Un vero e proprio abuso, una sorta di schiavitù moderna. Nella Giornata mondiale contro il lavoro minorile si contano 138 milioni di bambini ancora “occupati”, 54 milioni dei quali in attività pericolose. Secondo il Direttore Generale dell’Oil, Gilbert F. Houngbo, al ritmo attuale l’obiettivo di eliminare il fenomeno entro il 2030 non sarà raggiunto, non per mancanza di soluzioni, ma per incapacità di applicarle su larga scala. Nonostante gli impegni assunti a livello internazionale, invertire questa tendenza in modo strutturale rimane estremamente difficile.
La causa principale è la povertà
Per Gianni Rosas, Direttore dell’Ufficio per l’Italia e San Marino dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) siamo di fronte a stime “spesso conservative, basate esclusivamente sui dati disponibili perché in molti paesi, infatti, non vengono condotte indagini specifiche sul fenomeno.
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“Guardando agli ultimi venticinque anni, si registra una diminuzione significativa: nel 2000 i bambini che lavoravano erano quasi 260 milioni. Dall’adozione della convenzione storica sull’eliminazione del lavoro minorile, in particolare nelle sue forme più gravi, si è dunque ottenuta una riduzione drastica e notevole, favorita anche dall’impegno diretto dei capi di Stato e di governo dei singoli paesi, che ha contribuito a influire profondamente sulla cultura locale. Ciò nonostante” spiega Rosas “il numero di bambini coinvolti resta inaccettabile: i bambini dovrebbero andare a scuola e giocare, non lavorare. La causa principale è la povertà: esiste una correlazione diretta tra i tassi di povertà di un paese e i tassi di lavoro minorile”.
Il caso della Siria
Quanto alla formazione, Rosas indica che “L’accesso all’istruzione comporta costi sia diretti, nei paesi in cui la scuola non è universale e gratuita, sia indiretti, come le spese di trasporto o l’acquisto dei libri scolastici, che scoraggiano molte famiglie dal mandare i propri figli a scuola. A ciò si aggiungono i conflitti armati e i disastri naturali, che indeboliscono le istituzioni e rendono difficile applicare la normativa in materia di età minima per il lavoro e di eliminazione delle sue forme peggiori. Le situazioni di instabilità, i conflitti e le migrazioni forzate” prosegue Rosas “aumentano l’esposizione dei bambini e degli adolescenti al rischio di sfruttamento. Lo si è visto chiaramente nel caso della Siria, con un incremento significativo del lavoro minorile anche nei paesi di accoglienza dei rifugiati. Il fenomeno riguarda anche il nostro paese: una quota significativa dei minori non accompagnati che arrivano sulle nostre coste scompare, finendo spesso in situazioni di sfruttamento lavorativo”.
Un traguardo non raggiunto
Il Quadro d’azione adottato a Marrakech indica una roadmap concreta per affrontare il fenomeno e rappresenta un aggiornamento degli impegni assunti nelle cinque conferenze mondiali precedenti. Coincide con un traguardo ambizioso che i capi di Stato e di governo si erano prefissati: eliminare il lavoro minorile entro il 2025, obiettivo previsto dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. “Purtroppo, come dimostrano i dati citati, questo traguardo non è stato raggiunto” riprende il Direttore dell’Oil, specificando che “L’incontro aveva lo scopo di rilanciare l’azione contro le forme più gravi e inaccettabili di sfruttamento, a cominciare dal lavoro minorile, ma includendo anche il lavoro forzato e la schiavitù moderna. Il Quadro d’azione prevede dieci misure prioritarie. Tra le principali vi è il contrasto alla povertà e alle disuguaglianze, attraverso la promozione di un lavoro dignitoso, tutelato e adeguatamente retribuito per i membri adulti della famiglia. È una strategia fondamentale, anche perché tra i 138 milioni di bambini e adolescenti che lavorano, oltre 50 milioni svolgono attività estremamente pericolose. Per la fascia di età che, a seconda della legislazione nazionale, va dai 15 ai 17 anni, e che quindi può lavorare, è necessario garantire tutele adeguate: eliminare i rischi nei luoghi di lavoro o accompagnare una transizione verso occupazioni dignitose e sicure”.
Favorire il ritorno a scuola
Per Rosas, dunque, rimane prioritario anche l’accesso universale e gratuito all’istruzione e alla formazione. “Per i bambini che lavorano al di sotto dell’età minima scolastica, la misura più urgente è favorirne il ritorno a scuola” chiarisce, aggiungendo che “A ciò si affianca l’accesso alla protezione sociale: diversi paesi dell’America Latina, ad esempio, hanno istituito forme di sostegno economico alle famiglie, condizionato alla frequenza scolastica dei figli, ottenendo una riduzione significativa dei tassi di lavoro minorile. Queste tre grandi linee d’azione, reddito dignitoso per le famiglie, accesso all’istruzione e protezione sociale, hanno già dimostrato la loro efficacia in molti contesti. È importante sottolineare che nessun genitore, indipendentemente dal livello di sviluppo del suo paese o dalle sue condizioni sociali, vuole mandare a lavorare un figlio di dieci o undici anni. Aggredire lo stato di necessità con risposte concrete produce risultati immediati. Il lavoro minorile” precisa “è un fenomeno sistemico: i bambini che lavorano anziché studiare tendono a trasmettere questa condizione ai propri figli, perché la povertà si riproduce di generazione in generazione. Rompere questo circolo vizioso è possibile, ma richiede interventi strutturali e continuativi”.
L’esempio dell’estrazione del cobalto
Filiere globali, settore agricolo, grandi imprese: quale responsabilità hanno le aziende private nel perpetuare o nel combattere il lavoro minorile, e cosa si può fare concretamente per aumentarne l’accountability? Per il Direttore dell’Oil “In un sistema globalizzato, il lavoro minorile può essere domestico oppure importato. Anche in Italia esistono sacche di sfruttamento minorile, ma il fenomeno è presente anche nei prodotti che consumiamo quotidianamente: dal cacao proveniente dall’Africa occidentale, che finisce nel cioccolato sulle nostre tavole, alle terre rare e al cobalto estratto nell’Africa centrale, indispensabili per la produzione di computer e telefoni cellulari. Il cobalto, ad esempio, viene estratto in miniere con gallerie molto strette, in cui vengono impiegati bambini sia per ragioni di costo, la retribuzione dei minori è di gran lunga inferiore a quella degli adulti, sia per le condizioni arcaiche di sfruttamento delle miniere stesse. Paradossalmente, ciò avviene in presenza di un materiale ad altissimo valore aggiunto”.
La responsabilità delle imprese
Per Rosas è dunque essenziale che nelle filiere globali di fornitura che coinvolgono più paesi e più aziende “le imprese capofila si assumano la responsabilità di garantire il rispetto dei diritti umani lungo tutta la catena produttiva, assicurando che nessuna fase della lavorazione avvenga attraverso lo sfruttamento del lavoro minorile. In questo senso, esistono già impegni internazionali, cui aderiscono sia i governi sia le imprese, che prevedono l’analisi dell’intera filiera, l’identificazione dei rischi connessi allo sfruttamento minorile e l’adozione di misure concrete per minimizzarli o eliminarli. Un approccio virtuoso alla gestione della catena di fornitura” conclude “è dunque una strategia efficace e concreta per contribuire all’eliminazione del lavoro minorile nei paesi in cui si svolgono le produzioni”.
Davide Dionisi



