a pratiche democratiche. Prima del XIII Congresso, Deng Xiaoping chiarì la sua intenzione di dimettersi dal suo incarico di Presidente del potente MAC del Partito e che desiderava che Zhao Ziyang fosse installato come suo successore. I leader dell’ELP, apparentemente indifferenti all’appello di Deng, si rifiutarono di accettare la selezione di Zhao; di conseguenza, Deng fu costretto a mantenere la presidenza del MAC, ottenendo in cambio la nomina di Zhao come primo vicepresidente della Commissione per gli Affari Militari. L’ironia di un simile accordo fu notevole: al fine di favorire una transizione graduale verso una struttura più altamente sviluppata di potere politico istituzionalizzato, i leader cinesi stavano aprendo le porte alla riaffermazione dell’informale autorità altamente personalizzata. Fu, ovviamente, proprio questo accordo che permise alla vecchia guardia cinese di riaffermare le sue prerogative politiche durante la crisi di Tienanmen dell’aprile – giugno 1989. Se il cambio di leadership costituì una delle grandi discussioni del XIII Congresso, una storia potenzialmente più grande si rivelò la presentazione del progetto lungimirante di Zhao Ziyang sulla riforma strutturale. C’erano un numero di significativo di punti di partenza dottrinali nella relazione di Zhao al Congresso: una nuova linea di base del Partito, identificato come «un centro e due punti fondamentali» e una nuova logica ideologica neomarxista utile ad intraprendere audaci esperimenti economici, ma anche la teoria dello «stadio primario del socialismo». «Un centro e due punti base», come spiegato nel rapporto di Zhao, si basò su uno sviluppo economico considerato il «compito centrale» dell’era attuale, da perseguire afferrando contemporaneamente due «punti base”, ossia l’aderenza ai quattro principi cardinali e la perseveranza nella politica di riforma e nella sua apertura al mondo esterno. Questa formulazione piuttosto stilizzata, però degna di nota, riuscì esplicitamente a subordinare i quattro principi cardinali ai requisiti strategici dello sviluppo economico. Sullo stadio primario del socialismo, Zhao, appellandosi ad un ethos pragmatico, invocò l’arretratezza e la mancanza di sviluppo in Cina, facendo riferimento alla nuova era democratica dei primi anni Cinquanta e affermò che, poiché il socialismo cinese emerse dal grembo di una società semi-coloniale e semi-feudale, con le forze produttive in ritardo rispetto a quelle dei Paesi capitalisti sviluppati, la Cina sarebbe stata destinata ad attraversare una fase primaria molto lunga. Lo Stato quindi, avrebbe dovuto utilizzare qualunque mezzo disponibile per stare al passo con i paesi capitalisti avanzati. Sarebbe stato ingenuo e utopico pensare che la Cina potesse saltare questo stadio primario e procedere direttamente ad un socialismo maturo; in effetti, una tale credenza utopica comprendeva principale radice cognitiva degli errori di sinistra. Per ciò che concerne la governance economica, il rapporto di Zhao andò ben oltre la cauta «gabbia per uccelli» delle proposte di riforma dell’ottobre 1984 di Chen Yun, chiedendo piuttosto un uso notevolmente rafforzato del meccanismo del libero mercato e una rapida attuazione dell’espansione dei settori economici collettivi e di proprietà privata. Con lo slogan «Lo stato regola il mercato; il mercato guida l’impresa «69, Zhao sollecitò la creazione di mercati privati per fattori essenziali, come fondi, servizi per il lavoro, tecnologia, informazione e proprietà immobiliari. In pausa dalla tradizione marxista, Zhao fece della riforma politica una questione urgente, immettendo la riforma della struttura politica all’ordine del giorno per l’intero partito. Altrimenti, le riforme economiche sarebbero state conseguentemente destinate al fallimento. Entrambe dovevano essere considerate inseparabili. Le proposte specifiche di Zhao per la riforma politica erano più scheletriche che sostanziali. Ribadendo un tema di base inizialmente sollevato nell’agosto 1980 da Deng Xiaoping, Zhao sostenne che l’eredità feudale cinese generò gravi problemi di potere, eccessivamente concentrato, ma soprattutto burocratismo e feudalesimo della struttura politica. Per porre rimedio a questi difetti, Zhao racchiuse la riforma in sette grandi aree: (1) separare Partito e governo; (2) delegare il potere statale ad autorità di livelli inferiori; (3) riformare la burocrazia governativa; (4) riformare il sistema del personale (quadri); (5) istituire un sistema di dialogo politico e consultazioni tra le parti e le persone; (6) rafforzare i ruoli di supervisione delle assemblee rappresentative e delle organizzazioni di massa; (7) rafforzare il sistema giuridico socialista. Sebbene fossero poche le misure concrete per dare attuazione alle riforme in queste sette aree, furono comunque elaborate alcune innovazioni strutturali, potenzialmente di vasta portata, e furono suggeriti cambiamenti. Nonostante la spinta complessivamente progressista del suo rapporto, Zhao realizzò alcuni notevoli compromessi con i conservatori del Partito. Ad esempio, si allontanò dalla difesa di una rapida riforma dei prezzi e sostenne l’importanza vitale della produzione di grano, due grandi preoccupazioni di Chen Yun e dell’ala più conservatrice dal 1985. Il sistema di reclutamento del personale venne sostituito con un sistema di servizio civile di assunzione e valutazione di quadri impersonali e professionali. Sebbene le campagne per eliminare l’eccessivo burocratismo rappresentò un obiettivo frequente in Cina, così come si può evincere sia dall’esperienza di Mao che di Deng, mai prima d’ora un leader cinese di alto livello aveva richiesto una riforma del servizio civile così ampia e radicale. Se la proposta di Zhao fosse stata implementata, avrebbe potuto segnare la fine del tradizionale monopolio del controllo del PCC sul personale del governo e sulle procedure di revisione. In una sezione del suo rapporto che illustra dettagliatamente i suggerimenti per migliorare la qualità della consultazione e il dialogo reciproco tra governo e popolo, Zhao prese le distanze anche dalla tradizione politica consolidata della Cina. Lui implicitamente respinse la nozione convenzionale di opinione pubblica unificata sotto il socialismo, sostenendo che il governo dovrebbe preoccuparsi di ascoltare e riflettere le opinioni e gli interessi divergenti dei suoi cittadini. Per ciascuno di questi aspetti, il rapporto di Zhao Ziyang si è rotto significativamente su un nuovo terreno, anche se solo in via preliminare e solo sulla carta. Dolorosamente a corto di dettagli programmatici, il rapporto offrì comunque alcuni scorci allettanti degli ideali filosofici e politici e della strategia del successore appena designato da Deng Xiaoping. Il dettaglio più curioso che il rapporto rivelò, fu che Zhao non era un sostenitore del liberalismo occidentale ma di un «neo-autoritarismo» cinese, una dottrina bisognosa di una leadership tecnocratica forte e centralizzata durante lo «stadio primario del socialismo». Nella misura in cui la modernizzazione e la riforma strutturale costituirono processi intrinsecamente turbolenti e stressanti, respinse esplicitamente la democrazia borghese – con la sua separazione dei poteri, la sua caratteristica di essere multipartitica e la sua concorrenza e libertà di espressione politica – in quanto inadatta alle condizioni della Cina dell’epoca, in ricordo del caos della Rivoluzione Culturale (e, per estensione implicita, il ricordo più recente dei tumulti degli studenti) a sostegno della sua tesi a favore della limitazione alla partecipazione politica popolare e alla libera espressione. Al posto della politica competitiva, della creazione di vari partiti e delle elezioni, Zhao propose di affinare e perfezionare ulteriormente le istituzioni esistenti del Partito, i meccanismi di consultazione democratica e la supervisione reciproca. Sebbene la visione composita di Zhao per lo sviluppo politico della Cina ebbe un margine decisamente illiberale, offrì comunque i primi schizzi, ampi e incerti, di un futuro politico cinese emergente non totalitario, che conteneva almeno i semi, se non ancora i germogli, del pluralismo incipiente. Visto in questa luce, cioè come una transizione del manifesto neo-autoritario, il rapporto di Zhao Ziyang al XIII Congresso del partito rappresentò una svolta molto importante – se non ovviamente un documento rivoluzionario. All’indomani del Congresso dell’ottobre 1987, al fine di consolidare i propri consensi Zhao riaffermò il controllo sull’apparato di propaganda del Partito, con l’intenzione di sciogliere il principale organo ideologico del CC, Bandiera Rossa, a lungo una spina nel fianco dei riformatori, sostituendolo con un nuovo giornale significativamente intitolato “Cerca la Verità” (Qiushi). Nel frattempo, si decise che i tradizionali ritratti cerimoniali di Marx, Engels, Lenin e Stalin non avrebbero più abbellito Piazza Tienanmen a partire dalla celebrazione del quarantesimo anniversario della RPC dell’ottobre 1989. Per sottolineare l’enfasi della decisione, due statue di grandi dimensioni di Mao Zedong furono trasportate silenziosamente lontano dal campus di Beida nel buio della notte, dopo almeno uno tentativo fallito di demolizione in loco. Con l’ala della riforma pragmatica del Partito apparentemente sotto controllo, un sentimento di euforia si diffuse tra gli intellettuali cinesi. Nel novembre 1987, fu organizzato un simposio convocato a Pechino per discutere l’esito del XIII Congresso del partito. Alla riunione, un certo numero di eminenti scienziati politici cinesi espresse una profonda soddisfazione per i risultati del Congresso. Naturalmente, non tutti condivisero quest’entusiasmo come dimostrato da alcuni critici liberali del regime, apertamente scettici, alle cui diffidenze si aggiunsero alcuni segni di stress: l’economia si surriscaldò non molto tempo dopo la sospensione del Tredicesimo Congresso, gli indicatori iniziarono a peggiorare e gli sbilanciamenti fecero scattare i primi segnali di allarme. Nella primavera del 1989, i disaccordi politici tra leader di alto livello, nonché il graduale ritiro di Deng dal coinvolgimento dei principali affari quotidiani, portò a segnali contrastanti e a confusioni. Questo ambiente incerto permise a gravi fonti di agitazione sociale di intensificarsi a livelli inferiori. La maggior parte degli studenti cinesi alla fine degli anni Ottanta si dimostrò molto meno preoccupata per le libertà politica che per le loro libertà personali: la carenza di laureati qualificati nelle industrie principali e negli uffici governativi, prevedeva per loro un solo cammino da intraprendere. Anche gli intellettuali si dimostrarono arrabbiati per le campagne del 1983 contro l’inquinamento spirituale e la campagna del 1987 contro la liberalizzazione borghese. Il popolare documentario televisivo cinese River Elegy, trasmesso per un breve periodo alla fine degli anni Ottanta, catturò l’umore di molti intellettuali quando venne criticato il Fiume Giallo, simbolo della Cina tradizionale o elogiò l’Oceano blu che portò innovative e pratiche moderne di destra sulla costa cinese. Per l’opinione pubblica una delle principali preoccupazioni risiedeva nell’inflazione. I funzionari del Partito e del governo, i dipendenti delle imprese statali e con stipendi fissi, furono furiosi nel vedere ricchi imprenditori privati ostentare le loro ricchezze materiali e detenere la guida del mercato a prezzi più alti, minacciando la capacità dei lavoratori salariati di soddisfare anche le esigenze primarie. Il problema venne esacerbato dalla corruzione: i lavoratori delle imprese si arricchirono sottraendo materiali e fondi provenienti da imprese statali e pubbliche; gli imprenditori indipendenti fecero fortuna anche grazie alle scappatoie del governo. Gli slogan degli studenti riportanti la scritta “ufficiali corrotti”, iniziarono a impelagare; con ciò non intendevano coloro che disobbedivano alle leggi, in quanto il concetto di legalità non era così forte, ma si riferivano a coloro che usufruirono delle loro posizioni o dei loro contatti personali per ricevere benefici, benefici che misero a rischio le imprese statali, via via sempre più soggette alle forze di mercato. La posta in gioco fu estremamente alta per i lavoratori cinesi in quanto in Cina mancava un sistema di sicurezza sociale e un programma sanitario nazionali. Le grandi imprese statali, proprio come l’esercito degli Stati Uniti, non erano solo unità economiche, ma società totali che fornivano alloggi sovvenzionati, cure mediche e persino l’istruzione per i figli dei lavoratori. Per i dipendenti delle imprese statali perdere un lavoro significava perdere tutto e la prospettiva di un libero arbitrio dei mercati che potesse mettere a repentaglio le imprese statali e spingerle dal mercato risultò essere terrificante. Anche il fenomeno migratorio, causato proprio dall’economia in espansione a partire dalla metà degli anni Ottanta, indusse molti contadini e agricoltori a trasferirsi presso aree urbane alla ricerca di lavoro. Ma le rigorose politiche di riaggiustamento avviate alla fine del 1988 portarono via un numero drammatico di opportunità e molti furono licenziati: i cambiamenti apportati dalle forze di mercato furono profondamente sconvolgenti e testimoniarono risultati drastici. Mentre le manifestazioni popolari crescevano, Partito e governo si polarizzarono tra coloro che temevano il caos e che credevano fosse necessaria una stretta e coloro invece che pensavano che bisognasse essere più accomodanti alle richieste degli studenti. Li Peng fu il simbolo del primo punto di raccolta e il Zao Ziyang del secondo. Dal 15 aprile al 4 giugno 1989, mentre il mondo intero guardava con fascino, centinaia di migliaia di giovani cinesi scesero per le strade di Pechino. Dopo la prematura morte di Hu Yaobang, il 15 aprile, i dimostranti cercarono di rendere omaggio al loro eroe defunto e alla democrazia che egli sostenne. Inizialmente non erano in possesso di un programma politico, ma a mano a mano le richieste divennero sempre più forti e più radicali nel loro contenuto, le tensioni tra manifestanti e le autorità si intensificarono. Gli scontri culminarono il 4 giugno 1989, quando le truppe per ristabilire l’ordine iniziarono a sparare lungo le strade di Pechino. Deng, all’epoca ottantaquattrenne, non uscì per le strade al fine di incontrare i giovani dimostranti, né gestì i dettagli quotidiani all’ordine del giorno nel partito. Dietro le quinte rimase concentrato sullo svolgimento del dramma e fu l’artefice della decisione finale. Dimostrò poca simpatia per i manifestanti, a suo parere beneficianti delle riforme e dell’apertura che guidarono verso la creazione di stabilità politica e il sostenimento della crescita economica. Deng cercò di evitare in Cina ciò che in quel momento stava accadendo nell’Europa orientale, dove i leader politici cedettero alle richieste della popolazione e di conseguenza persero il controllo. Inizialmente, Deng evitò lo spargimento di sangue che avrebbe richiamato una maggiore affluenza di manifestanti, ma fin dall’inizio si rese conto che la fermezza fosse necessaria; solo dopo il funerale di Hu Yaobang venne coinvolto direttamente nella supervisione delle prese di posizione del Partito nei confronti delle dimostrazioni. Egli fu disposto a garantire che i funzionari avessero mano libera per fare qualunque passo ritenuto necessario per ripristinare l’ordine. Prima del 4 giugno, nessun leader del partito, dirigente studentesco o altro, si dimostrò in grado di fermare il climax ascendente di disordine. Gli sforzi dei leader del partito per ottenere il controllo erano frustrati da divisioni nella loro leadership, mentre, l’insicurezza dei residenti urbani preoccupati dell’inflazione e dell’occupazione in calo, la massiccia portata delle dimostrazioni, l’incapacità di dirigenti degli studenti di controllare il proprio movimento, la simpatia del pubblico cinese e del pubblico estero per i manifestanti e la mancanza di truppe cinesi dotati di esperienza sul controllo della folla, crescevano. A quel tempo, gli studenti non avrebbero potuto immaginare che i leader politici avrebbero deciso di ricorrere alla forza armata e che l’Esercito Popolare di Liberazione avrebbe sparato sui cittadini disarmati per le strade di Pechino. Il leader cinesi da parte loro, intravidero nell’attenzione straniera un sostegno che incoraggiò a partecipare alla protesta. Fu impensabile credere che i cittadini cinesi potessero essere così arrabbiati con le sfere del potere e i più presunsero che le proteste fossero controllate, da dietro le quinte, da mani nere nazionali e straniere. Storie e voci di tali mani nere circolarono ampiamente tra gli alti funzionari e furono utilizzati dai conservatori per spingere Deng a prendere un’azione ancora più forte. In questo contesto, si svolse la visita di Gorbachev a Pechino il 15-18 maggio, che segnò una svolta storica per le relazioni sino-sovietiche e un trionfo personale per Deng Xiaoping. L’allontanamento durato tredici anni delle più grandi potenze comuniste del mondo stava volgendo al termine e le relazioni tra le due si stavano avviando verso la normalizzazione. All’inizio degli anni Ottanta, Deng riassunse quelle che erano le condizioni necessarie per una normale relazione con l’Urss: i sovietici avrebbero dovuto lasciare l’Afghanistan, rimuovere le loro truppe dalla zona di confine con la Cina settentrionale e i vietnamiti avrebbero dovuto fare marcia indietro dalla Cambogia L’atteggiamento precedente di Deng sull’Unione Sovietica come affermò in seguito, fu eccessiva e quindi riadattò la sua politica estera in modo corretto. Gorbachev accettò tutte le condizioni e si apprestò a fare visita a Pechino, alle condizioni di Deng. L’evento sarebbe stata una pietra miliare nella carriera di Xiaoping: un trionfo che necessitava di una celebrazione tale, da prepararsi ad accogliere la stampa di tutto il mondo. Deng pose le basi per un miglioramento delle relazioni con l’URSS subito dopo l’attacco al Vietnam nel 1979 e nel 1985 quando, a seguito della visita presso il leader rumeno Nikolai Ceausescu, trasmise ai sovietici il messaggio di voler normalizzare i loro rapporti79. I negoziati sino sovietici proseguirono fino al Febbraio 1989, quando le due parti concordarono per la formulazione di un comunicato congiunto che ponesse fine all’occupazione vietnamita della Cambogia e, allo stesso tempo, annunciasse tempestivamente la visita di Gorbachev a Pechino per lanciare una nuova era di relazioni amichevoli tra le due nazioni. L’arrivo di Gorbachev si avvicinò e gli occhi di tutto il mondo si sarebbero concentrati su Pechino: la manna di Mosca fu un avvenimento perfetto per gli studenti e per i loro leader sempre più attenti ai media.80 La mattina del 13 maggio, due giorni prima dell’arrivo del Presidente del Cremlino, i più radicali, al fine di mantenere vivo il movimento in diminuzione e fiduciosi che non sarebbero stati arrestati, annunciarono una nuova aggiunta alla tradizione di protesta cinese, uno sciopero della fame da iniziare quel pomeriggio. Più di mille studenti marciarono presso Piazza Tienanmen cogliendo completamente di sorpresa Partito e governo. A quel punto Deng dichiarò che il movimento si fosse trascinato troppo a lungo e che bisognasse liberare la Piazza prima dell’arrivo di Gorbachev; ma gli studenti rimasero a Tienanmen e quando la bandiera cinese fu sollevata, si alzarono in segno di rispetto intonando l’inno nazionale. I messaggi ufficiali esortarono gli studenti a considerare l’interesse nazionale della Cina e a porre fine allo sciopero delle università e il governo non ebbe altra scelta che annullare la cerimonia di benvenuto nella Piazza e l’incontro tra Deng e il leader sovietico, si svolse nella Grande Sala del Popolo. Questi stravolgimenti dei piani, lo sciopero della fame e l’incapacità degli alti funzionari di mantenere l’ordine, furono motivo di umiliazione per Xiaoping. D’altro canto, la stampa mondiale riunita nella capitale cinese, rimase affascinata dal movimento studentesco; gli eventi drammatici della Piazza che presto sarebbero sopraggiunti, eclissarono completamente la figura di Gorbachev come centro dell’attenzione dei media. Per i giornalisti di tutto il mondo fu impossibile non farsi prendere dall’idealismo e dall’entusiasmo, andando a rassicurare ancora di più gli studenti sul fatto che, avendo gli occhi internazionali puntati addosso, fossero al riparo da una minaccia di un giro di vite del governo e che l’ELP non avrebbe mai potuto attaccarli. Più si sentirono sicuri, più audaci e intransigenti alcuni di loro divennero, includendo persone di tutte le età e provenienti da ogni estrazione sociale, assumendo un controllo efficace di Piazza Tienanmen e dei suoi immediati dintorni. Utilizzando sofisticate apparecchiature di trasmissione collegate a altoparlanti in piazza, i leader dello sciopero provarono a contrastare le trasmissioni e la diffusione della propaganda governativa tra le folle millanti. I poster che arricchirono la Piazza – alcuni scritti in inglese per attirare l’attenzione dei media stranieri – ascrissero la richiesta delle dimissioni di Li Peng e di Deng Xiaoping. Ci furono la soppresione di tanti studenti e nel contempo molti furono arrestati. In seguito alla morte di Deng Xiaoping nel 1997, uno degli interrogativi più frequenti era che fine avrebbe fatto la Repubblica Popolare Cinese e il socialismo cinese stesso. Nel XV Congresso nazionale del PCC del 1997 e la Nona Assemblea Nazionale Popolare (ANP). Verranno approvati nel Congresso nazionale un pacchetto di riforme non originali che sostanzialmente portano ad un ruolo minore ma effettivo dell’intervento statale in economia, giustificando teoricamente il mantenimento del “carattere socialista” del paese, invece per quanto riguarda riforme politiche per un più efficace funzionamento del sistema dei congressi nulla è stato fatto. Diversamente accade nell’ ANP che porta un insieme di riforme in campo economico e sociale, tra queste la massiccia ristrutturazione del dell’apparato burocratico. Nell’ insieme, il futuro delineato riguardava principalmente la stabilità, la quale funge da pre-requisito per lo sviluppo di ulteriori riforme: una stabilità integrata da interventi repressivi contro ogni minaccia sovversiva (come l’evento di piazza Tienanmen) e basato sui “Quattro principi cardinali” di Deng: • Sostegno dello spirito comunista; • Sostenere il sistema politico della dittatura democratica del popolo; • Sostenere la leadership del Partito Comunista; • Sostenere il pensiero marxista-leninista e quello di Mao Zedong. Tuttavia, questo binomio di stabilità-repressione verrà messo in discussione al decennale della crisi di piazza Tienanmen, dove Bao Tong mette in luce la contraddizione del perseguimento da un lato di una strategia economica flessibile e dall’altro una strategia politica rigida. Per questo nel 1999 verrà avviata una campagna sullo studio delle “tre enfasi” (condotta corretta, studio e politica) seguita nel 2000 la campagna per lo studio delle “tre rappresentatività” (cultura avanzata, forze produttive avanzate e interessi fondamentali del popolo). Entrambe queste campagne serviranno per presentare il PCC non solo come la mera guida delle aree più innovative e dinamiche dell’economia ma anche delle nuove élite emergenti economiche e tecniche. I primi anni 2000 saranno caratterizzati inizialmente dalle trattative e poi della firma nel dicembre del 2001 a Doha nel Qatar, per l’ingresso della Repubblica Popolare Cinese al WTO (World Trade Organization); poi tutta l’attenzione dal 2002 e nel corso del 2003 sarà data alla crisi della SARS che scuoterà l’apparato cinese evidenziandone le debolezze sia sul piano dell’organizzazione sociosanitaria e sia sui ritardi nei processi di sviluppo sulla trasparenza nel campo dell’informazione. Per questo al XVI Congresso nazionale del PCC e alla Decima dell’Assemblea Nazionale Popolare verrà messa una maggiore enfasi verso tutti quegli aspetti non meramente economici che, come dirà il Presidente Jiang Zemin, saranno orientati alla costruzione di una “società del benessere”, indispensabile per il raggiungimento dei fini del programma di riforme e per lo sviluppo. In generale, sarà un invito per il futuro che avrà come colonne portanti la stabilità, l’apertura al mondo esterno e la necessità di costruire una civiltà sia materiale che spirituale basata sull’intreccio tra legge e virtù28. Le conclusioni del Congresso e quelle dell’ANP hanno portato alla fine del processo di istituzionalizzazione, iniziate parzialmente con Deng Xiaoping e poi sviluppate e concluse da Jiang Zemin. Per quanto riguarda il ricambio generazionale politico, questo è avvenuto tra il 2002 e il 2003, periodo che ha visto gran parte del gruppo dirigente, che aveva governato fino alla morte alla morte di Deng, lasciare i propri incarichi e l’ultimazione di questo processo l’abbiamo nel 2004, con Jiang Zemin che lascia l’ultima carica in suo possesso, quella di Presidente della Commissione Militare; per lasciare il posto alla cosiddetta “quarta generazione”. La “quarta generazione”, caratterizzata dal binomio Hu Jintao (a capo del partito e dell’apparato militare dal 2004) e Wen Jiabao (capo del governo), sarà composta da persone nate tra il periodo 1941-56 che nella maggior parte dei casi in possesso di un’educazione terziaria e di conseguenza a differenza della precedente generazione sarà contraddistinta da una notevole competenza in materie economiche, di management, giuridiche e finanziarie. La nuova generazione superate la crisi emergenziale ha potuto finalmente iniziare a lavorare sull’agenda politica ed in particolare sui temi di apertura verso l’esterno, di consolidamento del ruolo del governo e quelli riguardanti le potenziali problematiche che potrebbero destabilizzare stabilità sociale. In quest’ottica la quarta sessione plenaria del Comitato Centrale tenuta il settembre del 2004, ha come risultato una maggiore consapevolezza delle problematiche esistenti e di una più chiara linea delle iniziative e riforme da seguire che verranno esemplificati nel documento” Risoluzione del CC del PCC sul rafforzamento delle capacità di governo del partito”. Il documento sottolinea alcune priorità da realizzare: • Migliorare metodi, meccanismi e sistemi per la direzione del partito e sulla costruzione economica; • Rendere la guida del partito compatibile “attraverso la legge” il sistema di governo del paese; • Fare in modo che il Marxismo continui a guidare il lavoro ideologico e teorico del paese per la costituzione di una ”cultura socialista avanzata”; • Avere una politica estera indipendente e pacifica attraverso una maggiore integrazione nel tessuto internazionale; Su queste direttive il governo centrale cinese lavorerà nei prossimi anni, in particolare sulla legislazione delle norme sulla nomina, selezione, controllo e rimozione dei dirigenti del partito e quelli di governo allo scopo di avere un governo più snello e dinamico, e in chiave futura, per renderlo più attrattivo il partito alle future classi di giovani talenti, inoltre saranno molteplici le riflessioni e dibattiti in ambito di governance che vedrà la redazione nel 2005 di un libro bianco intitolato “La costruzione della democrazia politica in Cina”30 che aveva come obbiettivo la costruzione della democrazia: • Conforme alle condizioni del paese, quindi una democrazia socialista basata sul popolo su guida del PCC; • basata sul sistema di dittatura popolale, la quale aveva il compito di vigilanza contro ogni potenziale minaccia antidemocratica; • collegata al centralismo, in cui le decisioni della maggioranza devono essere rispettate dalla minoranza; Continuando con l’evoluzione storica del paese di particolare importanza sarà il XVII Congresso Nazionale Popolare che sarà una tappa fondamentale per formazione di una nuova leva di dirigenti che prenderà il suo posto nel 2012 (XVII ANP del PCC) e in più sarà tracciato il percorso che il PCC dovrà definire per gli anni tra il primo e il secondo decennio del XXI secolo. Quando fu eletto Segretario nel Novembre del 2012, trovandosi all’età di 59 anni all’apice del partito comunista, Xi Jinping era una personalità politica in larga misura sconosciuta. Se dei restanti membri del neoeletto Politburo se ne conoscevano almeno le tendenze conservatrici, le esperienze passate e il generale pensiero politico, Xi, che in soli quattro mesi sarebbe divenuto anche Presidente e Capo Militare, rimaneva in tutto e per tutto un’incognita . Tuttavia, il principe rosso non lasciò né la Cina né il resto del mondo a lungo in attesa e dai suoi primi discorsi con la stampa esternò la nuova direzione che intendeva dare alla Cina e i contenuti della sua ambiziosa “via Cinese”. Fu nel Novembre del 2012 che il Segretario, rivolgendosi alle testate internazionali, accennò alle sue aspirazioni per un “risorgimento cinese”, riesumando le antiche memorie imperiali della Cina che prima di quel momento erano state mandate nel dimenticatoio dai precedenti leader. In seguito, ha spesso parlato di prosperità e progresso avvalendosi delle massime di Confucio, confermando così l’esistenza di un ponte tra l’inedita direzione che ha dato alla Cina e il passato storico di quest’ultima. Tuttavia, è anche questo sguardo all’indietro a costituire uno degli elementi di maggiore novità della proposta di Xi e che ha reso chiaro, alla Cina e al Mondo, che i suoi anni di mandato non sarebbero trascorsi nell’anonimato storico. Sempre in occasione di uno dei suoi primi discorsi il leader cinese ha poi parlato di “sogno” (meng 夢); vocabolo mai utilizzato da nessuna autorità del partito né con significato simbolico né tantomeno politico. Xi ha usato il termine in riferimento al suo obiettivo di “risveglio nazionale”: un ideale neo-nazionalista di sviluppo e prosperità che ha assunto il titolo divulgativo di Chinese dream47. Nella delineazione del “sogno cinese” Xi Jinping ha combinato gli ideali confuciani cinesi con lo spirito utilitaristico-acquisitivo del capitalismo moderno. Si tratta essenzialmente di un’operazione di cucitura tra la cultura folcloristica sinica e il “socialismo con caratteristiche cinesi” di Deng, in una nuova ideologia neo-nazionalista . In questo ricamo ideologico e politico che è il pensiero di Xi sono intessuti anche gli insegnamenti di Marx e Lenin e soprattutto la rivisitazione che ne ha dato Mao. Infatti, l’appello al “sogno cinese” non è altro che l’ultima tappa di quella lotta ininterrotta che il Pcc sotto Mao ha intrapreso contro le “contraddizioni”. Nel saggio Sulla Contraddizione Mao espone chiaramente quella che egli considerava la legge fondamentale della dialettica materialistica, ossia l’idea che il mondo reale fosse strutturato in coppie i cui elementi reagissero l’uno all’altro associandosi e opponendosi. È un continuo passaggio dalla dualità, all’unità, per tornare ad una nuova dualità e infine ad un’unità superiore: un’evoluzione continua e dinamica . Ogni tappa di ogni processo di sviluppo è segnata dal superamento di una contraddizione e, ad esempio, lo stesso Pcc sorge – in un’interpretazione materialistica della storia – dalla dialettica proletariato-borghesia. Il nuovo dualismo che Xi Jinping si impegna a risolvere è quello tra sviluppo e benessere. Ne è la riprova il fatto che per la prima volta dall’istituzione della RPC, al popolo cinese non è più chiesto di scarificarsi per la Cina ma di “sognare” insieme al Paese. Dopo un trentennio di crescita sbalorditiva, il nuovo obiettivo strategico è assicurare uno sviluppo che non sia squilibrato e inadeguato ma socialmente sostenibile. Questo punto è stato riaffermato nel 2017 al XIX Congresso Nazionale del PCC: «Il problema principale è che il nostro sviluppo è squilibrato e inadeguato. Questo è diventato il più grave fattore limitante nel soddisfare i crescenti bisogni del popolo per una vita migliore»52. La nuova Era per la Cina è un’era di sviluppo qualitativo più che quantitativo, un’era di sviluppo armonico, rispettoso dell’uomo ed ecocompatibile . Trascendendo dalle sole implicazioni nazionali, in uno sguardo più ampio il “sogno cinese” va inteso innanzitutto come contrapposto a quello americano, al sistema occidentale e ai suoi valori, in un tentativo di individuare la tipicità del modello cinese soprattutto dal punto di vista della sua cultura e civiltà. Proprio per trasformare il “modello cinese” in un prodotto confezionato ed esportabile, comprensibile e identificabile, Xi ritorna al rigore ideologico dei primi anni del partito e riprende la secolare tradizione cinese. Diversamente da Deng, che aveva posto lo sviluppo economico al centro dell’azione politica, Xi Jinping ripropone gli imperativi e gli assiomi comunisti sostenendo che la preservazione dell’autenticità del socialismo è altrettanto importante quanto la costruzione economica . Diversamente da Mao, che aveva sconsacrato i precetti confuciani e destoricizzato il paese, Xi ripropone quelle stesse massime nei suoi discorsi politici, parla della costruzione di una “società armoniosa”, e usa la tradizione come nuovo collante nazionalistico. Dare un’immagine chiara e definita della Cina è una priorità non solo nazionale ma propedeutica alla presentazione del Paese nel palcoscenico internazionale. Qui s’inserisce la seconda formulazione di Xi Jinping, il cui impatto è questa volta globale: il “grande rinnovamento della nazione cinese”, ossia il ritorno alla concretezza delle grandi potenze globali, per fare della Cina il leader di un mondo nuovo visto come una “comunità dal comune destino” che punti alla pace e alla prosperità. Una grande ambizione che è legata a doppio filo con l’appena menzionata retorica del “sogno cinese”: l’ideologia con tratti nazionalistici che è carburante e forza motrice della via proposta da Xi. L’attuale Segretario ha l’aspirazione di proiettare la Cina in una nuova epoca dove detenga la posizione internazionale che le spetterebbe di diritto coerentemente al suo glorioso trascorso imperiale . I toni forti e intrisi di rimandi patriottici hanno portato alcuni autori a definire le aspirazioni di Xi neocolonialiste. Si è insistito sulla somiglianza tra il nazionalismo fomentato da Xi e il trend generale di chiusura che si è diffuso negli ultimi, e che lo stesso leader cinese dice di voler contrastare. Ma soprattutto le aspirazioni di rinascita e grandezza nazionale – dalle derive quasi paniche – hanno lasciato contradetta parte dell’opinione internazionale, incapace di giustificare i forti parallelismi con quelle stesse pratiche imperialiste ed egemoniche occidentali a cui il Partito dice di opporsi. L’ideologia promossa da Xi è volta alla produzione di un tessuto ideologico nazionalistico che favorisca la promozione dell’unità territoriale (minacciata dall’indipendentismo taiwanese), la limitazione dell’influenza Occidentale, e l’instillazione dell’orgoglio nazionale nel popolo cinese. Eppure, il caso cinese rimane molto distante da quei nazionalismi che degenerano nei deliri sovranisti cui assistiamo globalmente. È lontano e antitetico a quel campanilismo di cui la Brexit ci ha dato un esempio, e allo sciovinismo autarchico incarnatosi perfettamente nell’ascesa presidenziale di Trump. Tale diversità risiede nel fatto che la visione di Xi non è isolazionista né protezionistica. Al contrario, la Cina di Xi ha avviato una politica di apertura inedita fino ad ora, enunciando il proprio impegno a promuovere il commercio internazionale e a collaborare con le altre nazioni per accrescere l’economia mondiale e incrementare la prosperità diffusa. Sotto il nuovo Presidente il Paese si sta impegnando attivamente negli affari mondiali, principalmente nel quadro delle Nazioni Unite . A tal proposito è significativa la dichiarazione di Xi Jinping in occasione del G20. Questo si inserisce nella nuova politica internazionale di Xi che insieme ai “quattro principi comprensivi” dovrebbe guidare l’azione del Pcc per i prossimi trent’anni. Vi è un nuovo metodo di intendere le relazioni internazionali che da la massima rilevanza alla sicurezza e allo sviluppo comune tramite la cooperazione e il mutuo vantaggio. Il progetto della Nuova Via della Seta sintetizza perfettamente questo spirito mutualistico che si staglia dietro il ritrovato attivismo internazionale cinese. Questa stessa assertività internazionale è ciò che espone la Cina ad essere categorizzata facilmente come una grande potenza revisionistica che mira semplicemente a sostituire gli Stati Uniti. Tuttavia, ci sono alcune importanti considerazioni da fare. La prima è che nei punti e nelle linee strategiche del Partito vengono negate puntualmente le tendenze espansionistiche e si parla della persecuzione di ogni obiettivo in un quadro di “sviluppo pacifico”. Ovviamente, sarebbe anche altamente improbabile che un paese dichiarasse nei propri documenti ufficiali l’opposto. Il secondo punto riguarda l’influenza esercitata dal confucianesimo e il ritrovato spazio che Xi ha deciso di concedergli. Sin dai tempi più antichi fino alla dinastia dei Qing, il confucianesimo era fonte di ordine sociale e strumento di sicurezza nazionale, indispensabile per gestire un impero multietnico, multinazionale e vastissimo quale quello celeste. La Dinastia Qing decise di «conservare l’unità nella diversità», ed allo stesso modo il Partito comunista di Xi ha scelto di utilizzare Confucio non solo come fonte di orgoglio nazionale ma come modello per un impianto delle relazioni internazionali che precluderebbe le derive egemonico-conflittuali occidentali. Confucio condannava l’uso della forza per la risoluzione dei conflitti e promuoveva invece l’armonia come arma per risolvere le differenze. Nella società internazionale, che dalla pace di Vestfalia è abituata a dover fare i conti con un sistema strutturalmente anarchico, la proposta cinese è rivoluzionaria. Non si può pensare infatti che le decisioni di Xi Jinping non avranno conseguenze profonde sull’intera comunità internazionale. Come scrive A. Catone, «la nuova Era, non riguarda solo la Cina ma il mondo intero» . La Testa del Pcc suggerisce una risposta alla crisi della globalizzazione imperialista che – agli occhi di molti – invece di muoversi verso una maggiore interconnessione e collaborazione sta regredendo nel sovranismo e nel protezionismo. Quella di Xi è una proposta politica, economica e culturale di universalismo, cooperazione e riconoscimento della diversità, che si muove sul piano nazionale, regionale e globale per assecondare in maniera organica la trasformazione dell’ordine internazionale. La Nuova Era di Xi chiaramente comincia in Cina e la sua declinazione a livello internazionale è sia la naturale estensione di un progetto innanzitutto nazionale che la risposta a quel patriottismo imperiale che rivuole il Paese al centro delle dinamiche globali. Dunque, è fondamentale iniziare dalla dimensione locale in parte perché la proposta di Xi alla società globale è modellata sugli obiettivi nazionali e poiché la strategia interna ed esterna del partito sono ad oggi interconnesse. La visione strategica di Xi Jinping prospetta per la Cina: il raggiungimento di uno sviluppo sufficiente ad assicurare un livello di benessere diffuso, l’implementazione di un moderno sistema socialista e la definitiva trasformazione della Cina in «un paese socialista moderno basato su armonia, bellezza e civiltà democratica». Obiettivi da raggiungere rispettivamente entro il 2020, il 2035 e il 2049, anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese. Nella pratica, questo si è tradotto – oltre che in politiche di più ampio respiro per le aziende private e di maggiore apertura verso l’esterno – nella costruzione di un’ideologia nazionalistica di sostegno e soprattutto nel rafforzamento della struttura partitica. Per evitare che il partito non costituisca più un potenziale fattore frenante della visione del leader, come successe per Mao Tse-Tung, ma ne sia anzi il braccio operativo, tra i 14 punti elencati al 19° Congresso Nazionale che stanno alla base del pensiero di Xi ben 10 sono riservati al perfezionamento dell’apparato partitico e delle sue capacità di governance. Un sistema politico-partitico efficiente rientra anche nell’immagine rinnovata che il segretario vuole dare della Repubblica Popolare Cinese agli albori della “Nuova Era”. La vera sfida di Xi Jinping non è la semplice individuazione del quadro socio-istituzionale più adatto a rispondere ai problemi di oggi, ma farlo esibendo una “saggezza cinese” (Zhongguo zhihui, 中国智慧) da proporre agli altri Stati come nuovo strumento per affrontare le loro esigenze di governo e sviluppo. Dietro alla costruzione di una macchina di partito efficace, alla lotta contro la corruzione e al riformismo in ogni campo, risiedono le necessità di ottenere quei successi che possano dimostrare l’efficienza della via cinese e di costruire un modello che sia riconosciuto come legittimo, credibile e attraente. Difatti, Xi ha rivitalizzato e rafforzato le funzioni del Pcc, avviato un’aggressiva campagna contro la corruzione, e si è adoperato per una maggiore istituzionalizzazione al fine di massimizzare la ricettività degli organi consultivi leninisti. Operazioni che hanno un duplice obiettivo: fattuale, per l’effettivo miglioramento delle pratiche di governo, e pubblicitario, per dimostrare l’efficacia della “via cinese”. Perciò, le sfide della Cina, che in larga parte sono le odierne sfide globali, fungeranno in una certa misura da palcoscenico di prova per verificare la realizzabilità della proposta cinese. La Cina sotto l’impulso del nuovo Presidente Xi Jinping ha cominciato a volgere lo sguardo verso il panorama internazionale con un approccio inedito. In un momento in cui la comunità mondiale brancola nell’incertezza, la leadership americana rischia di assottigliarsi – erosa dalla svolta sovranista di Trump – e le tendenze protezioniste prosperano tra il moltiplicarsi dei populismi, il Presidente Xi si presenta con una proposta dal carattere globale di cooperazione e sviluppo. Contro un modello di società internazionale – a suo avviso – fin troppo incapsulato nel monismo valoriale occidentale e nell’integrazionismo forzato dei dettami liberaldemocratici, il “sogno cinese” di Xi offre un’alternativa fondata sulla libera coesistenza, la diversità e la costruzione di una società armoniosa. È un progetto di ripensamento della globalizzazione per risolvere definitivamente l’incompatibilità tra progresso e benessere diffuso, per rendere lo sviluppo sostenibile e, soprattutto, fattivamente raggiungibile da tutti i Paesi. È un progetto di cooperazione intensa e di soluzioni globali a problemi globali, quale – ad esempio – la Nuova Via della Seta che unisce più di cento Paesi, altrettante organizzazioni internazionali e multinazionali. Tuttavia, i timori riguardanti l’internazionalismo assertivo della Cina non sono assenti. Le dichiarazioni di Xi sono imbevute di una retorica nazionalista ed egli non nasconde che intende riportare la Cina ai fasti di un tempo, nella posizione centrale che occupava nel periodo imperiale. Dunque, la reale direzione che il leader cinese intende perseguire rimane opaca ma può essere in parte schiarita analizzandone la sorgente teorica. La spinta alla cooperazione di Xi perde infatti la caratterizzazione imperialistica che alcuni autori hanno voluto imprimergli, se letta alla luce della cultura confuciana che Xi ha rivitalizzato. La filosofia di Confucio è un’etica sociopolitica che scansa l’uso della forza ma soprattutto che si fonda sulla coesistenza come principio cardine che precede l’esistenza stessa. In quest’ottica, la risposta più sensata da parte della comunità internazionale alle iniziative della Cina sarebbe l’apertura e il mutuo supporto. La Cina non è, infatti, interessata a un internazionalismo coercitivo che sfoci nell’integrazione di istituzioni e valori. La matrice culturale (i precetti confuciani) è solo un’ulteriore conferma di un attitudine, volta più alla pacifica coesistenza che all’integrazione forzata, che la Cina ha già manifestato nella gestione delle dinamiche di regionalizzazione, nell’Asia Centrale e soprattutto nel Sudest Asiatico. La rinnovata importanza che Xi ha dato ai concetti di “società armoniosa”, “comunità dal comune destino” e “politica mondiale” (invece che “internazionale”) sottolineano un nuovo approccio alla gestione delle dinamiche globali e dei rapporti interstatali, che non mira all’imposizione di un apparato sovrannazionale che depauperi gli Stati delle loro prerogative. Al contrario, Xi Jinping vuole una società internazionale unita dalla comunanza di interessi e dal rispetto reciproco, ma consapevole dell’ecosistema d’interdipendenza in cui è inserita, e pronta a gestirlo. A riprova di questo è il tentativo cinese, da vent’anni a questa parte, di rinforzare l’istituzione delle Nazioni Unite per preservare le autorità nazionali dalla radioattività di globalizzazioni multiple. Certamente, pari rilievo deve esser dato alla ripresa del rigorismo marxista. Il pericolo che il fanatismo comunista xijinpinghiano incarna non riguarda tanto la rischiosa incompatibilità tra i sistemi capitalistici ed uno comunista, dato che – di fatto – il socialismo a caratteristiche cinesi di realmente marxista ha ben poco. Soprattutto è il rafforzamento del legame politica-ideologia a costituire una potenziale minaccia. Xi Jinping sta utilizzando il marxismo – e la retorica confuciana legata al concetto di tanxia – come cemento sociale nella costruzione di un’ideologia neo-nazionalista che sia di supporto alla mobilitazione civile e al forte senso di collettività necessari per gli ambiziosi progetti del Partito. Perciò, nonostante Xi prema sul rispetto della diversità e sulla coesistenza pacifica in ambito internazionale, non si può sottovalutare il forte potenziale radicalizzante esercitato dalle ideologie, che rischia di inficiare pesantemente la fattibilità di una collaborazione pacifica, basata sui mutui interessi e scevra di scontri valoriali. Le ideologie hanno la scomoda reputazione di estremizzazione il conflitto e cristallizzare il dialogo politico rendendo impossibile compromesso e mediazione. Aspetti che si scontrano con l’ipotesi di un piano di cooperazione e collaborazione internazionale, che presuppone l’incontro e il dialogo fra più progettualità diverse. Alla luce di queste considerazioni emerge che, indubbiamente, la risposta alle pressioni della Cina non può ridursi a un cieco incoraggiamento delle sue iniziative e, viceversa, neanche a un rifiuto aprioristico. La cooperazione con la Cina, nei termini posti dalla Cina (mutualismo e rispetto), costituisce un’immensa opportunità prima che una minaccia. Nondimeno è necessario che sia affiancata da un attento lavoro diplomatico e che sia un processo amministrato con prudenza, in cui i Paesi occidentali siano in grado – facendo blocco comune – di preservare le proprie istanze e valori.



