I colloqui negoziali tra Stati Uniti e Iran “riprenderanno la prossima settimana, credo martedì”: lo ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri del Pakistan Tahir Andrabi, stando a quanto riferiscono fonti di stampa internazionali. Il portavoce ha aggiunto che i lavori potrebbero iniziare tra lunedì 29 giugno e mercoledì 1 luglio, senza però dare dettagli sul luogo dell’incontro.
Intanto da domani a venerdì 26 giugno si terrà l’undicesimo vertice dei ministri dell’Energia dei Brics, l’alleanza delle economie emergenti, ospitato quest’anno dall’India a Gurgaon, città distante una trentina di chilometri a sud-ovest di New Delhi, nota per essere un hub economico e finanziario. L’appuntamento intitolato ‘Costruire resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità’ si tiene sullo sfondo di crisi e conflitti che hanno proprio al centro la competizione per i combustibili fossili.
Non a caso, è già decollato il volo con a bordo il ministro del Petrolio iraniano Mohsen Paknejad. Come riporta la stampa iraniana, il rappresentante del governo di Teheran – entrato a far parte dei Brics nel 2024 – incontrerà tra gli altri il suo omologo indiano “per esplorare la cooperazione bilaterale nei settori del petrolio, del gas, della raffinazione e della petrolchimica, con l’espansione dei legami energetici tra Iran e India come obiettivo primario del viaggio”.
L’Iran sa bene che i Brics si stanno imponendo come attore economico alternativo agli Stati Uniti e all’occidente, con in testa Cina, Brasile, Sudafrica e Russia, Paesi che hanno relazioni tese con l’amministrazione Trump. La visita inoltre avviene in un momento dtrategico: con la sigla del Memorandum siglato con gli Stati Uniti per porre fine alla guerra, Teheran ha ottenuto la revoca delle sanzioni americane sull’esportazione di gas e greggio iraniani. Inoltre, Teheran sembra pronto a inviare un messaggio chiaro anche a Israele, dopo che Tel Aviv e Washington hanno avviato l’offensiva del 28 febbraio che ha innescato anche una crisi energetica, oltre che il conflitto in Medio oriente.
L’India è uno dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione e negli ultimi mesi New Delhi ha siglato importanti accordi di cooperazione militare, commerciale e sulle nuove tecnologie con Israele: il viaggio del primo ministro Narendra Modi a Tel Aviv si è tenuto il 26 febbraio, pochi giorni prima l’attacco congiunto delle forze israelo-statunitensi all’Iran. Si è trattato della seconda visita di Modi in Israele, lui che è stato il primo politico indiano ad aprire al dialogo con quel Paese, accantonando il tradizionale sostegno indiano alla causa palestinese.
Così, il viaggio odierno del ministro iraniano Paknejad appare anche come una sfida alle alleanze che Washington e Tel Aviv hanno costruito nella regione, cercando a sua volta di rafforzare i suoi appoggi in Asia.
Nonostante la sigla del Memorandum d’Intesa con Washington che pone le basi per l’accordo di pace, il nodo resta lo Stretto di Hormuz, dove prima della guerra transitava il 20% delle risorse energetiche globali. I blocchi imposti da Iran e Stati Uniti, e il sistema dei pedaggi elaborato da Teheran col sostegno dell’Oman, hanno provocato l’aumento dei prezzi di gas e greggio e ripercussioni anche sull’economia indiana, fortemente dipendente dai fossili per il suo comparto industriale. New Delhi, non a caso, è stato tra i governi che hanno accettato di intavolare discussioni con Teheran per assicurarsi il libero passaggio attraverso lo Stretto.
Ieri, mentre il segretario di Stato americano Marco Rubio ha iniziato dagli Emirati una tre giorni di visite nel Golfo per ottenere il transito gratuito delle navi lungo Hormuz, i rappresentanti iraniani si scontravano apertamente con gli omologhi emiratini a New Delhi, nel corso del vertice sulla Sicurezza dei Brics, tornando a scambiarsi accuse: Teheran punta il dito contro gli Emirati per aver concesso agli Stati Uniti l’uso delle loro basi militari per condurre attacchi contro l’Iran – dove da febbraio sono morte oltre 3mila persone. Gli Emirati denunciano attacchi contro i Paesi del Golfo, che hanno a loro volta provocato morti e feriti.
Nel corso dello stesso meeting, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ribadito gli appelli alla moderazione, esortando il gruppo a “tenere alta la bandiera del multilateralismo” e opporsi fermamente all’unilateralismo e al protezionismo, al terrorismo e alla militarizzazione dell’Ia, rafforzando la cooperazione nello fruttamento dei minerali critici.
Il lavoro di Teheran per rafforzare la sua posizione internazionale non si ferma però all’India: oggi il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, è a Baku, in Azerbaijan, dove ha affermato che “sta ai paesi dell’Asia occidentale determinare il destino della regione”. La cornice dell’intervento è la 20° sessione dell’Unione dei Parlamenti dell’Organizzazione dei Paesi islamici (Oic), tra i principali organismi della regione. Ghalibaf ha affermato che “dopo la guerra, la situazione regionale è cambiata”, ma “senza considerare la questione palestinese, l’Asia occidentale non potrà mai avere sicurezza”, un tema di cui “solo i nostri Paesi dovrebbero essere responsabili”.
Alessandra Fabbretti



