Ottantuno giorni dopo le dimissioni di Gabriele Gravina rassegnate sulla scia dell’ennesima mancata qualificazione ai Mondiali, il calcio italiano ha un nuovo Presidente federale: Giovanni Malagò. L’ex presidente del Coni è stato eletto dall’assemblea elettiva della FIGC, riunita al Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con il 68,58% dei voti. L’unico sfidante, Giancarlo Abete (già al vertice della federazione in passato e sostenuto dalla Lega Nazionale Dilettanti) ha raccolto solo il 29,17%. Schede bianche o nulle il 2,25%. Mentre il resto del Mondo si balocca con i mille colori di Mondiali, a noi, tristi ed esclusi, resta questa gara parallela ed accessoria, sul futuro (per modo di dire) del nostro pallone. Nelle previsioni di voto la coalizione di Malagò superava già al primo conteggio la soglia del 50%, ma sul suo nome aleggiava un possibile nodo di ineleggibilità legato alla presidenza del CONI (poi smentito). Abete rappresenta il volto della continuità; Malagò quello della discontinuità manageriale. Sullo sfondo, una posta ulteriore: il nuovo presidente erediterà la scelta del commissario tecnico della Nazionale. Con Malagò, il nome più accreditato sarebbe quello di Roberto Mancini; Antonio Conte resta una suggestione.
LE DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE E L’ADDIO POLEMICO DI GRAVINA
Prima che i delegati votassero, hanno parlato tutti i protagonisti. Malagò ha scelto il registro dell’appartenenza. “Papa nero”, lo avevano chiamato alcuni, straniero al calcio: lui ha risposto rivendicando una genealogia federale – “sono fratello, padre, figlio di questa federazione” – e traducendo i propri endorsement in termini di curriculum, non di manovra politica. Il peso della responsabilità, ha detto, lo avverte ogni minuto. Ha chiesto di mettere da parte i personalismi. Ha promesso marketing, ricavi supplementari, schiena dritta. Il tono era quello di chi sa di partire favorito e preferisce non sembrarlo. Giancarlo Abete ha ringraziato Gravina (“siamo insieme dal ’90”) e poi ha attaccato il metodo che ha prodotto queste elezioni, non i candidati. Il percorso è stato sbagliato, ha detto: i nomi hanno oscurato i programmi, non si è capito perché con il 98% dei consensi non si fosse arrivati da nessuna parte. “Se ci fosse stato un metodo diverso non ci sarebbe stata neanche una competizione elettorale”. Una frase che suona insieme come autocritica del sistema e come epitaffio della propria candidatura. Ha aggiunto che si è presentato per coerenza con se stesso, non per vincere. La democrazia, ha concluso, è fatta di confronti. Ezio Maria Simonelli, presidente della Serie A, aveva poco prima messo in fila i dati: tre mancate qualificazioni consecutive ai Mondiali, una ferita profonda, ma stadi più pieni degli anni Novanta e audience televisiva in crescita. Il calcio italiano non è tutto da buttare, ha detto. Serve analisi, coraggio delle riforme, lavoro comune. Una Serie A forte è nell’interesse di tutti. “La politica ha deciso di prendere le distanze dal calcio, ma poi salirà sul carro dei vincitori quando i risultati ci daranno ragione e questo ce lo ricorderemo“. L’intervento più livoroso è stato quello di Gravina, al suo ultimo atto da presidente. Ha attaccato il governo: nemmeno un euro per finanziare i vivai, e per di più la decisione, presa nottetempo una settimana prima, di eliminare l’unica voce di mutualità destinata ai giovani. “Forse pensavano di punire la vecchia e la nuova Figc”, ha detto. “Si sono sbagliati: hanno fatto il male del calcio“. Ha chiuso con un riferimento obliquo al ministro Abodi – quello degli “amici e diversamente amici” – senza nominarlo.
Mariano Nicotra



