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A Jesi una mostra dedicata Fidel Castro Protagonista indiscusso della Storia Cubana del Novecento 

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
4 de julio de 2026
in Arte, Giovanni Cardone 
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A Jesi una mostra dedicata Fidel Castro Protagonista indiscusso della Storia Cubana del Novecento 
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Giovanni Cardone

Fino al 22 Novembre si potrà ammirare a Palazzo Bisaccioni- Fondazione Cassa di Risparmio  Jesi Ancona la mostra dedicata a Fidel Castro – ‘Fidel: storia di un leader – L’uomo che sfidò il secolo’ a cura di Mauro Tarantino e Renè Ganzalez Barrios. L’esposizione promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz, con il patrocinio dell’Ambasciata di Cuba in Italia e della Regione Marche e il supporto dell’Associazione Para un Principe Enano. La mostra  dedicata a Fidel Castro Ruz, protagonista indiscusso della storia cubana e figura centrale del XX secolo,è organizzata anche per commemorare il centenario della sua nascita e il decimo anniversario della sua scomparsa, offrendo un’occasione di riflessione storica sulla sua figura e sul suo lascito. Intende offrire un ritratto completo e approfondito di un leader la cui vita e azione politica si intrecciarono indissolubilmente con gli eventi mondiali del XX secolo. Non si propone di erigere un monumento né di alimentare controversie, ma di restituire la complessità di un percorso umano che attraversa quasi un secolo di storia, tra sfide politiche, sociali e culturali. Una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Fidel Castro apro il mio saggio dicendo: Fidel Alejandro Castro Ruz nasce il 13 agosto del 1926 nel piccolo paesino di Biràn, a circa settecento km da L’Avana. Il padre, Angel Castro Argiz, spagnolo di San Pedro de Lancara, arrivò a Cuba nel 1899 come soldato speciale durante la guerra d’Indipendenza. Il piccolo villaggio di Biràn, passato alla storia poiché lì nacquero i “Castro di Biràn”, non era esattamente un luogo di alta borghesia, anzi i pochi abitanti erano malati, straccioni e in condizioni di miseria ma non i Castro. Angel Castro adottò il piccolo paesino a sua immagine, iniziando con l’acquisizione di poche terre, ed espandendo via via il proprio latifondo con imprese di ogni genere. Pertanto, l’ambiente in cui crebbero Fidel e i suoi sei fratelli si scostava nettamente con la realtà del luogo, ma permise comunque al futuro lìder màximo di “non assorbire la cultura borghese”. Carismatico coi fratelli, taciturno ed indisciplinato, all’età di sei anni Fidel venne mandato a studiare dalla famiglia a Santiago di Cuba, per ricevere la formazione che Biràn non avrebbe mai potuto dargli. Nei progetti paterni e della tanto amata madre, Lina Ruz Gonzalez, vi era quello di assicurare un futuro acculturato ai propri figli, una dignitosa carriera universitaria ed un rientro in patria per amministrare le imprese familiari. Ma Fidel era già di più. Quando nel 1945 si iscrisse alla facoltà di legge all’università dell’Avana sotto i governi Machado e Batista, era solito passare a trovare le sorelle più piccole, Enma (da sempre sua preferita) e Juanita, al collegio delle Orsoline. In uno dei numerosi viaggi, madre Elizabeth Therese riferì alla sorella prediletta che Fidel le confidò in segreto che un giorno sarebbe diventato Presidente della Repubblica di Cuba, “e lo ha detto con quella sicurezza che sempre accompagna la sua simpatia e il suo carisma”. Oltre ad innamorarsi e fidanzarsi con Mirta Diaz-Balart, durante il periodo universitario si impegnò politicamente nella campagna anticorruzione del governo Batista, partecipando a numerose manifestazioni ed inviando numerose lettere di denuncia in forma anonima al corrotto Tribunale cubano, accreditandosi rapidamente il ruolo di leader studentesco. La passione per la legalità e il suo rigido dinamismo culturale, gli portarono numerosi seguaci tra i suoi ranghi e svariate preoccupazioni ai genitori. Per buona parte degli studi, Fidel rimase un cane sciolto, con molti contatti tra i vari gruppi studenteschi di sinistra – tra cui il Psp (Partito Socialista Popolare), MRS (Movimento Rivoluzionario Socialista) – ma senza mai prenderne parte. A soli vent’anni teneva comizi pubblici e sferrava pesanti attacchi verbali alle massime e corrotte cariche pubbliche, con un forte eco tra i giovani cubani. Non va dimenticato che il comitato studentesco a cui si rivolgeva il giovane Castro non è da intendersi come un semplice comizio in piazza; il Direttorio Studentesco e le varie associazioni politicamente attive cubane si distinguevano in quegli anni per la loro vivacità militare: scontri, risse, arresti e perfino morti erano pressoché l’ordine del giorno, in una capitale sempre più oppressa dal tiranno della borghesia. Nel 1947, l’allora presidente Ramon Grau San Martin decise di appoggiare una spedizione di rivoluzionari cubani e locali per rovesciare il dittatore dominicano Trujillo, alla quale, naturalmente, Fidel prese parte. Durante l’addestramento paramilitare sull’isoletta di Cayo Confites, la disperata madre Lina, venuta a sapere della presenza del figlio nella spedizione, decise di raggiungerlo per cercare di farlo desistere. Trujillo strinse accordi sottobanco con gli Stati Uniti per un eventuale appoggio militare in caso di attacco e il presidente cubano Grau San Martin, motore principale dell’operazione, fu costretto a desistere di fronte al quadro internazionale delineatosi e per mantenere il proprio peso politico fece imprigionare i protagonisti della rivolta. Fidel riuscì a fuggire, nuotando dalle coste dell’isolotto fino alla terraferma, attraverso uno stretto oceanico famoso per la numerosa presenza di squali. L’episodio smontò la timida fiducia che Fidel aveva riposto nel presidente e, sempre nel 1947, si iscrisse a un nuovo gruppo socialista, il Partito del popolo cubano (Partito Ortodosso), fondato dal carismatico Eduardo Chibàs, in nome della giustizia sociale e della libertà politica per un governo onesto. Quell’anno Chibàs perse le elezioni, ma la stima provata dal leader studentesco nei suoi confronti non svanirà mai. Seguirono anni eccessivamente tumultuosi per Fidel, il quale veniva ripetutamente accusato di qualsiasi evento di cronaca locale dai giornali del regime, pur senza fondamento di prove. Quando le accuse di agitazioni studentesche diventarono di omicidio – come per l’assassinio di Manolo Castro, altro leader studentesco, o per l’attentato di Rolando Masferrer, leader rivale di Fidel – il giovane Castro decise di ritirarsi temporaneamente dall’università. Rientrato a Biràn, il padre Angel, angosciato e preoccupato non meno della madre, gli offrì una nuova vita studentesca negli Stati Uniti, lontano dalla brutta piaga che aveva preso all’Avana. Fidel non accettò l’offerta del padre, ma garantì maggior serenità alla famiglia grazie all’imminente matrimonio con Mirta, a cui mamma Lina era fortemente favorevole, e al distacco temporaneo dalla vita dell’Avana. Così l’11 ottobre del 1948 Mirta Francisca de la Caridad Dìaz Balart Gutiérrez divenne moglie di Fidel Castro e sia per la cerimonia che per le nozze entrambe le famiglie non badarono a spese. Fulgencio Batista, storica spina nel fianco dello studente, inviò un regalo di nozze ad entrambe gli sposi, in qualità di amico della famiglia di Mirta, che Fidel non gradì mai. Le nozze a New York dovevano servire, nei piani paterni, ad abbandonare Cuba e metter su famiglia negli Stati Uniti, terminare gli studi e trascorrere lì il resto della vita. Ma dopo due mesi a Manhattan, i coniugi Castro rientrarono all’Avana e Fidel si cominciò a dedicare anima e corpo all’università e ai rimanenti esami. Non abbandonò mai del tutto l’attivismo politico, ma nel biennio 1949-50 i libri e la lettura presero il posto dei comizi e delle agitazioni. In questo periodo Fidel Castro, si avvicina alle teorie comuniste, divorando scritti di Marx, Engels, Lenin e Martì (celeberrimo eroe della prima guerra d’indipendenza cubana). Il problema della Repubblica di Cuba, nella sua testa, non è più la corruzione politica che logora il popolo, ma il capitalismo intrinseco che permea l’intera isola, col supporto statunitense e, quindi la “dittatura della borghesia”. Solo una rivoluzione dal basso, del popolo, potrebbe scardinare i preconcetti capitalistici e i suoi derivati (tra cui la corruzione). Frequenti, ma in gran segreto, in questo periodo, i contatti di Fidel con esponenti del Partito Comunista e le visite nei bassifondi dell’Avana. Quando però nel 1949 Mirta era in procinto di partorire, abbandonò perfino i nuovi studi per ritirarsi a Biràn ed assistere al parto da un luogo più tranquillo e sereno per la moglie. Ma il seme germogliava rapido in lui e neppure l’assenza dalla capitale riuscì ad eliminare la sua verve da leader carismatico e da platea: ma a Biràn mancava l’audience, mancava un pubblico a cui rivolgersi. Un pubblico ridotto lo trovò nel fratellino Raul, il quale divenne il suo allievo da istruire e indottrinare. Con quali tesi? Quelle marxiste naturalmente. Nel periodo della gravidanza di Mirta, Raul strinse un fortissimo legame col fratello maggiore, innamorandosi della sua arte oratoria e della sua dimestichezza nel padroneggiare diverse tematiche storiche, filosofiche e sociali. Con l’avallo del padre, i due Castro – Raul non aveva ancora conseguito il diploma – partirono di nuovo insieme nel settembre del 1949 alla volta dell’Avana, appena dopo la nascita del piccolo Fidelito. Trasferitosi in un appartamento più grande, dato l’ampliamento della famiglia, Fidel proseguì i suoi studi fino alla laurea nel settembre del 1950. Nel frattempo non perse i contatti con gli attivisti universitari, anzi; essendo apertamente schierato nel partito ortodosso di Chibàs, ma con una forte inclinazione verso il comunismo, fece arruolare Raul nelle file del Pc, in gran segreto dalla famiglia, in modo da poter aver occhi e orecchie anche nei ranghi della sua nuova ideologia. Nel periodo post laurea, Angel Castro non badò a spese per il proprio figlio e decise di finanziargli la costruzione di uno studio legale a L’Avana Vecchia. Insieme ad altri due colleghi di sinistra – Jorge Aspiazu e Rafael Résendiz –, lo studio Castro Aspiazu-Résendiz conobbe un iniziale biennio favorevole e ben accetto dal popolo, dato che il tema principale riguardava i diritti dei cubani più poveri. Ma la tempesta era dietro l’angolo. Dopo un rapido arresto nel novembre del 1950 per tumulti urbani, l’anno dopo, Fidel Castro vide suicidarsi in diretta radiofonica nazionale il suo mentore e capopartito, Eduardo Chibàs. Chibàs accusò il ministro dell’Istruzione, Aureliano Sànchez, di aver acquistato un ranch guatemalteca con fondi sottratti alle casse statali, senza riuscire a fornire le prove. Avendo avuto a cuore i suoi insegnamenti e avendo questi sfondato l’ideologia di Castro, Fidel ritenne opportuno candidarsi come esponente del Partito Ortodosso alle elezioni del 1952. La candidatura avvenne mentre erano in corso i preparativi per un lungo soggiorno a Parigi con la moglie. In quell’occasione i rapporti tra i due coniugi si inclinarono notevolmente,poiché Mirta capì che in realtà Fidel aveva da sempre saputo quello che volesse fare e non vi era stata mai, neanche per un attimo la volontà di abbandonare l’isola. Seguirono tempi bui per il matrimonio dei Castro; Mirta doveva sopportare un marito donnaiolo e irascibile. Fidel dal canto suo si concesse con tutte le sue energie, economiche e fisiche, alla candidatura per le elezioni col Partito Ortodosso, arrivando a chiedere fondi e finanziamenti al padre da Biràn. All’alba del 10 marzo 1952, un fatto tanto inatteso quanto inimmaginabile mutò radicalmente le convinzioni castriste sull’intero apparato burocratico cubano. Ad appena ottantadue giorni alle urne, il generale Fulgencio Batista, candidato anch’egli alla carica di presidente, entra scortato da diversi militari di alto rango nella fortezza militare di Camp Columbia (la più importante di tutta Cuba) e rovescia con le armi e con la forza il flebile governo del dottor Prìo Socarras, che andò in esilio. Annullate in toto le elezioni e definito il nuovo sistema statale come “democrazia disciplinata”, la dittatura batistiana inizia a mietere le proprie vittime fin da subito, scalzando (anche in modo netto) vari oppositori politici e instaurando un regime di terrore, nepotismo e clientelismo nella politica cubana. Fidel, che assistette inerme al colpo di stato, non poté che provare un enorme disagio interiore che galvanizzerà successivamente tutta la sua dottrina socialista. Il fratello di Mirta, Rafael, amico del General, venne nominato sottosegretario all’Interno ed egli stesso invitò suo cognato ad unirsi alla loro causa. Furioso per i recenti avvenimenti e per essersi ritrovato il nemico in casa, Fidel troncò i rapporti con la moglie, fino a quando le cose non sarebbero cambiate. Per tutto il 1952 e gli inizi del 1953 l’ormai ventisettenne avvocato Castro si impegnò a mobilitare l’opinione pubblica con scritti e stampe contro la dittatura. Era solito inviare lettere di accusa al Tribunale d’Urgenza dell’Avana elencando i principi democratici violati da Batista in merito al colpo di stato: i magistrati corrotti e le alte cariche giudiziarie non parvero mai considerare tali eventi. Numerosi furono i volantinaggi e i comizi all’ombra delle guardie batistiane ai quali prese parte. Così come svariati furono gli articoli sul giornale ribelle “L’Accusatore”, nel quale Fidel si firmava come Alejandro. Batista troncò qualsiasi tipo di legame con l’Unione Sovietica, sopprimendo i sindacati e perseguitando gruppi socialisti cubani, aprendosi invece totalmente alle avances delle ricche élite statunitensi. Quest’ultimo tassello era un evento che Fidel Castro non poteva più sopportare. Dalle colonne del L’Accusatore venne reso noto un programma di reclutamento per membri volontari, ma selezionati per rovesciare la dittatura. Da escludere erano i membri del Partito Socialista Popolare, verso i quali Fidel nutriva forte stima, ma non voleva spaventarne l’ala moderata o temere una fuga di notizie: il tutto doveva svolgersi nel modo più clandestino e riservato possibile. Raul sarebbe stato l’infiltrato perfetto nei vari partiti, mentre egli stesso si dedicava al programma da seguire e al reclutamento popolare. Nel giugno del 1953 quasi 1200 volontari di varie fasce d’età – quasi tutti sotto i 25 anni – e varie professioni, risposero presente all’appello emanato da quel leader carismatico, tanto amato e seguito dalle masse. Il piano era semplice: sottrarre armi, munizioni e mezzi militari dalla caserma Moncada nella città di Santiago, neutralizzare le guardie a perimetro di questa e da qui, utilizzando la trasmittente radio, diffondere il messaggio di propaganda al popolo e invitarlo a insorgere contro il dittatore. Il giorno stabilito fu domenica 26 luglio 1953, una tranquilla domenica di Carnevale a Santiago che, almeno nelle speranze, avrebbe dovuto ridurre la sorveglianza alla caserma. L’attacco fu un disastro. Fidel, temendo uno forte spavento nei giovani ragazzi, non informo molti rivoluzionari dell’attacco imminente, ma li spronò sostenendo che fosse una simulazione paramilitare e che il vero attacco sarebbe stato pochi giorni dopo; un enorme colonna di automobili equipaggiate con armi di ogni tipo non riuscì a raggiungere la caserma per una serie di sfortunati eventi, isolando quindi i ribelli e lasciandoli sprovvisti di ogni difesa; gli antichi fucili dei rivoltosi, poco poterono contro le moderne attrezzature belliche dell’esercito e, soprattutto dopo lo scoppio del conflitto, il numero dei militari batistiani era nettamente superiore. Sessantuno ribelli rimasero uccisi e metà della rimanente truppa venne catturata e torturata a morte secondo le rigide disposizioni del General. Fidel, Raul e pochissimi altri sopravvissuti riuscirono a fuggire e ripararsi a Gran Piedra, piccolo villaggio ai piedi della Sierra Maestra, diverse miglia a nord di Santiago e tentare di evitare il massacro della legge marziale che Batista consumò per i successivi giorni. L’intervento dell’arcivescovo monsignor Pérez Serante, sollecitato dalla famiglia Castro, sedò temporaneamente l’ira del dittatore, strappandogli una promessa: qualora vi fossero stati eventuali altri prigionieri, questi sarebbero stati risparmiati e processati secondo la giurisdizione cubana. E molto probabilmente fu questo che salvò Raul e Fidel catturati entrambi circa una settimana dopo l’assalto alla Moncada e trasportati d’urgenza al carcere di massima sicurezza a nord di Santiago de Cuba, Boniato precisamente. Il processo vide incriminati, oltre a Fidel e i suoi superstiti, anche esponenti del Psp e del Partito Ortodosso, per un totale di 122 indagati nella prima seduta del 21 settembre 1953. Con estrema freddezza e notevole abilità oratoria, Fidel parlò a nome suo e dei ribelli, affermando che nessuno aveva agito nei confronti dei “Poteri Costituzionali dello Stato», ma tutti contro Batista che aveva assunto il potere in maniera incostituzionale. Umiliato e sotto pressione politica, Batista ordinò più volte l’assassinio in carcere di Fidel Castro, ma tutti i tentativi vennero preventivamente sventati grazie ad amici fidati e soffiate anonime. Non potendolo eliminare fisicamente, Batista provò ad allontanarlo dalle aule di tribunale, per evitare ulteriori smacchi alla sua figura. È in questo periodo che il ventisettenne avvocato Castro pronuncerà la celebre arringa “La storia mi assolverà”. Tuttavia il processo si risolse con una pesante condanna di ventisei anni – tredici ne toccarono a Raul e affini – da scontare nel carcere di Isla de Pinos insieme a venticinque suoi compagni ribelli. Durante la detenzione, Fidel fondò il “Movimento del 26 luglio”, in onore dell’impresa appena compiuta e gli diede una struttura partitica, seppur limitata alle condizioni nelle quali vergeva. Continuò a leggere numerosi scritti, tra cui, oltre ai classici Marx e Lenin, il filosofo Freud, Kant, Shakespeare e Dostoevskij, per mantenere una mente allenata e ideologicamente attiva; fondò, all’interno del carcere, numerosi gruppi d’apprendimento per diffondere e allineare quanta più gente possibile al suo pensiero. Ma i bei tempi di libera prigionia terminarono quando, in occasione di una visita al carcere, Batista venne accolto da insulti, cori e inno del 26 luglio; ritenuto responsabile della caduta di stile del General, Fidel venne fatto rinchiudere in isolamento. Nel frattempo Mirta Castro, accettò, sotto pressione familiare, un incarico ministeriale presso il governo batistiano. Il fatto fece infuriare Fidel che avrebbe “preferito morire mille volte, piuttosto che soffrire impotente a un tale insulto”. Avviate le pratiche per il divorzio, Castro perse in un colpo solo sua moglie e suo figlio, rimanendo relegato dietro le sbarre e incapace di agire e in totale balia degli eventi. Le elezioni del 1954 non videro candidati proporsi alla carica, se non uno. Ma per quanto quest’ultimo potesse vincere in modo plebiscitario quella farsa politica, in tutta l’isola si levarono forti voci di protesta, di amnistia e di attaccamento agli ideali del Movimento del 26 luglio. Fidel non poteva vedere, ma poteva sentire, poteva percepire tramite giornali e annunci radiofonici che quanto aveva creato non era un caso storico isolato, era tutto vero e condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione cubana. Le mura dell’Avana e di molte altre città dell’isola si imbrattarono di numerose icone e vignette satiriche; molte altre altre rappresentavano immagini di torture e ingiurie verso il dittatore; ma ciò che spiccava su tutte le scritte era sempre e solo una frase: “Fidel Castro libero!”. E così, senza neanche troppo preavviso, ma col consenso di Washington, Batista nel maggio del 1955, pensò che i fratelli Castro e i ribelli non fossero più una minaccia. Per sedare dunque le numerose agitazioni popolari e riguadagnare consensi come figura politica, decise di concedere un’amnistia totale ai prigionieri incarcerati. Fidel venne trasportato sulle spalle dei sostenitori lungo tutto il tragitto verso L’Avana e decise di concedere interviste radiofoniche e conferenze stampa, la cui pubblicazione venne limitata dal governo. L’eroe del 26 luglio era di nuovo a piede libero, ma braccato stretto dalle forze governative e Fidel sapeva bene che era solo questione di tempo prima che qualche nuovo tentativo di omicidio bussasse alla sua porta. La rivoluzione dal basso, quella proletaria, quella del popolo, si sarebbe attuata ma i preparativi non potevano svolgersi a Cuba. Fidel sentiva opprimente il respiro di Batista sul collo e, almeno per il momento, non aveva nemmeno ben chiaro il numero degli alleati e di chi lo voleva morto. Sei settimane dopo la scarcerazione, Fidel volava verso il Messico, contando sull’appoggio di cellule rivoluzionarie locali, abbandonando figlio e famiglia nella Cuba di Batista. Richiamandosi agli scritti di Martì, Fidel ritenne opportuno cominciare a lottare per i diritti del popolo, non di elemosinarli in cambio di qualche favore burocratico. Ciò che i fratelli Castro attuarono a Cuba diverrà l’emblema di un comunismo marxista a tutti gli effetti ma, almeno in Messico e durante i preparativi sulla Sierra Maestra, sarà José Martì a guidare gli ideali rivoluzionari della guerriglia. Il biennio 1955-56 fu caratterizzato da una serie di lavori ad hoc per rovesciare la dittatura. Fidel rimase in contatto con il direttivo del Movimento – ormai dotato di una struttura pressoché partitica – e con esponenti del Direttorio Studentesco che, dalle coste della madrepatria, continuavano ad acquistare consensi e lavorare sotto stretta sorveglianza batistiana. A metà del 1955 la Cuba orientale vantava un larghissimo numero di sostenitori castristi. Fidel, Raul ed Ernesto Guevara – medico argentino già operante in guerriglie rivoluzionarie in Guatemala – non ebbero vita facile nemmeno in Messico, dove spie batistiane, col supporto della CIA statunitense, intrapresero diverse missioni di spionaggio (o veri e propri attentati) volti a impedire che la guerriglia si attuasse. Ma il seme rivoluzionario era ben radicato nelle fertili terre messicane e Fidel poté muoversi fin da subito su un terreno favorevole, spalleggiato da sostenitori cubani in esilio o simpatizzanti locali, che in più di un’occasione liberarono il leader del Movimento da diverse grane. Il successo del periodo messicano di Fidel Castro, fu inoltre determinato dallo stretto rapporto instaurato con l’ex sergente locale Alberto Bayo, il quale si prese l’onere di istruire i numerosi volontari castristi, sulle boscose montagne messicane, vicino la cittadina di Chalco, lontano da occhi indiscreti. Al termine dell’addestramento, l’allievo migliore risultò essere proprio Ernesto Guevara, il medico-guerrigliero che Raul presentò a Fidel non appena lo raggiunse sulle coste messicane. Tra i due il legame che nacque non si limitò mai alla semplice reciprocità di servizi: andava ben oltre. I reali punti di contatto tra Castro e Guevara erano ideologici e s’intensificheranno nei pesanti giorni in Sierra Maestra, quando il futuro “Che” istituirà delle vere e proprie scuole improvvisate, con lezioni marxiste (o comuniste) per i guerriglieri locali sopravvissuti e i cittadini dei piccoli paesini arroccati sulle montagne, con la più che favorevole approvazione di Fidel Castro. Neppure il già noto Prìo Socarras fece mancare il proprio sostegno economico dalle coste americane, sborsando notevoli cifre per l’imprevedibile impresa castrista: vi era speranza nell’aria e Fidel lo sapeva bene. Quando il 25 novembre del 1956 la Granma salpò dal porto messicano di Tuxpan, sovraccarica di uomini, armi, mezzi e zavorre di ogni tipo, le speranze sembrarono in realtà svanire. A discapito dei tre giorni previsti, il viaggio durò quasi una settimana e, dati per dispersi in mare, al loro arrivo sulle coste cubane a Niquero, nella Playa Las Coloradas, seppure sbarcati a soli due km di distanza, non trovarono nessun amico ad aprirgli la porta. Incagliati nel fango e privi di armi, l’esercito rivoluzionario venne decimato da un primo bombardamento a tappeto di Batista sull’intera Playa; pochi sopravvissero: Fidel, naturalmente, sì. In breve tempo i fratelli Castro, Guevara, Cienfuegos e i pochi superstiti rimasti diedero vita ad un accampamento improvvisato nelle foreste della Sierra per riassestarsi alla battaglia, dato l’ormai mancato effetto sorpresa. Frequentemente i miliziani facevano incursioni nei villaggi locali, instaurando una democrazia forzata, attribuendo il potere al popolo (giustiziando talvolta i sindaci avversi alla causa del Movimento), riguadagnando a poco a poco consensi e fiducia. A differenza del Che e di Raul, Fidel manteneva un profilo basso nell’esporre la propria ideologia filomarxista accreditandosi le grazie di diffidenti e radicali. I primi due anni di Sierra Maestra (1957-58) vantarono notevoli successi sul piano propagandistico per i castristi: il Cuba Libre rivoluzionario divenne il giornale più letto dell’isola; i ranghi guerriglieri si ampliarono fino a contare quasi trecento unità al termine del 1958; i contadini divennero la colonna portante della spedizione, ai quali Fidel stesso prometteva maggior considerazione, una volta al potere, e una riforma agraria che avrebbe alleviato il loro tenore di vita. I membri del Partito Ortodosso si aprirono al dialogo col leader del Movimento, mentre più restii nei modi – ma non nel risultato finale – si rivelarono i comunisti. Numerose furono le guerriglie urbane, specialmente nella capitale ma, sulla terraferma, Batista vantava ancora l’appoggio dell’esercito e le repressioni per i dissidenti furono in quegli anni di feroce entità. Con la stessa scarsa legalità venne censurata ogni forma di propaganda rivoluzionaria o affine all’ideologia castrista, al punto che Fidel stesso autorizzò l’intervista di un giornalista americano del New York Times, Herbert Matthews, catalizzando l’attenzione internazionale sulla causa dei barbudos. Molti esterni cominciarono a simpatizzare per la tenacia offerta dai ribelli alla loro causa; qualcuno finanziò perfino parte dell’arsenale militare che, a quasi tre anni dall’ammaraggio del Granma, si era notevolmente moltiplicato. L’Operazione Verano nel giugno del 1958, il quanto mai futile tentativo batistiano di annientare i ribelli con un’operazione su larga scala, in un territorio sconosciuto ai militari, mostrò tutta la frustrazione e i limiti del dittatore. Quando perfino agli americani fu chiaro che Batista avrebbe perso la guerra, Washington decise di interrompere il finanziamento di armi e di facilitare l’uscita di scena del dittatore, instaurando un rapido governo militare (Cantillo-Piedra) per facilitare il cessate il fuoco castrista ed evitare così che il leader del Movimento del 26 luglio, presto al potere, potesse instaurare un governo socialista a poche miglia dalle coste statunitensi. Fidel dal canto suo non avrebbe mai potuto accettare un secondo governo dittatoriale, mascherato da flebili promesse di apertura democratica, pertanto rifiutò il cessate il fuoco e ordinò ai battaglioni di Guevara e Cienfuegos, nel Natale del 1958, di entrare all’Avana e arrestare Cantillo; nello stesso momento lui sarebbe entrato trionfante a Santiago, liberato i dissidenti bastiani dal carcere di Isla de Pinos e conquistato la simbolica caserma Moncada. Così avvenne. La notte di capodanno Batista fuggì in Repubblica Dominicana con qualche fedele addetto e trecento milioni di dollari statunitensi. Guevara e Cienfuegos marciarono all’Avana il 2 gennaio del 1959 accolti da una folla in festa; qualche giorno dopo (l’8 gennaio), l’esercito castrista, guidato dal proprio leader, venne portato sulle spalle per le vie della capitale, mentre Fidel dichiarò Cuba finalmente libera! Prima della crisi missilistica cubana, il nuovo Primo Ministro (accettò il ruolo nel febbraio del 1959, inizialmente rifiutato) ripudiò sempre di dichiarare il proprio regime come “socialista” o “comunista”. La nuova Cuba poteva splendere di luce propria, in un mondo dichiaratamente schierato in due blocchi, Fidel preferì allinearsi su tesi marxiste-leniniste, senza mai manifestare le proprie volontà pubblicamente, ma nominando sostenitori di tale ideologia a capo di notevoli cariche governative. Guevara, ad esempio, divenne presidente della Banca Centrale e poi Ministro delle Industrie; Cienfuegos ottenne numerosi incarichi pubblici oltre che il prestigioso ruolo di “braccio destro del capo”. Le maggiori riforme in campo statale provennero dalla Riforma Agraria (e la conseguente creazione dell’INRA), espropriazione delle terre pubbliche in mano ad aziende straniere e redistribuzione del suolo a privati e contadini. Fidel non dimenticherà mai l’appoggio popolare, prevalentemente contadino, che irrobustì le file rivoluzionarie nei pesanti anni della Sierra Maestra, per cui fu per loro e per la gente come loro che dal 1959 avrebbe intrapreso quello che passerà poi alla storia come un regime proletario di stampo comunista. Le aziende straniere – prevalentemente canadesi e statunitensi – vennero lentamente nazionalizzate a discapito di un equo risarcimento economico, che Fidel ebbe buon modo di frazionare in diversi archi temporali. La diffidenza americana, nei presidenti Eisenhower e Kennedy, sentenziò un nuovo ciclo sociale nella vita dei cubani. La rivoluzione si era impossessata dell’isola e l’isola parve accettare le condizioni della resa (eccetto l’arroganza del ceto medio-borghese che Fidel limitò in breve tempo); ciò che il capitale estero rigettò completamente fu l’innovativa riforma agraria e la conseguente espropriazione del terreno. Cuba tornava ad essere padrona delle sue terre. A nulla servirono inoltre i numerosi viaggi propagandistici di Fidel Castro Ruz negli Stati Uniti – accolto sempre dal vicepresidente Nixon –, in Argentina, Canada e Brasile in cerca di sostegni economici anzi, la risposta negativa fu corale in ogni paese (ad eccezione del Messico). Sembrò dunque chiara la strada da percorrere: perfino un paese con un enigmatico regime socialista doveva infine allinearsi ad un blocco e, dato il costante rifiuto ideologico capitalista, Fidel decise di proporre un’alleanza commerciale alle porte del Cremlino. Il cavallo di Troia per le grazie sovietiche fu la condivisione del medesimo ideale, ossia un lampante marxismo di fondo su cui basare la rinascita proletaria del paese. Ma servivano fondi. Cuba era da sempre stata una prigione di zucchero e per quanto Fidel tentò di ampliare l’arsenale commerciale, l’intera industria cubana continuò (e continuerà fino a fine secolo) a basarsi esclusivamente sulla produzione saccarifera. Ma l’occasione era troppo ghiotta per i membri del Partito Comunista dell’Unione Sovietica di rinunciare ad un appoggio militare, velato da una partnership commerciale, a pochi passi dallo storico nemico. Pertanto Mosca si rivelò pienamente propensa ad acquistare, a tempo indeterminato, l’intera produzione di zucchero cubana, sancendo il simbolico accordo commerciale tra i due stati. Il presidente Kennedy raccolse il guanto di sfida, decretando un embargo commerciale totale con l’isola, intimando gli alleati a fare altrettanto. “Hasta la victoria siempre. Patria o Muerte” furono le parole di Fidel Castro ad un comizio in  onore delle vittime del peschereccio francese Le Coubre, dove inoltre, per la prima volta, parlò di eventuale “Stato Socialista”. Il resto è storia. Nel 1962 Fidel venne nominato “Lìder Màximo” di Cuba (“Condottiero Supremo”) per aver abilmente sventato l’invasione statunitense nella Baia dei Porci e portato a termine i negoziati per lo smantellamento dei missili sovietici a Cuba. Non ottenendo quanto richiesto alle Nazioni Unite, Castro evitò ispezioni Onu sull’isola, fomentò rivolte socialiste e rivoluzionarie in Africa e Sud America e continuò a palesare sempre più il marxismo-leninismo di fondo che permeava la sua ideologia. L’eccessivo peso politico affidatogli, in questi anni, fece perdere le tracce di numerosi “amici della rivoluzione”, tra cui Guevara, il quale per distacco ideologicotese a ritirarsi da Cuba, in terre ancora oppresse dalle dittature – Congo e Bolivia – per continuare ad attuare l’ideale rivoluzionario. Numerosi furono inoltre gli oppositori verso cui si scagliò repentinamente affinché cessassero la loro propaganda filo capitalista e, verso la metà degli anni 60, Fidel aveva un totale controllo sull’isola, un’ideologia comunista da attuare, pochi oppositori e un fortissimo sostegno sovietico. Quando nel 1964 la leadership del segretariato del Partito Comunista Sovietico passò nelle mani del radicale Leonid Brezhnev, i rapporti tra i due stati tornarono a raffreddarsi temporaneamente. Castro non ratificò il trattato di non proliferazione nucleare dichiarandolo “un tentativo statunitense e sovietico di governare il Terzo Mondo”, affidandosi all’indipendenza politica di Cuba; appoggiò tuttavia l’intervento delle truppe sovietiche durante la Primavera di Praga, ma si dimostrò favorevole anche verso la creazione di un nuovo modello comunista in Cina – il noto Grande Balzo in Avanti Cinese – tanto caro al Che. L’unione del Psp, Movimento del 26 luglio ed esponenti del Direttorio darà vita prima a delle Organizzazioni Rivoluzionarie Integrate (ORI) che cambieranno denominazione in Partito Unitario della Rivoluzione Socialista di Cuba e, finalmente, nel 1965, vedrà la luce il Partito Comunista di Cuba: un partito governativo basato su tesi leniniste e centralismo democratico. In seguito a una serie di tempeste e uragani nel 1969-70, la produzione saccarifera si abbassò a livelli drastici, costringendo l’economia cubana a giorni difficili. Fidel, in tale occasione, propose le sue dimissioni dal ruolo di Primo Ministro ma la folla non glielo concesse. Per quanto ardua la vita sull’isola, le riforme di Fidel vantavano ancora (a 10 anni dalla rivoluzione) un notevole consenso popolare, specialmente nel campo dell’educazione e della sanità: il nemico restavano gli Stati Uniti e il loro massacrante embargo commerciale. Costretto ancora una volta a richiedere l’aiuto di Mosca, Cuba, nel 1971, entrò nel COMECOM, organizzazione economica e commerciale degli stati comunisti, costringendo però l’isola a una maggiore dipendenza agricola. Sempre nel 1971, Fidel visitò il Cile appoggiando completamente il marxista Salvador Allende, appena instauratosi democraticamente al potere, e consigliando a quest’ultimo l’epurazione di elementi scomodi tra le file militari, temendo un colpo di stato. Quasi come un veggente, pochi mesi dopo, un battaglione militare – appoggiato dal presidente americano Richard Nixon – rovesciò il governo Allende per far sì che il potere passasse nelle mani del generale Augusto Pinochet, anticomunista e franchista dichiarato, che si renderà interprete, nei suoi diciassette anni di dittatura, di numerosi crimini contro l’umanità. Fidel proseguì i suoi numerosi viaggi in giro per il mondo socialista, incitando e sostenendo a gran voce la matrice comunista e istigando le masse ancora oppresse dal capitalismo e dalle dittature forzate ad insorgere e celebrare la propria legittima democrazia, che, secondo Fidel, poteva appartenere solo ed esclusivamente al popolo. Nel 1979 si tenne all’Avana l’annuale vertice della NAM (Movimento dei Paesi Non Allineati), di cui Castro ne fu segretario fino al 1983; mentre, in occasione di un vertice ONU, Castro tenne un discorso di più di un’ora in cui parlò delle disparità nel mondo, della povertà e del livello di miseria in cui verge l’80% del pianeta. Il discorso fu un tripudio di applausi e consensi da parte degli altri leader mondiali, presidente americano Carter e canadese Trudeau inclusi, verso i quali Fidel provò un senso di fiducia tale da liberare diversi prigionieri americani, in cambio dell’abolizione dell’embargo e di un blocco del supporto CIA ai dissidenti anti-castristi. Ciò non avvenne, anzi al momento del cambio di poltrona nel 1980 il nuovo presidente americano, Ronald Reagan, si dimostrò più anti-castrista che mai. Numerosi punti di collusione si verificarono in questi anni tra i due leader, tanto che il lìder màximo arrivò ad accusare Washington di essere peggiore della Germania Nazista. Inoltre, nel 1985, il cambio di sedia avvenne anche in Unione Sovietica a favore del moderato Michail Gorbaciov, il quale, con la sua “perestrojka”, parve riaprire uno spiraglio di dialogo al mondo capitalista, suscitando perplessità e diffidenze nei marxisti ortodossi, tra cui i fratelli Castro. Amare furono le delusioni di Fidel verso il nuovo segretario del PCUS, in quanto, non solo questo avvisò Cuba che nessun accordo commerciale o sostegno economico sarebbe stato rinnovato, ma, in quanto leader di uno dei due blocchi, si preservò l’onore di fare le voci socialiste cubane, e non, in diverse occasioni: clamorosi furono i negoziati per la fine della guerra civile in Angola nel 1987, a cui parteciparono Usa, Urss, Cuba e Sudafrica, al termine dei quali vi fu un generale ritiro delle truppe citate dal territorio africano. In quell’occasione Fidel rimarcò il suo disprezzo per l’approccio diplomatico seguito da Gorbaciov, ricordandogli di aver “abbandonato la lotta dei poveri nel mondo a favore della distensione politica”. Negli ultimi anni di vita, Fidel s’impegnò a curare e promuovere lo sviluppo economico cubano all’estero. Tramontata ormai ogni forma di sostegno sovietico (l’Urss crollerà nel dicembre del 1991, grazie soprattutto alle aperture ideologiche di Gorbaciov) e socialista, Cuba dovette (soprav)vivere di altre risorse, quali turismo, energie rinnovabili e strategiche amicizie diplomatiche. Per quanto marxista e fedelmente contrario “all’oppio dei popoli”, Fidel non poté non notare come molti cubani, dato il deterioramento delle condizioni socioeconomiche e dello stile di vita, cominciarono ad affidare i propri disagi a preghiere ed entità astratte. Non condivise mai questo valore, ma permise, a metà degli anni 90, a diversi fedeli, di entrare a far parte del Partito e, nel 1998, vi fu perfino un incontro con Papa Giovanni Paolo II all’Avana. Continuerà a curare i rapporti con gli stati socialisti, promuovere riforme ambientali, combattere il capitalismo americano e avallare gli stati sottomessi dell’Africa e del Sud America fino al gennaio 2008, data in cui, per motivi di salute, dovette dimettersi dalle più alte cariche di stato mantenute per più di cinquant’anni e affidare il controllo dell’isola al fratello Raul, che ne è tutt’ora Presidente. Morirà all’Avana, nella sua Cuba il 25 novembre 2016, a sessant’anni esatti dal salpamento del Granma; come da egli richiesto, il corpo venne cremato e le ceneri percorsero a ritroso il tragitto che, nel gennaio del 1959, lui e i barbudos compirono da Santiago de Cuba all’Avana, per celebrarne il mito. Il lutto nazionale durò nove giorni. La vita di Fidel Castro lascerà a storici e studiosi sempre qualcosa di ignoto, qualcosa da scoprire e comprendere, ma difficilmente sarà inquadrabile sotto la voce “comune”. Niente in Castro fu comune o normale; dall’infanzia all’università, dal rapporto familiare all’ideologia marxista e rivoluzionaria; la rivoluzione in sé e il consolidamento del consenso popolare; la dittatura e il regime socialista. Ma Fidel Castro Ruz fu davvero un socialista? Quanto Marx e quanto Martì vi fu nel suo pensiero? Quanta influenza sovietica vi fu nella democrazia castrista? Comunista o nazionalista? Molti hanno potuto constatare che questa peculiare rivoluzione non aderisce a uno dei preamboli fondamentali del movimento rivoluzionario, che Lenin ha cosi espresso:

«Senza teoria rivoluzionaria non vi è movimento rivoluzionario.» Si potrebbe dire che si può fare la rivoluzione se si comprende correttamente la realtà storica e se, con la stessa chiarezza, si utilizzano le forze che vi intervengono, anche senza conoscere la teoria. Una corretta conoscenza della teoria semplifica il compito e impedisce di inciampare in sbagli teorici. Nello specifico, in questa rivoluzione, va sottolineato che i suoi organi principali non erano proprio dei filosofi o pensatori, anche se non ignoravano i fatti sociali e lo status delle leggi vigenti. Piuttosto giovani affamati di sapere, di conoscere, di cultura, di cambiare il corso degli eventi, basandosi su una profonda fede nel passato e in chi, prima di loro, aveva avuto modo di poter combattere per un ideale. Ma tornando all’ideale castrista, sicuramente bisogna distinguere due fasi assolutamente diverse nella rivoluzione cubana: dall’insurrezione armata alla Moncada fino al capodanno del 1959 e la trasformazione politica, economica e sociale dell’isola da quel momento in poi. Il filo conduttore che determina la dominanza ideologica di entrambe le fasi è senz’altro univoco: il marxismo. A Marx, come filosofo o studioso delle scienze sociali e del sistema capitalista in cui si trovò a vivere, si possono chiaramente obiettare alcune imprecisioni. Ad esempio, non tutti sarebbero d’accordo con la sua interpretazione di Bolivar, o con l’analisi che lui ed Engels fecero dei messicani (o sudamericani in generale), concentrandosi sul carattere economico e produttivo di un lavoratore, “dimenticandosi” di criteri essenziali nella società dell’epoca come la razza o la nazionalità. Forse anche per questo Fidel ne rimase ammaliato, ma dovette correggerne qualche tesi in modo soggettivo, nella Cuba a modo suo. Tuttavia il merito di Marx consiste nell’aver introdotto nella storia del pensiero sociale un cambiamento qualitativo. Non solo egli assegna un’interpretazione alla storia, ma ne comprende il dinamismo e ne prevede gli sviluppi ma, oltre a questo, che segnerebbe il confine del suo dovere scientifico, esprime un concetto rivoluzionario: non basta interpretare la natura bisogna trasformarla. L’uomo cessa di essere schiavo e strumento del mezzo e diventa l’architetto del proprio destino. Attorno alla figura di un tale patriota di valori innovativi, vengono a catalogarsi una serie di figure storiche – Fidel Castro, Lenin, Stalin, Mao Tsetung – che, incarnandone gli ideali ora in toto ora in parte, diverranno la concretezza della teoria da applicare alla realtà, quindi esempi di un comunismo marxista, quindi esempi da seguire. La Rivoluzione Cubana ha inizio là dove Marx abbandona la scienza per impugnare il fucile rivoluzionario, fomentato dalle teorie nazionaliste dell’eroe indipendentista José Martì: prima fase. Dopo vi è il Marx rivoluzionario pratico. Quanto vi è di teorico o marxista nel post-rivoluzione? Tutti i ribelli conoscevano Marx? Forse Fidel lo aveva studiato, ne aveva letto e condiviso i principi ma come avrebbe fatto un ragazzo di nemmeno trent’anni ad introdurre un socialismo marxista in uno stato del Sud America, senza alcuna esperienza politica? Suddividendo la Rivoluzione in diversi spicchi temporali, è palese come ogni singolo istante – dallo sbarco del Granma all’ingresso a Santiago de Cuba –implica diversi concetti sociali e diverse valutazioni della realtà cubana, attraverso i quali si forma, si rafforza e si afferma il pensiero dei leader militari della Rivoluzione, i quali, col tempo, avrebbero affermato anche la loro qualità di leader politici. Prima dello sbarco di Niquero, le condizioni sociali cubane fornirono un notevole consenso al compimento della Rivoluzione. Marx era una realtà attuabile e Fidel lo sapeva bene. Vi era una cieca fiducia popolare, un forte dissenso verso il dittatore e una solida base proletaria non da sfruttare, ma da istruire. Il tutto condito da una pessima condizione dei lavoratori, scioperi generali e una forte opposizione verso il nemico capitalista americano. Fidel, inoltre, aveva già indicato nella celebre arringa “La Storia mi assolverà”, le basi del suo programma istitutivo, bisognava semplicemente limitarsi a diffonderle. Pertanto tali tesi vennero adottate prima, introdotte poi e volendo anche superate, procedendo verso un approfondimento personale del tema in campo economico, politico e patriottico. Dopo lo sbarco cominciano i danni, si perde l’effetto sorpresa e comincia la guerriglia. Lo scarso numero di superstiti combatté più contro la propria psiche, che li indusse a pensare sia ormai tutto perduto, e quindi abbandonare l’opera, piuttosto che contro l’esercito batistiano. Qui entrano in gioco i leader della rivoluzione. Abili profeti di una gloria futura, che pongono le basi per la creazione dell’uomo di domani. Ma quegli stessi profeti – individuabili nelle figure di Fidel e Raul Castro, Ernesto Guevara e Camilo Cienfuegos – altro non erano che barbudos istruiti, il che li rendeva diversi a priori. Le prime adesioni dei contadini alla guerriglia saranno un altro fattore determinante, se non dominante, per le sorti della rivoluzione: la classe sociale verso cui Fidel mostrerà, fino alla morte, la propria gratitudine e il proprio senza di appartenenza. L’ignorante classe agricola, a sua volta, diffidava inizialmente del gruppo rivoluzionario, ma temeva soprattutto le barbare rappresaglie del governo. In questa fase si chiarirono due cose, entrambe molto importanti per fattori interdipendenti: i contadini videro che le persecuzioni e le ostilità dell’esercito sarebbero state sufficienti a distruggere le loro case, i loro raccolti, i loro familiari e le loro vite, per cui consideravano una buona soluzione quella di rifugiarsi in seno all’organizzazione che garantiva loro la sicurezza necessaria; i guerriglieri dal canto loro capirono che era necessario conquistare le masse contadine e che per ottenere ciò occorreva offrir loro quel che desideravano con tutte le forze; e non c’è cosa che un contadino ami di più della terra. L’esercito ribelle conquista via via zone d’influenza grazie al sostegno popolare: vinceranno, i guerriglieri vinceranno.

Nemmeno la censura, o gli interventi del dittatore in larga scala possono fermare una simile escalation militare. In quei giorni le forze guerrigliere intensificarono la loro attività e Fidel, insieme a Camilo Cienfuegos e Guevara, cominciò a creare la propria leggenda eroica lottando per la prima volta sulle pianure orientali con senso organizzativo e uniformandosi a una direzione centrale. Batista fuggì, Fidel entrò all’Avana e nessuno osò opporsi al volere degli eventi. Neppure i vicini di casa statunitensi, in un primo momento, sembrarono dare la giusta rilevanza a quei “semplici dissidi interni” di un isolotto nell’Atlantico. Nessuno parve comprendere l’importanza di quel fatto storico, nessuno. Nemmeno Fidel. La cultura castrista si basava sulla consapevolezza che la teoria esiste e va applicata; ma nessuno si domandò mai se le uniche tesi nelle quali si ritrovò ideologicamente il lìder màximo, fossero le tesi adeguate da applicare a Cuba. Non va confuso l’antagonismo americano con la sua opposta scelta di ideale: Fidel credette da sempre nelle teorie comuniste, ripose fiducia in quegli scritti e nel patriottismo di José Martì, escludendo qualsiasi teoria volesse Castro un semplice servo di Mosca e padrone di un territorio troppo strategico per gli interessi del Cremlino. Non vi è dubbio, tuttavia, che i sostegni economici e gli aiuti umanitari forniti dall’Urss ne abbiano influenzato le decisioni politiche e corretto l’indirizzo ideologico verso un comunismo sovietico. Il primo grande passo a favore del popolo, nella nuova Cuba castrista, fu senza dubbio la Riforma Agraria, da cui scaturirono numerose implicazioni sociali ed internazionali. Fidel sa che questa darà la terra a tutti i diseredati e ne priverà coloro che la detengono ingiustamente; sa anche che i più potenti tra coloro che la detengono ingiustamente sono – tra gli altri – uomini esterni, influenti (o influenzati) al Governo degli Stati Uniti d’America; Ma quanto Marx vi è in tutto ciò? Agli albori del 1959, l’indomani della rivoluzione, Fidel si proclamò “socialista, marxista e leninista”. Quando venne incoronato Lìder Màximo nel 1962, la terminologia “socialista” scomparve. Da marxista, Castro cercò di trasformare la sua Cuba, da uno stato capitalista dominato dall’imperialismo straniero a una società socialista e, infine, ad una società comunista, da non confondere con “dittatura sovietica”. Influenzato dallo storico amico Che Guevara, egli suggerì che Cuba potesse ignorare le maggiori tappe del socialismo e procedere direttamente al comunismo ortodosso. E Martì? In un discorso in onore delle vittime del peschereccio francese Coubre, Fidel sottolineò: “Noi non siamo solo marxisti e leninisti, ma anche nazionalisti e patrioti.” Non è ignoto che le maggiori figure d’influenza nella composizione ideologica di Fidel furono proprio Marx e il nazionalista cubano. Forse esattamente per questo non si potrà mai parlare a pieno di un comunismo totale, durante il regime castrista, ma piuttosto di un “comunista imperfetto”. Gli storici hanno definito la Cuba di Castro “uno studio perfetto del fenomeno nazionalista” e, per quanto il popolo cubano comprendesse il carattere autoritario, “il fascino popolare vero del “castrismo” era costituito dal suo nazionalismo”. La rivoluzione cubana, infatti, ebbe una radice totalmente autonoma e un carattere prettamente nazionale e democratico, finché la situazione internazionale non portò Fidel a doversi allineare a un modello ideologico istituzionale, di matrice (ovviamente) socialista, secondo l’esempio applicato nei paesi europei dal Patto di Varsavia, al fine di garantire alla sua rivoluzione la possibilità di sopravvivere nello scenario della Guerra Fredda. Molto spesso Fidel, dopo esser diventato alleato vincolato dei sovietici e di aver apertamente espresso la sua “conversione” al marxismo, associò l’ideologia e il carattere stesso della sua rivoluzione al pensiero di Martì: “L’ideologia della nostra rivoluzione è molto chiara: non offriamo agli uomini soltanto libertà ma anche pane, non offriamo agli uomini solo pane, ma anche libertà. Noi non siamo né di destra né di sinistra, né di centro. Noi vogliamo andare oltre rispetto a destra e sinistra.” Secondo i canoni marxisti, la realtà fisica di Cuba non avrebbe mai permesso una vera rivoluzione comunista, ma un processo di riformismo estremo, sostenuto da una gioventù progressista, folle popolari e – soprattutto – masse contadine in un contesto di “governo patriottico” di matrice antimperialista. Probabilmente era questo il disegno originale di Fidel Castro Ruz, in quei giorni sulla Sierra, con gli scritti di Marx in una mano e le parole di Martì nella mente. La stessa mente che gli concesse inoltre di comprendere e prevedere le dinamiche dell’America Latina negli anni 60, la quale non poteva concedersi “rivoluzioni democratiche” (le vicende cilene di Allende e Pinochet ne diverranno una triste conferma) alle porte dei cugini americani. Ecco dunque, che perfino la patriottica rivoluzione castrista, di stampo puramente nazionalpopolare, verrà cinicamente ricordata come spietata e rossa da, esattamente, mezzo mondo, e Fidel passerà alla storia come un semplice comunista ortodosso al pari di Mao Tsetung, Stalin ecc. Fu tuttavia il patriottismo di José Martì, interpretato e rivisitato dal Lìder Màximo, il fondamentale fattore di coesione temporale e sociale; colui che ha permesso al governo rivoluzionario di mantenere un buon consenso popolare e al suo leader un notevole prestigio personale nel tempo. Infine si può concludere dicendo che la tenuta decennale dell’esperimento politico di Fidel Castro, che ha lasciato più ombre che luci sul futuro di Cuba, è stata senza dubbio la più grande sconfitta degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale e, tutt’oggi, una fonte di ispirazione per i diversi governi progressisti dell’America Latina che, pur rifiutando gli aspetti repressivi e liberticidi del regime cubano, ne rivendicano la tenacia e la fermezza nei confronti degli Stati Uniti, il carattere puramente latino-americanista e le idee popolari in materia di diritti economici e di opportunità sociali. Vista con occhi sudamericani, Cuba è stata sempre interpretata più come una trincea davanti all’impero capitalista, e Fidel Castro come l’incarnazione dell’orgoglio popolare latino, piuttosto che come una costola di Mosca. Infine posso affermare che il mito di Fidel Castro, l’eroe contemporaneo che, padrone di un piccolo isolotto caraibico, ha tenuto testa e a tratti sconfitto il mastodontico impero capitalista statunitense, è reale. Una manciata di uomini poco addestrati alle armi, ma molto istruito sui libri, son diventati l’icona di una rivoluzione violenta, ma tutto sommato culturale, dove l’idea ha prevalso sul pugno e dove, ancora una volta, il popolo ha deciso per la propria sorte. Non è un caso che la storica foto del “Guerrillero Heroico” di Alberto Korda è diventata l’immagine di diversi movimenti anticonformisti in tutto il mondo; Cuba è l’esempio autentico che non vi è nulla di scontato nel mondo, che basta avere la caparbietà di osare per produrre grandi cose. Per quanto discusso, acclamato e contrastato, Fidel Castro incarna questi valori, detenendo il merito di non essersi piegato, laddove piegarsi si rivelava la soluzione più facile e razionale, al volere statunitense. Fidel è la macchina che ha guidato la rivoluzione; Marx e Martì il motore che l’alimentavano. Un bambino cresciuto a Biràn, distante dalla realtà cubana dell’epoca ma all’interno della quale ci si è tuffato e coccolato per l’intera vita. Un normale panorama sudamericano di metà Novecento, schiavo della corruzione politica e del dollaro statunitense dal quale Fidel è riuscito a venirne a capo, prima con le armi, poi con una democrazia popolare, ma personale. Numerose sono state le accuse di “dispotismo” e di “tirannia” alla morte del Lìder Màximo nel 2016. Fidel ha affamato un popolo; Fidel non era diverso da un qualsiasi Pinochet o Chávez; Fidel predicava populismo e marxismo, ma era il primo ad essere immensamente ricco probabilmente è tutto vero. O forse speculatori e giornalisti non attendevano altro che la morte del “Condottiero Supremo” per uscire dal letargo e racimolare qualche dollaro in più con scoop dell’ultimo minuto. Ma vi è una parte di popolazione locale a Cuba, quella che potremmo definire la vecchia guardia, che non dimentica le gesta di quell’uomo; non dimentica l’impresa del 1959, né l’entusiasmo che aleggiava per l’isola quando quei semplici barbudos fecero il loro ingresso trionfale all’Avana. La storia non è buona. La storia non è cattiva. La storia è una libera interpretazione di eventi realmente accaduti, verso i quali è possibili avanzare commenti, teorie, pareri anche, ma mai prese di posizione. La storia è libera e senza padroni, alla portata di tutti coloro che la rispettano e hanno sete di informazione e Fidel Castro Ruz merita questo posto nella storia. Cosa sia diventata Cuba nel gennaio del 1959? Non lo sappiamo, né mai potremmo saperlo, penso. Ma qualcosa cambiò in quei giorni. Qualcuno salì al comando dell’isola eliminando dai giochi l’oppressione dittatoriale. Cuba divenne libera e indipendente. Ma il comunismo non crea libertà, anzi. Il patriottismo libera le coscienze, svuota le teste, alimenta un forte orgoglio nazionale, ma non può essere catalogato come un partito o un’ideologia per guidare un paese: non per mezzo secolo almeno. Nemmeno la dittatura proletaria, tanto cara a Karl Marx, avrebbe potuto rendere Cuba uno stato libero e indipendente. Ma allora chi o cos’era realmente Fidel Castro? Fidel Castro era tutto questo, nello stesso momento e per tutta la vita. Era il tumultuoso attivista universitario che lottava per i diritti sociali della propria isola; era l’intraprendente ragazzo che partì inesperto per la Repubblica Dominicana verso il rovesciamento del dittatore Trujillo; era il giovane avvocato indottrinato che lanciava lettere di accusa al Tribunale d’Urgenza dell’Avana dopo il golpe batistiano; era l’assalto alla Moncada e “la storia mi assolverà”. E tutto questo prima di Marx e del supporto sovietico. Cultura e diritti sociali guidarono gli anni della formazione di Fidel, ma sarebbe un grossolano errore attribuire a Marx i meriti della rivoluzione. Fu José Martì a lanciare il grido indipendentista ai cubani e fu proprio Fidel Castro a recepirlo per primo ed attuarlo. Il nazionalismo castrista, con forte verve populista, ha guidato la vivacità e la spregiudicatezza dell’impresa e, volendo essere pignoli, anche i primi anni di assestamento politico, in quanto i barbudos superstiti tutto erano tranne che statisti. Quando poi la minaccia capitalista ha cominciato a minare la brillantezza dell’impresa, non riconoscendone meriti, bensì attribuendole minacce socialiste a poche miglia marine dalle loro coste, ecco che perfino il brillante e indipendente Castro ha dovuto prendere una posizione. Sarà da questo momento in poi che Fidel, si allineerà sempre più verso il marxismo sovietico e mai verso quello ortodosso, di cui invece ne rimase ammaliato durante l’isolamento in carcere, rinvigorendo l’economia di uno stato massacrato dall’embargo commerciale, ma tradendo la fiducia e le illusioni di quanti avevano davvero sperato che nazionalismo e patriottismo sarebbero rimasti lì, a guidare la politica cubana, in eterno. L’ortodossia marxista non troverà mai auge a Cuba, semplicemente perché non vi sarà mai occasione per poterla attuare. Si potrebbe parlare di comunismo di stampo sovietico, di socialismo utopistico, di nazional populismo, ma sarebbe sbagliato attribuire a Fidel l’onore (o onere) di esser stato il primo uomo ad aver attuato un marxismo ortodosso all’interno di uno stato. In conclusione però, Fidel Castro passerà ai libri con la ridotta veste di capo-rivoluzione cubana; ai giovani come un dittatore comunista e ai più come un semplice comunista. E a nessuno, se non qualche anziano cubano, interesserà modificare questo mito. Ma diamone atto ancora una volta; perché Fidel Castro fu tante cose nella sua vita, tantissime forse. Un ragazzo vivace, un abile oratore, un feroce guerrigliero, un problematico figlio, fratello e marito; un socialista, un leninista, un marxista, un patriota, un nazionalista e sì, senz’altro anche un comunista ma un comunista imperfetto. Il percorso espositivo prende avvio dagli anni giovanili di Castro a Birán, nella Cuba orientale, dove nacque nel 1926 in una famiglia di proprietari terrieri. Qui il giovane Fidel sperimentò le forti disuguaglianze sociali che segnarono la sua visione del mondo. Gli studi negli istituti religiosi di Santiago e a L’Avana e l’iscrizione alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università de L’Avana nel 1945 furono tappe decisive per la formazione della sua coscienza politica, l’approfondimento di questioni sociali e nazionali e l’avvicinamento ai movimenti di opposizione al regime di Batista. Le sezioni sono predisposte in ordine cronologico, accompagnando il visitatore lungo le diverse fasi della vita e dell’esperienza politica di Fidel Castro. Ogni momento è documentato attraverso fotografie, documenti, oggetti personali e testimonianze audiovisive, che permettono di osservare i successi, le difficoltà e le decisioni prese in condizioni estreme. Tra i momenti più significativi della fase rivoluzionaria iniziale spicca l’assalto alla Caserma Moncada del 26 luglio 1953, primo atto simbolico di rottura con la dittatura. L’episodio, pur fallito sul piano militare, consolidò Castro come leader emergente e costituì il nucleo fondativo del Movimiento 26 de Julio, organizzato poi in Messico insieme a Ernesto Che Guevara e altri esuli cubani. La spedizione del Granma nel dicembre 1956, l’insediamento nella Sierra Maestra e le azioni di guerriglia che portarono alla vittoria di Santa Clara nel 1958 e alla fuga di Batista costituiscono il cuore della mostra. La mostra approfondisce anche le trasformazioni politiche, sociali ed economiche che seguirono la vittoria rivoluzionaria del 1959. Dalla Riforma Agraria alla Campagna di alfabetizzazione, dalla nazionalizzazione delle industrie alla riorganizzazione del sistema sanitario, fino ai rapporti internazionali con gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la gestione delle crisi più complesse, come la crisi dei missili del 1962. Non viene trascurata la dimensione personale del leader: la passione per lo sport, le relazioni con intellettuali e artisti e l’alleanza storica con Ernesto Che Guevara, una delle collaborazioni più emblematiche della rivoluzione. Il percorso include anche gli ultimi anni della sua vita, segnati dalla riflessione sulle sfide interne e globali, dal Periodo Especial alla caduta del socialismo in Europa, fino al riavvicinamento alla Chiesa cattolica e alle visite papali.

Palazzo Bisaccioni – Fondazione Cassa di Risparmio Jesi Ancona

Fidel: storia di un leader – L’uomo che sfidò il secolo

dal 12 Giugno 2026 22 Novembre 2026

dal lunedì alla Domenica dalle ore 9.00 alle ore 13.00 e dalle ore 15.30 alle ore 19.30

Dal 1° luglio al 31 agosto apertura speciale anche venerdì sabato e domenica dalle 21 alle 23. Chiuso 15 agosto 2026

Fidel: storia di un leader – l’uomo che sfidò il secolo, Palazzo Bisaccioni, Jesi, Installation View

Fonte: Ufficio Stampa Press Office &Communication

Maria Grazia Fantini | Emailmariagrazia@salvanelli.it

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