Giovanni Cardone
La prima domanda che mi sono posto con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca quali saranno i rapporti con l’America Latina ? Diventeranno una sola nazione ? Dalla fine della Seconda guerra mondiale aveva generato una situazione inedita nello scenario politico internazionale. La vittoria degli Alleati comportò, da una parte, il fallimento dell’esperienza totalitaria nazifascista e, dall’altra, il tracollo politico ed economico dell’Europa di fronte all’ascesa incontrastata di due superpotenze mondiali come Stati Uniti e Unione Sovietica. L’inedito scontro bipolare, che avrebbe infiammato i successivi quarantacinque anni di storia, non si reggeva solo su basi prettamente ideologiche, ma anche su rivendicazioni geopolitiche. Nei primi anni del dopoguerra, infatti, le due superpotenze cercarono di consolidare il loro predominio sulle proprie aree di influenza e si prepararono ad affrontare le sfide che le aspettavano all’orizzonte. Se l’Europa orientale divenne una rigida roccaforte sovietica agli ordini di Mosca, l’influenza di Washington non si estendeva soltanto all’Europa occidentale, ma anche a sud dei suoi confini territoriali, in America Latina. Non si possono comprendere e spiegare gli ultimi due secoli del continente americano senza considerare il ruolo determinate che hanno assunto gli Stati Uniti in questa regione. Le relazioni intraprese tra il paese a stelle e strisce con i paesi latino-americani alla fine del secondo conflitto mondiale furono solo una delle tante fasi di una lunga storia diplomatica iniziata nei primi anni dell’Ottocento. In quegli anni, la futura potenza nordamericana era ancora un paese giovane, legato economicamente e politicamente all’Europa, in particolar modo, alla prima potenza mondiale, cioè la Gran Bretagna, la quale, seppur risentita dalla rivoluzione americana, conclusa nel 1783, e dalla guerra angloamericana, combattuta tra il 1812 e il 1815, si propose di ristabilire timide relazioni e, in certi casi, di collaborare con la sua ex colonia, specialmente nel contesto latino-americano. In quel periodo, infatti, le istituzioni ispanico-americane, galvanizzate dalle spinte indipendentiste che preoccupavano non poco la madrepatria spagnola, erano comunque afflitte da enormi problemi strutturali che le rendevano una preda facile, in ottica espansionistica, per le altre potenze europee. Se, in precedenza, le attenzioni dell’establishment americana si rivolgevano principalmente all’Europa, al tempo, il centro nevralgico delle relazioni internazionali, le sempre più crescenti difficoltà dell’impero spagnolo in Sud America e i moti rivoluzionari che stavano cominciando a manifestarsi nell’area in quel periodo indussero gli Stati Uniti a promuovere una politica completamente diversa con l’obbiettivo di rivaleggiare con l’Europa sul piano internazionale. Le relazioni intraprese con il subcontinente divennero fondamentali per il paese nordamericano con la Dottrina Monroe del 1823. Oggi ribattezzata da Trump Dottrina Don Monroe. Secondo la dottrina elaborata dal Segretario di Stato Quincy Adams e illustrata dal presidente James Monroe, gli Stati Uniti esprimevano apertamente la loro volontà di non intromettersi nelle questioni discusse dalle grandi monarchie assolute del Vecchio Continente, considerate vetuste e ancorate al passato, ma, di contro, negavano ad esse ogni coinvolgimento nelle repubbliche che stavano nascendo nel Nuovo Mondo, considerate il modello di civiltà democratica del futuro. Intrisa di eccezionalismo americano, la dottrina intendeva abbandonare la vecchia visione isolazionista proposta dall’ex presidente Thomas Jefferson, per adottare un nuovo approccio necessario sia a prevenire le incursioni europee, di stampo revisionista, in America Latina, sia a creare vantaggiose relazioni unilaterali con i vicini del Sud. Facendosi portavoce delle volontà indipendentiste delle colonie nell’America Latina, con il famoso slogan “l’America agli americani”, gli Stati Uniti, al tempo ancora una potenza regionale, cercarono di imporsi sullo scenario internazionale non tanto per solidarizzare o simpatizzare con gli altri popoli della regione, ma per imbastire una difesa emisferica, in funzione antieuropea, in modo da egemonizzare in futuro il proprio dominio sul continente. Non si voleva solo limitare le incursioni extra americane, descritte come un pericolo per la sicurezza nazionale, ma ci si autoproponeva come garanti dei rapporti intrapresi dai nuovi stati americani con le potenze europee. L’ambiziosa dottrina, oltre a non avere nessun valore internazionale, fu accolta in Europa con derisione e disappunto per tutto l’Ottocento, sia perché gli Stati Uniti non erano ancora attrezzati per poter imporre efficacemente la propria volontà su un territorio così vasto e complesso, sia perché non precluse effettivamente la possibilità agli Stati europei, non abituati a interloquire alla pari con competitor extra europei, di intervenire in America Latina in molte altre occasioni future. La missione civilizzatrice a difesa dei popoli martoriati dalle monarchie e dal clero, di cui le amministrazioni statunitensi amavano ripetere negli anni, rimase comunque solo un principio teorico perché, di fronte alla influenza e allo strapotere europeo, gli interventi militari nella regione furono sempre più frequenti, dirompenti e necessari per salvaguardare i loro interessi strategici nell’area, investendo dapprima il Messico, poi i Caraibi e, infine, tutto il continente. Dopo la guerra ispano-americana del 1898 e il conseguente inizio formale dell’imperialismo statunitense, la dottrina Monroe diventò l’indirizzo principale della politica estera degli Stati Uniti e il simbolo della sua espansione a sud del continente. Con il riconoscimento degli Stati Uniti come grande potenza mondiale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la dottrina verrà, in seguito, arricchita dal cosiddetto corollario Roosevelt, enunciato, dopo la crisi venezuelana e dominicana, dal presidente Theodore Roosevelt al Congresso nel 1904. Se la dottrina Monroe aveva stabilito dei punti cardine su cui orientare la propria attività diplomatica, rimarcando le differenze esistenti tra la vecchia Europa e l’America repubblicana, il corollario Roosevelt rimarcò esplicitamente gli obbiettivi che si intendevano raggiungere attraverso la prevenzione o l’interventismo. Secondo il corollario, gli Stati Uniti, come gli Stati europei, avevano il prestigioso compito di stabilizzare e civilizzare i paesi del Terzo Mondo, intervenendo a sostegno della pace e della prosperità socioeconomica di quei paesi. Nello specifico, gli Stati Uniti si autoimponevano il ruolo di poliziotti e vigilanti dell’emisfero occidentale, intervenendo nei paesi del sud ogni qual volta servisse ristabilire l’ordine politico istituzionale, risolvere crisi economiche o, più semplicemente, eliminare qualsiasi minaccia che potesse intaccare gli interessi statunitensi. Il banco di prova del nuovo corollario fu la Repubblica Dominicana: la Casa Bianca costrinse il paese caraibico a subire pesanti limitazioni alla propria sovranità, tra cui il controllo delle proprie dogane o del debito pubblico, in modo da ripagare i propri debiti con gli investitori stranieri e per risolvere la grave crisi economica interna. La linea dura proposta della big stick, attuata prima per via diplomatica, poi, nei casi estremi, se quel paese non avesse rispettato i dettami di Washington, anche per via militare, avrebbe cominciato, negli anni successivi, a creare non poche preoccupazioni negli ambienti politici latino-americani, già ampiamente consapevoli di essere legati a doppio filo, sia politicamente, sia economicamente, al vicino del Nord. Le rassicurazioni pervenute dai diplomatici statunitensi attraverso il dialogo panamericano non riuscirono a contenere l’emergere dei primi sentimenti antistatunitensi, in particolar modo negli ambienti nazionalisti latino-americani, totalmente contrari al capitalismo, al liberalismo e alla stessa democrazia rappresentativa tipica dei paesi anglosassoni. egemonia di Washinton sull’area venne accentuata negli anni Trenta non solo dalla situazione economico-finanziaria mondiale post-1929, che costrinse i partner europei ad abbandonare il continente, ma anche da una fitta rete di regimi militari o dittatoriali perfettamente allineati agli interessi statunitensi. Malgrado ciò, più gli anni passavano, più ci si rese conto che il corollario Roosevelt non aveva creato solo costose operazioni militari, ma risultarono pure inefficaci, quasi controproducenti, a garantire la stabilità e sicurezza, costringendo gli Stati Uniti, in un periodo di grave recessione economica, a lunghi o frequenti interventi correttivi nei paesi del continente. Alla vigilia dello scoppio della Guerra del Chaco, combattuta tra Bolivia e Paraguay tra il 1932 e il 1935, il presidente Franklin Delano Roosevelt proverà a distendere gli animi continentali abbandonando la dura politica interventista del cugino per adottare una politica molto più equilibrata ed egualitaria, chiamata da lui stesso con il nome di Good Neighbor Policy “Politica di Buon Vicinato”. Ispirata ad alcuni principi già formulati dall’ex presidente Herbert Hoover, aveva l’obbiettivo di riallacciare i rapporti, da tempo logorati, tra gli Stati Uniti, una grande potenza in ascesa nonostante la Crisi del 1929, e i paesi latinoamericani, in estrema difficoltà economica, attraverso il non intervento e il multilateralismo. L’atteggiamento propositivo dell’amministrazione americana, favorito, in parte, anche dal disimpegno dei paesi europei, si scontrava, tuttavia, con il sempre più forte nazionalismo latino-americano, i cui cavalli di battaglia, legati da un sentimento antiamericano covato nei trent’anni precedenti, furono la lotta all’imperialismo, il dirigismo statale in ambito economico, la salvaguardia della sovranità nazionale e, negli ultimi anni, una certa ammirazione, da parte degli ambienti più conservatori e reazionari, verso quei nuovi regimi fascisti che stavano nascendo in Europa. Se le gravi crisi internazionali degli anni Trenta, le quali mostrarono al mondo l’incapacità e l’inefficacia della Società delle Nazioni in seguito agli illustri abbandoni da parte della Germania nazista e del Giappone, indussero gli Stati Uniti e i paesi latino-americani a promuovere molto di più il dialogo panamericano, la corsa agli armamenti e la politica aggressiva adottata dai regimi totalitari europei, anche nel subcontinente americano, costrinsero Roosevelt a ripensare totalmente alla sua politica conciliatrice elaborata qualche anno prima. La politica interventista riproposta da Washington alla fine degli anni Trenta permise di salvaguardare le materie prime e le fonti di approvvigionamento indispensabili per l’industria della difesa contro le mire espansionistiche delle potenze dell’Asse. Se la guerra alla Germania nazista e al Giappone verrà strumentalizzata dalla Casa Bianca per imbastire un sistema di difesa regionale che preservasse i propri interessi strategici nel continente, l’ammirazione latino-americana per l’ideologica nazifascista non venne, d’altro canto, smorzata e fu, insieme ai rapporti commerciali intrapresi con le potenze dell’Asse, una delle ragioni che porterà, per esempio, l’Argentina a non schierarsi apertamente nel conflitto, mantenendo la sua apparente neutralità quasi fino alla fine delle ostilità. Nonostante le pressioni economiche e politiche impartite dal vicino del Nord, il lungo scontro istituzionale, prima con Ramón S. Castillo, l’ultimo presidente della Concordancia, poi arrivato al culmine con gli ambiziosi generali del Grupo de Oficiales Unidos (GOU), fu legittimato e sostenuto internamente anche dal popolo argentino, composto, in gran parte, da immigrati di origine italiana, che si dimostrarono estremamente diffidenti di fronte alle promesse statunitensi e dubbiosi della vittoria alleata nella guerra. Di fronte alla ostinata reazione argentina, gli Stati Uniti isolarono il paese, negando finanziamenti e rompendo le relazioni diplomatiche. Tuttavia, non tutti i paesi latino-americano seguirono le direttive del gigante nordamericano, sintomo del fatto che la politica statunitense non fu accettata all’unanimità come si provò a farla passare a livello internazionale. Infatti, se l’amministrazione americana dava opportunamente appoggio a qualsiasi governo che collaborasse con gli Alleati al di là dell’orientamento o della visione politica, l’adesione alleata da parte dei paesi latinoamericani fu dettata essa stessa da ragioni opportunistiche: se lo stato di neutralità permetteva, all’inizio del conflitto, di stringere vantaggiosi accordi commerciali con entrambi gli schieramenti, appoggiare in seguito gli Alleati permetteva, oltre a schierarsi dalla parte dei vincitori della guerra, di non perdere i finanziamenti e le agevolazioni in ambito difensivo garantiti dal Lend-Lease Act, una legge che permise, attraverso una speciale proroga dei pagamenti a favore dei propri cobelligeranti, di agevolare il commercio degli armamenti statunitensi. Con la fine del secondo conflitto mondiale e l’inizio della guerra fredda, gli Stati Uniti, ormai senza concorrenti extra-americani in America Latina, poterono imporre facilmente la propria supremazia e le proprie politiche sui vicini del Sud, adottando diverse misure preventive, tra cui la stipula del Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) nel 1947 e la creazione dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) nel 1948. Tutte le precauzioni adottate erano utili a limitare che l’influenza sovietica potesse espandersi in quello che consideravano il loro patio trasero (“cortile”). Malgrado ciò, oltre a rendere sempre più palese la scarsa forza negoziale dei paesi latinoamericani di fronte ad uno scenario internazionale dominato dalle due superpotenze mondiali, le conferenze svoltesi negli anni successivi fecero emergere sempre più le profonde divisioni che esistevano tra il paese a stelle e strisce, vincitore della guerra e divenuto grande potenza mondiale, e i paesi latinoamericani, ormai succubi dell’influenza della Casa Bianca. Se i paesi latino-americani poterono creare un organismo regionale all’interno delle Nazioni Unite (ONU), la neonata organizzazione internazionale sorta sulle ceneri della Società delle Nazioni, furono, tuttavia, costretti successivamente ad appoggiare, seppur criticandola, la formazione di un suo organismo superiore, il Consiglio di Sicurezza, il quale distrusse qualsiasi possibilità di mediazione tra gli stati su un piano di parità. Inoltre, anche se fu danneggiata solo marginalmente dal conflitto mondiale grazie all’apporto finanziario statunitense, l’America Latina, nel dopoguerra, fu soggetta ad una grave recessione economica che costrinse l’intera area ad affidarsi, senza possibilità di scelta, al potente vicino del nord. Le cause rinvenibili furono principalmente due: da una parte, gli aiuti elargiti dagli Stati Uniti cominciarono ad essere indirizzati maggiormente verso quei paesi europei distrutti dalla guerra che invocavano grossi investimenti per la loro ricostruzione; dall’altra parte, in una Europa post-bellica, fu difficile per i paesi latino-americani coinvolgere il grande mercato europeo e/o altri partner commerciali rilevanti in modo da diversificare e non dipendere interamente da un solo grande attore. Nonostante i cambiamenti geopolitici internazionali, l’America Latina rimase una regione fondamentale per la potenza nordamericana: oltre a rappresentare i due quinti dei voti alle Nazioni Unite (ONU), fu uno dei principali mercati di import-export e fu, assieme al Canada, l’area in cui si concentravano maggiormente gli investimenti delle aziende statunitensi. La dipendenza nordamericana dalle materie prime e dalle risorse naturali latinoamericane, come il petrolio, era strettamente collegata alla sua stessa stabilità. La grande importanza che rivestiva la regione per il vicino del Nord, in quanto grande hub di esportazione, veniva, tuttavia, controbilanciata da uno scarso interesse per lo sviluppo dell’area. Essendo divenuto una grande potenza mondiale, il paese a stelle e strisce non possedeva più preoccupazioni regionali, ma globali. La vittoria alleata, assieme ad una crescente urbanizzazione e ad una intensa industrializzazione della regione, generarono le condizioni favorevoli per una forte ondata democratica e posero le basi per una vivace partecipazione politico-sociale: la mobilitazione sociale delle classi popolari e il sindacalismo nel mondo del lavoro furono il traino per l’approvazione di ampie riforme sociali che garantirono sia migliori condizioni di lavoro, sia una maggiore apertura democratica. Queste riforme, favorite da un piccolo spostamento a sinistra dello spettro politico internazionale, furono sostenute energicamente anche dai partiti comunisti, mai così forti e legittimati dopo la grande vittoria contro il nazifascismo nella Seconda guerra mondiale. In questo scenario, Washington divenne, indirettamente, un sostenitore di un, seppur piccolo, processo di democratizzazione della regione: la radio e la stampa, difatti, non mostravano soltanto la forza ormai egemone degli Stati Uniti nel mondo, ma diffondevano i valori stessi del liberalismo statunitense. I fenomeni democratici che si stavano verificando in quel periodo furono così potenti da riuscire, spesso con l’aiuto dei militari stessi, ad estromettere alcuni dittatori ormai senza molti appoggi istituzionali. Tra tutti, il caso più eclatante fu il Brasile, in cui si pose fine al regime Estado Novo di Getúlio Vargas con il beneplacito degli Stati Uniti. Tuttavia, i cambiamenti della politica internazionale, influenzata dai primi scontri tra le due superpotenze mondiali, in particolar modo, durante il Blocco di Berlino del 1948, fecero pendere irrimediabilmente verso destra anche la politica a livello nazionale. Infatti, queste prime tendenze democratiche furono stroncate brutalmente dalle forti misure reazionarie attuate dalla classe dirigente e dalle élite economiche latinoamericane alla fine degli anni Quaranta, grazie al supporto, diretto o indiretto, degli Stati Uniti. In tutti i paesi, furono arrestati i leader sindacali, furono promulgate leggi contro il diritto allo sciopero e furono rese illegali tutte le organizzazioni e i partiti di stampo comunista. Secondo l’intelligence statunitense, invitare la classe dirigente locale a promuovere inizialmente delle timide concessioni alla popolazione era utile, oltre che a tamponare preventivamente la “deriva” democratica e il fermento nazionalista antiamericano, per ripristinare adeguatamente lo status quo originario e per arginare efficacemente il forte richiamo comunista che avrebbe potuto destabilizzare la regione. Il comunismo, come il fascismo durante la Seconda guerra mondiale, rappresentava una ideologia politica inconciliabile con i principi della democrazia statunitense. Tuttavia, se quella democrazia si rilevava fragile e non preservava efficacemente gli interessi strategici di Washington, saper riconoscere e sostenere, sia politicamente sia strategicamente, alcuni regimi militari, come quello del Perù e del Venezuela, rappresentava uno strumento estremamente più efficace per combattere il comunismo sovietico. Perciò l’eliminazione, per esempio, di ogni presunta infiltrazione comunista nei sindacati latinoamericani, non fu seguita da una oculata campagna di difesa e di promozione dei principi democratici perché ritenuti funzionali allo scopo. Tra l’altro, nonostante la limitata democraticità delle istituzioni continentali, mantenere un rapporto stabile e proficuo con un nutrito numero di paesi latinoamericani, al di là della loro specifica situazione interna, era fondamentale per sviluppare un grande progetto multilaterale. Questo approccio permetteva di esportare le materie prime fondamentali nel Primo Mondo e tutelare i monopoli delle multinazionali statunitensi che operavano nell’area, in particolar modo nei settori del petrolio, del rame, dello zucchero e dei trasporti. Alla fine degli anni Quaranta e per tutti gli anni Cinquanta, preservare i regimi antidemocratici fu percepito «come il migliore strumento per proteggere gli interessi statunitensi» . Ciononostante, secondo Loris Zanatta, le cause della fallita democratizzazione dell’area non possono essere ricercate solamente nella politica estera della guerra fredda e nell’anticomunismo di Washington: le cause restauratrici furono facilitate anche da una scarsa cultura democratica nella regione, da istituzioni estremamente fragili, da una spiccata tendenza all’accentramento del potere da parte della fazione politica conquistatrice e da un clima populista, che diffondeva odio e intolleranza, contrario al pluralismo politico. Tra le vicende interne ai singoli paesi in quegli anni, è da segnalare il caso colombiano, di gran lunga il più turbolento. Con l’uccisione del presidente liberale Jorge Eliécer Gaitán nel 1948, il paese fu sconvolto da un decennio di scontri, dall’uso indiscriminato della forza da parte dello Stato e dalla dura repressione della popolazione rurale voluta dalla classe dominante. Questo periodo, che prese il nome di Violencia, mise in luce non solo gli enormi limiti delle istituzioni colombiane, ma anche gli effetti della radicalizzazione non mediata dalla politica e il rischio concreto dello scoppio di una guerra civile nei paesi latinoamericani. Sul piano militare, gli Stati latinoamericani furono indotti nel 1947 a firmare il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR), un trattato di difesa regionale contro qualsiasi aggressione che potesse mettere in pericolo la sicurezza degli stati continentali. Fu creato un organo speciale che, in caso di una eventuale attacco da parte nemica, doveva decidere quale tipologia di assistenza fornire, ma, al contrario della futura North Atlantic Treaty Organization (NATO), non obbligava gli stati a collaborare e non si prevedeva un commando integrato con organi di coordinamento specifici. Lo scontro ideologico divenne la priorità per le amministrazioni statunitensi, che abbandonarono, almeno a livello teorico, le vecchie soluzioni di compromesso intraprese con gli altri Stati americani per utilizzare la neonata organizzazione panamericana come arma contro il blocco sovietico. Alla fine della guerra, l’obbiettivo per gli Stati Uniti non era più arginare l’Asse nazifascista ma il comunismo di stampo sovietico. I paesi latinoamericani, malgrado approvassero una alleanza che garantisse assistenza reciproca, esprimevano forti dubbi nei confronti della nuova organizzazione regionale, vista da molti come pretesto per futuri interventi di Washington all’interno dei loro confini nazionali. Ciò di cui erano sicuri era la presunta minaccia dal quale i firmatari del trattato, nel contesto della guerra fredda, intendevano opporsi, ossia l’URSS. Inizialmente il TIAR sembrò essere il punto di partenza per una futura alleanza politica ed economica oltre che difensiva, soprattutto con la nascita della Organizzazione degli Stati Americani (OSA); tuttavia, le politiche adottate dal presidente Harry Truman dal 1947 in poi resero vano qualsiasi tentativo diplomatico. Anche se la guerra di Corea (1950-1953) creerà le condizioni per stipula del Mutual Security Act del 1951, il “contenimento” del comunismo rimase comunque il principio cardine su cui si basava la politica estera statunitense. Per questo motivo, le attenzioni dell’establishment si focalizzarono principalmente su altre aree del mondo, in particolar modo, in Europa, e non intendevano migliorare l’integrazione regionale o imbastire un costoso piano di assistenza economica senza una reale minaccia per la sicurezza della Stati Uniti. Se, inizialmente, lo scarso interesse statunitense in ambito economico negli anni Cinquanta fu giustificato dalle urgenze globali della guerra fredda, nel quale si preferì dare priorità ad altri contesti internazionali e ad altre questioni regionali, il comportamento ambiguo e poco convincente tenuto dalle delegazioni statunitensi nel corso del tempo fece irritare non poco l’establishment latino-americana. Indurre a far credere falsamente che il tanto desiderato sviluppo economico possa avvenire soltanto con la rinascita dei mercati europei, non fece altro che riportare alla ribalta quel sentimento antistatunitense che si era parzialmente sopito durante il conflitto bellico. La delegazione nordamericana, oltre a ribadire la propria contrarietà alla formazione di un possibile programma di assistenza economica specifica per l’area, come fu, per esempio, il Piano Marshall per l’Europa, consigliava agli stati latinoamericani di smarcarsi prima di tutto dal loro nazionalismo politico-economico per aprirsi al libero mercato, attraverso l’eliminazione delle barriere doganali, e per favorire l’iniziativa privata, limitando i tradizionali interventi statali nell’economia. Anche se gli stati provarono a soddisfare le rigide richieste statunitensi, alla fine l’America Latina sarà l’unica regione sotto l’influenza statunitense a non ricevere nessun vero e proprio aiuto economico in quegli anni in quanto, per gli Stati Uniti, la cooperazione economica multilaterale con essa era ritenuta non necessaria. Intanto, a livello internazionale, dopo aver lasciato il suo incarico da direttore del Banco Central a causa dei contrasti avuti con il nascente regime peronista, l’economista argentino Raúl Prebisch fu nominato Segretario Esecutivo della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) delle Nazioni Unite (ONU) nel 1950. Insieme all’economista tedesco Hans Singer, fu il teorizzatore del modello di sviluppo basato sull’industrializzazione per sostituzione delle importazioni (denominato Import Substitution Industrialization, in sigla ISI) e, negli anni Sessanta, della Teoria della Dipendenza. Secondo i due economisti, il vecchio modello primario-esportatore, che aveva influenzato le politiche economiche dei paesi latinoamericani fin dalla loro nascita, era entrato in crisi con la Grande Depressione. Gli scambi internazionali, così come furono strutturati, tendevano, nel sistema economico mondiale, ad aumentare le disuguaglianze tra i paesi ricchi del primo mondo e i paesi periferici più poveri. Secondo Prebisch, per poter competere con le potenze economiche del Nord, detentrici delle innovazioni tecnologiche, era necessario esportare sempre più beni per poter acquistare la medesima quantità di beni lavorati di alto valore. Preso atto del problema, venne così proposto un nuovo approccio che, da un lato, attualizzava le tesi elaborate da John Maynard Keynes ma, dall’altra, metteva in discussione l’acclamato modello economico peronista. Con l’ISI venne proposto un modello di sviluppo incentrato sul protezionismo, sul mercato interno e sulla integrazione economica regionale; inoltre, prevedeva la lotta alla povertà attraverso la crescita della macroeconomia e della ristrutturazione delle imposte fiscali. Da queste formulazioni, in cui si enfatizzavano le condizioni di partenza sfavorevoli tipiche dei paesi periferici, nascerà la teoria della dipendenza negli anni Sessanta. Anche se non fu mai del tutto accettato dallo stesso Prebisch, fu un modello egemone per quei paesi del continente in cui l’industria rappresentava una buona fetta dell’economica nazionale, in cui erano presenti grandi capitali e in cui si era formato un buon mercato interno, come Argentina, Brasile, Cile e Messico. La transizione da una economia basata sull’esportazione delle materie prime a una economia basata sulla produzione di beni per il mercato interno non aiutò comunque a risolvere le enormi debolezze che caratterizzavano le economie dei paesi latino-americani: da una parte, non riuscirono ad incoraggiare e diffondere le innovazioni tecnologiche necessarie per uno sviluppo economico continuativo, concentrando i propri sforzi principalmente nei settori a scarso valore aggiunto; dall’altra, non riuscirono ad allentare la loro cronica dipendenza dalla potenze economiche del Nord che, anzi, espansero ancora di più il proprio dominio nella produzione di materie prime attraverso la distribuzione di vantaggiosi incentivi economici e tecnologici. La piccola crescita economia del continente nel dopoguerra, favorita da una elevata richiesta di beni primari, fu, tuttavia, seguita da una grave stagnazione, dovuta principalmente alla ripresa economica dell’Europea a metà degli anni Cinquanta. Inoltre, quella piccola crescita economica non fu equilibrata in tutti gli ambiti e in tutti i settori: l’industria, in particolare il settore minerario, crebbe a dismisura ai danni dell’agricoltura, ancora afflitta da una miriade di problemi strutturali, tra cui una pessima distribuzione e un uso improprio delle terre. Pertanto, se nel dopoguerra, il settore agricolo, in mano a pochi facoltosi latifondisti, era il settore economico trainante grazie all’esportazione di materie prime, che permise di investire i proventi nella crescita dell’industria interna già ampiamente protetta da alte barriere doganali, negli anni Cinquanta entrò in crisi: la diminuzione costante delle esportazioni, l’arretratezza tecnologica e la fallimentare “rivoluzione agricola” che si intraprese negli anni successivi, non solo incentivarono sempre di più il fenomeno dell’urbanesimo, riversando milioni di persone nelle città e spopolando le campagne, ma imposero ai governi l’onere di attuare delle dolorose contromisure. Nel dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta, i cambiamenti sociali, già in atto negli anni precedenti nei paesi soggetti a una grande immigrazione come Argentina e Venezuela, iniziarono ad interessare anche tutti gli altri paesi del continente. L’enorme crescita della natalità, unità a una diminuzione significativa dei tassi di mortalità, furono croce e delizia per il continente in quanto, da una parte, la speranza di vita crebbe in tutti i paesi, ma dall’altra, diminuirono sempre di più le opportunità lavorative per la enorme fetta di popolazione giovanile, sia in campagna, sia in città. Le poche città del continente soggette all’inurbamento massiccio di quegli anni non riuscirono a realizzare in tempo tutte le strutture necessarie, come strade e reti fognarie, per accogliere efficacemente l’enorme flusso di persone. L’inurbamento incrollato e la massiccia industrializzazione resero sempre più evidenti le fratture e i contrasti presenti nella variegata società latinoamericana, accentuando, da una parte, la povertà e la criminalità, dall’altra, la violenza e la repressione da parte delle frange più conservatrici. Tutti questi cambiamenti sociali, che diedero all’America Latina le caratteristiche che tutti noi oggi conosciamo, saranno i fattori determinati per i grandi sconvolgimenti avvenuti negli anni Sessanta e Settanta. I conflitti economici e sociali che sconvolsero la regione nel ventennio successivo si manifestarono in un contesto ideologico dominato dal nazionalismo e dal populismo. In una società così eterogenea e frammentata, il nazionalismo non fu solo una semplice corrente politica, ma divenne una vera e propria caratteristica dei movimenti sociali, come fu la religione negli anni precedenti, in quanto collante imprescindibile per la popolazione. Il crollo del liberalismo, incapace di guidare il continente verso una forma di democrazia che potesse garantire l’inclusione sociale, non venne comunque incalzato, nello scontro bipolare della guerra fredda, da una ascesa preponderante del comunismo. Infatti, al contrario del populismo, il marxismo sovietico non si diffuse efficacemente nella regione sia per le forti misure reazionarie anticomuniste adottate dalla classe dirigente latino-americana, sia perché fu incapace di costruire una solida base proletaria nel continente che potesse legittimarlo. Anche se furono caratterizzati dalla salvaguardia dell’identità nazionale attraverso l’instaurazione di un forte autoritarismo governativo, i regimi populisti sorti in America Latina in questo periodo risultavano in ogni caso molto popolari ed enormemente apprezzati soprattutto dai ceti sociali più bassi. Il populismo fu «la via latina alla democrazia e alla giustizia sociale», la terza via cattolica tra un comunismo ateo e statalista da una parte e un capitalismo liberale anglosassone dall’altra. Non a caso, il nazionalismo e il populismo furono gli elementi su cui si basavano i principali regimi sorti in America Latina, come, per esempio, il regime peronista in Argentina. La politica estera statunitense degli anni Cinquanta fu caratterizzata da due differenti approcci che intendevano raggiungere lo stesso risultato. Nel 1946, George Frost Kennan, esperto consigliere del dipartimento di Stato ed ambasciatore statunitense a Mosca durante la presidenza Truman, espose, in un lungo telegramma, la situazione interna e gli obbiettivi futuri dell’Unione Sovietica. Avendo intuito il pericolo sovietico sulle aree di influenza statunitensi, in particolar modo in Europa, fu formulata la teoria del containment, denominata Dottrina Truman in seguito al discorso del presidente al Congresso nel 1947. Secondo questa teoria, i comunisti, penetrando nelle istituzioni e imponendo il proprio sistema politico, rappresentavano una grave minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America. Per questo motivo, Washington prometteva e garantiva assistenza economica alle nazioni che potevano essere, direttamente o indirettamente, interessante dalle politiche sovietiche. Successivamente, in merito alla situazione mediorientale, l’amministrazione Eisenhower mosse dure critiche alla teoria del contenimento formulata da Kennan e Truman, ritenuta non efficace per combattere il comunismo internazionale. Riportando in auge alcuni dettami del corollario Roosevelt, Eisenhower formulò, su consiglio del Segretario di Stato John Foster Dulles, del Direttore della Central Intelligence Agency (CIA) Allen Welsh Dulles e del vicepresidente Richiard M. Nixon, la teoria del rollback nel 1957. Secondo questa teoria, gli Stati Uniti dovevano ambire ad avere un ruolo molto più interventista nello sradicamento dell’influenza comunista nel mondo, soprattutto in quelle regioni, come il Medio Oriente, in cui l’Unione Sovietica poteva addentrarsi facilmente nei meccanismi del potere. Non si chiedeva solo una forte risposta da parte di tutti gli Stati del blocco occidentale per combattere il comunismo, come fecero i diplomatici statunitensi nel sistema panamericano, ma si adottava un approccio molto più diretto e pragmatico, paventando o pianificando l’intervento delle forze armate statunitensi ogni qual volta la situazione lo richiedesse. A ogni modo, nonostante alcune piccole differenze, per entrambe le dottrine valeva lo stesso monito: chiunque non fosse allineato alle politiche promosse dagli Stati Uniti, doveva essere considerato un nemico. Di fronte ai fermenti continentali, molte illustri personalità politiche di quegli anni chiesero esplicitamente al governo statunitense di utilizzare qualsiasi mezzo per reprimere le attività condotte dalla sinistra marxista non solo con l’utilizzo della propaganda o imponendo sanzioni economiche, ma anche, come extrema ratio, con l’insurrezione armata o l’intervento militare diretto. Più nello specifico, perseguire con il principio del non intervento del passato significava, da una parte, favorire governi non allineati alle proprie politiche, dall’altra, tollerare determinate riforme contro le ingiustizie sociali, attuate dai governi nazionali o volute fortemente dalle popolazioni locali, che avrebbero compromesso gli interessi, sia economici sia strategici, della Casa Bianca. Nel corso del secolo XIX gli Stati Uniti passarono da colonia a monopolio attraverso la rivoluzione industriale, la distribuzione delle terre e un periodo di scarsa concorrenza; consolidata la loro unità dopo la guerra di secessione consolidarono la propria egemonia sul continente intraprendendo una politica di conquista, che permise loro di arrotondare il profilo da oceano ad oceano, unico vero obiettivo. In America Latina, invece, esistevano ancora la colonia, la grande proprietà terriera, il controllo della chiesa sulla popolazione, la rivoluzione liberale che cercava di farsi strada in modo violento, los caudillos; si estinsero le grandi unità nazionali e le questioni interne fecero scoppiare guerre che compromettevano la quasi totalità di tutti i nuovi Stati. Il diverso sviluppo fu la caratteristica principale che determinò le relazione tra le due Americhe. Le relazioni tra Stati Uniti e America Latina sono trascorse durante quasi tutto il secolo XIX sotto il segno del commercio libero: “accumulare per accumulare, produrre per produrre”. Ma la politica statunitense, che si tradusse con un impetuoso sviluppo capitalistico del paese, fu sin dal principio una politica definitivamente imperialista, soprattutto nei confronti dell’America Latina, obiettivo fondamentale anche della politica nordamericana. Un imperialismo statunitense che però si scontrò con i rivali europei, tra cui l’antagonista principale fu l’Inghilterra: conflitto che si sviluppò nel corso del secolo attraverso episodi come la differenza di opinioni riguardo all’indipendenza ispanoamericana, la Dottrina Monroe, il piano colombo-messicano di liberazione di Cuba e Puerto Rico, il confronto relativo a Cuba dopo l’annessione del Texas da parte degli Stati Uniti fino allo scontro frontale per il controllo dell’istmo centroamericano e le rotte commerciali. Tutta la politica estera statunitense rispondeva alle necessità del suo violento sviluppo interno verso l’esterno; la politica estera delle nuove repubbliche ispanoamericane, invece, rispondeva alla necessità di affermare la propria indipendenza e intraprendere il suo sviluppo autonomo. Più si consolidava la libertà e lo sviluppo latinoamericano più l’obiettivo nordamericano si allontanava, contraddicendo la politica nordamericana. Una contraddizione chiara di due politiche inconciliabili che fu il fulcro delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina. Essa si manifestò in capitoli fondamentali della storia delle loro relazioni come nel trattamento preferenziale tra i paesi ispanoamericani e la clausola della nazione più favorita, nel trattamento nazionale a favore degli Stati Uniti, nella sistematica persecuzione della diplomazia nordamericana che impedì la creazione di un mercato comune latinoamericano. Inoltre la partecipazione degli Stati Uniti nella dissoluzione della Colombia e nel fallimento del Congresso di Panama e in altri tentativi di unificazione furono solo altri esempi della permanente opposizione nordamericana a tutte le forme di unità ispanoamericana, anche delle più elementari, con le quali i paesi del sud cercavano di trovare una forza comune per sconfiggere le loro debolezze, un aiuto per superare il loro tremendo ritardo storico e protezione contro la sempre aggressiva politica nordamericana. Da un punto di vista ideologico, la politica nordamericana nei confronti dell’America Latina fu completamente vuota di principi, sia morali, che politici. Era, al contrario, una politica di fini, pragmatica, crudamente egoista e senza umanità, nella quale era impossibile trovare una componente generosa o nobile. La sorte dei popoli latinoamericani non era importante per gli Stati Uniti. La morale vigente era quella delle classi dominanti: in un mondo diviso tra grandi potenze e paesi in via di sviluppo, la morale internazionale era dettata dalle prime e dalle loro classi dirigenti. Nel corso del secolo l’America Latina dovette soffrire l’immoralità e l’aggressività dei paesi europei e della politica nordamericana. Il processo delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina ebbe però un’espressione ideologica, dato che la Dottrina Monroe si trasformò nel nucleo del pensiero imperialista. Era un rifugio obbligatorio della diplomazia nordamericana, spesso sprovvista di valide ragioni: quando l’espansione politica incontrò nuovi problemi ed esigette nuove giustificazioni, fu necessario fornire alcune interpretazioni o corollari, anche transitori ed occasionali. Col passare degli anni tale dottrina sembrò invecchiata e sempre meno sensata. L’ideologia dell’imperialismo, infatti, risultava così essere una massa informe di enunciati vaghi, imprecisi, contradditori: si trattava solo di giustificare una politica crudamente diretta alla sottomissione di tutto il continente, una politica comunque unita e continua nell’America Latina. Dal punto di vista latinoamericano, la sua caratteristica più accentuata fu la mancanza di unità. Risultato di un insieme di ragioni geografiche, storiche e politiche, l’incapacità di unità divenne radice fondamentale della debolezza delle nuove repubbliche di fronte al potente stato nordamericano. Tuttavia, nei momenti critici i governi latinoamericani tentarono nuovamente la strada verso l’unità: sicuramente le idee non mancavano, ma gli sforzi erano sempre più deboli e i risultati meno efficaci, mentre Washington controllava dall’alto. In America Latina, però, dall’indipendenza dei vari Stati, la politica nordamericana suscitò un forte e chiaro sentimento di reazione che si dimostrò nei vari tentativi di Bolivar e di azioni comuni ispanoamericane antimperialiste. La Dottrina Monroe non ingannò nessuno e l’evoluzione del pensiero antimperialista sarebbe stata lenta, come d’altronde tutta l’evoluzione dell’America Latina, rivendicando il libero destino dei popoli latinoamericani e della loro unione per la difesa comune: la radice natia del pensiero antimperialista. Queste furono le linee generali dello sviluppo delle relazioni internazionali tra Stati Uniti e America Latina nel secolo XIX; alcune di queste proseguiranno il loro corso nella nuova forma di imperialismo, quello monopolista del secolo XX, altre scompariranno. Oggi con l’arrivo di Trump nel definire l’egemonia americana come impero può, a prima vista, risultare contraddittorio: Cerco di evidenziare come una potenza che si proclama anti-imperialista, che fa dell’antiimperialismo il bastione della propria concezione di libertà, sia, a tutti gli effetti considerata, tanto dai simpatizzanti quanto dai detrattori, come rispettivamente imperiale e imperialista. In questa sede non verrà utilizzato il termine imperialista poiché esso tende a presupporre un giudizio di valore in contrasto con una delle regole fondamentali dell’analisi politica: la neutralità. Individuo tre elementi fondanti della supremazia imperiale statunitense: la libertà, il dollaro e la superiorità tecnologica applicata agli affari militari che derivano rispettivamente dalla dimensione ideologica, economica e militare del potere. Della dimensione ideologica del potere si è già parlato precedentemente nella descrizione dei paradigmi di Mead: le scuole globaliste, wilsoniana e hamiltoniana, dalla fine della Guerra Fredda si sono fatte promotrici rispettivamente dei valori di democrazia e libertà, e dell’integrazione economica. Tali ideologie sono state il motore dell’espansionismo ‘’soft’’ americano durante gli anni Novanta e hanno contribuito a modellare il cosiddetto soft power o ‘’potere cooptativo’’ che ha permesso agli Stati Uniti di sviluppare la capacità di ‘’creare situazioni tali per cui altri paesi definiscono i loro interessi in modo che risultino compatibili con i propri’’. Per quanto riguarda la dimensione economica, per la gioia della scuola hamiltoniana, il dollaro rappresenta il secondo elemento fondamentale dell’impero statunitense. Un’annotazione è però necessaria: la geopolitica e la realpolitik considerano la dimensione politica preminente rispetto a quella economica. Con buona pace degli studiosi neomarxisti (a loro va riconosciuto il merito di aver portato sotto i riflettori un aspetto troppo spesso trascurato del potere) è l’economia ad essere serva della politica e non viceversa. Il dollaro rappresenta la valuta di riserva del sistema monetario internazionale; ne consegue, per gli Stati Uniti, un vantaggio competitivo impareggiabile ossia ‘’la possibilità di indebitarsi sul piano interno e internazionale nella certezza di poter determinare unilateralmente le ragioni di scambio al momento del rimborso’’. L’indebitamento viene quindi utilizzato come sostegno alla crescita interna ma anche come sostegno alla domanda aggregata mondiale. Nell’analisi di Wallerstein il centro era rappresentato dai paesi ricchi di lavoro qualificato, mentre la periferia era costituita dagli Stati abbondanti di lavoro non qualificato; ne derivava in ogni caso un peggioramento della ragion di scambio della periferia . Cambiano sostanzialmente i termini: Cina, Regno Unito, India, Germania, Russia, Corea del Sud e Messico, essendo esportatori netti, «sono costretti ad acquistare titoli di Stato Usa per mantenere apprezzato il dollaro e reinvestire il surplus commerciale nel più stabile luogo della terra, l’unico a non aver mai conosciuto cambi di regime. In nuce: per mantenere il benessere del loro principale acquirente, nonché garante delle vie di comunicazione» .Il dollaro, quale mezzo di pagamento in cui vengono denominati i prezzi di tutte le commodities e principali asset di riserva, consente agli Stati Uniti di operare vere e proprie operazioni di signoraggio internazionale. Anche in questo caso, ricompare il monito meadiano di considerare l’economia parte dell’alta politica quando si analizza la politica estera americana. Per quanto riguarda invece il pilastro militare della supremazia americana, bisogna innanzitutto evidenziare come la superiorità tecnologica e logistica degli Stati Uniti permetta loro di dominare quelli che Stefanachi definisce ‘’beni globali’’ (global commons) ossia mare, aria e aerospazio. Infine il Venezuela può rappresentare uno dei casi studio migliori per capire la politica di Donald Trump nei confronti del Sud America. Come già sottolineato, egli è un politico che ha un modus operandi abbastanza duro e severo, soprattutto nei riguardi di situazioni a lui poco gradevoli. Il Venezuela di Nicolas Maduro non è stato visto di buon grado da parte del presidente statunitense, poiché è stato considerato un governo illegittimo, antidemocratico, che non rispetta i diritti umani, che si rifà al chavismo e al socialismo. Questi elementi hanno generato timore per Trump, poiché un paese con queste caratteristiche avrebbe potuto essere d’ispirazione per altre aree del subcontinente latinoamericano, ecco perché ha deciso di scagliarsi contro. Il leader di Washington ha espressamente affermato che Maduro non poteva essere riconosciuto come capo di stato venezuelano, bensì bisognava riconoscere come leader legittimo l’oppositore Juan Guaidó. In un discorso al Congresso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump affermava che il mandato tirannico di Maduro sarebbe presto concluso ed annientato. Le risposte da parte del presidente venezuelano non sono certo mancate, nonostante egli abbia provato a tendere la mano al presidente statunitense per evitare conflitti; Nicolas Maduro ha affermato che gli Stati Uniti hanno un’ossessione nei riguardi del Sud America e del Venezuela, in particolar modo Trump, ma il paese non sarebbe stato schiacciato da nessuno e si sarebbe formato uno stato a stampo socialista, come voluto dal leader venezuelano. Sappiamo tutti come andata ha finire la vicenda venezuelana, adesso l’asse si sposta verso Cuba ed in seguito cosa succederà in America Latina. Tuttavia, nonostante il suo desiderio di isolazionismo, Trump è stato costretto a mettere l’America latina al centro delle sue prime decisioni, le nazioni saranno costrette a zigzagare tra la via diplomatica e il confronto con la Casa Bianca.



