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Usa-Iran, di nuovo bombe: l’epilogo di una tregua destinata a fallire

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
11 de julio de 2026
in Editorial
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Usa-Iran, di nuovo bombe: l’epilogo di una tregua destinata a fallire
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato pubblicamente che il cessate il fuoco e il memorandum d’intesa con l’Iran sono finiti. “Non voglio più avere a che fare con loro: sono feccia”, ha detto Trump a margine del vertice NATO, accusando Teheran di violazioni sistematiche dell’intesa dopo una notte di intensi attacchi. Nella notte tra il 7 e l’8 luglio gli Stati Uniti hanno colpito oltre 80 obiettivi iraniani (sistemi di difesa aerea, radar e decine di imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione nello Stretto di Hormuz) in risposta agli attacchi del regime contro tre petroliere. L’Iran ha replicato tentando di colpire le basi militari americane in Bahrein e Kuwait. Lo stesso è accaduto stanotte. Queste azioni hanno definitivamente fatto saltare la fragile intesa siglata appena tre settimane fa. Il 17 giugno, infatti, Trump aveva celebrato a Versailles la firma del Memorandum di Islamabad insieme al presidente iraniano Masoud Pezeshkian. L’accordo prevedeva la fine immediata delle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz, l’avvio di negoziati sul programma nucleare e un parziale sblocco di asset iraniani congelati. Sembrava la via d’uscita dalla guerra iniziata a febbraio con gli attacchi americani e israeliani che avevano ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e innescato una spirale di ritorsioni, chiusura dello stretto e coinvolgimento di Hezbollah in Libano. Ma era ovvio fin dall’inizio che quell’intesa fosse farlocca. Subito dopo la firma, analisti, diplomatici, osservatori internazionali e giornalisti avevano espresso forti dubbi: il testo dell’accordo era vago, privo di meccanismi credibili di verifica e enforcement, e poggiava su una fiducia assolutamente inesistente tra due avversari storici. Così le violazioni si sono accumulate in fretta. L’Iran ha continuato a imporre rotte controllate e pedaggi nello Stretto, gli Stati Uniti hanno talvolta continuato ad utilizzare strike difensivi, Israele ha operato in Libano nonostante le ambiguità (secondo gli iraniani sì, secondo gli USA no) sull’inclusione del fronte libanese nel cessate il fuoco. Entrambe le parti hanno accusato l’altra di malafede, esattamente come previsto da chi, già a metà giugno, parlava di una tregua tattica (forse più comoda al regime di Teheran che agli USA) più che di una pace duratura. In questo caso bisogna dire con onestà intellettuale che lo stile negoziale di Trump, fatto di minacce esistenziali alternate ad annunci trionfali, ha prodotto un accordo di carta, utile forse a calmare i mercati per qualche settimana ma privo di fondamenta per una concreta risoluzione del conflitto. Chi aveva ragione sin da subito erano proprio coloro che, dopo la firma a Versailles, avevano sottolineato la fragilità del patto e la mancanza di volontà politica reale da entrambe le parti per un compromesso vero. Oggi torna prepotente il rischio di una escalation. Trump ha lasciato intendere nuovi attacchi, la possibile invasione dell’isola di Kharg (boots on the ground? Sarebbe una mossa irreversibile…) e il ripristino del blocco navale. I prezzi del petrolio sono già tornati a salire provocando ripercussioni globali immediate. Il Medio Oriente torna sull’orlo del baratro e la diplomazia americana conferma, ancora una volta, che i deal del tycoon spesso si rivelano più show mediatico che strategia di lungo periodo. La guerra, in pratica, non si è mai davvero fermata. E ora lo sanno tutti.

Alessandro Bonelli

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