Il calcio non ha i tempi della guerra, è su una dimensione parallela. l’Iran si prepara ai Mondiali negli Stati Uniti con cui è in guerra tra visti negati, basi spostate all’ultimo minuto e una guida suprema uccisa durante il conflitto. Mehdi Taj, presidente della federazione calcistica iraniana ed ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, ha rilasciato al New York Times una rara intervista in cui non lascia dubbi su chi ritenga responsabile del caos: gli Stati Uniti, ovviamente. La nazionale iraniana è la prima nella storia della Coppa del Mondo ad avere come paese ospitante un avversario in guerra con il proprio. La squadra si allena ad Antalya, in Turchia, dove ha trascorso gran parte dell’ultimo mese. I Mondiali iniziano l’11 giugno; il 15 l’Iran affronta la Nuova Zelanda a Los Angeles. La sede del ritiro era stata inizialmente fissata a Tucson, in Arizona, poi spostata a Tijuana, in Messico, in seguito a colloqui con la FIFA a Istanbul. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha dichiarato che la FIFA aveva chiesto aiuto al suo paese perché gli Stati Uniti non volevano che la squadra iraniana pernottasse sul territorio americano. Taj dice di non saperne nulla. “Siamo giunti alla conclusione, di comune accordo con la FIFA, che desideriamo ridurre al minimo la nostra presenza negli Stati Uniti”, ha detto. A tre partite da giocare sulla costa occidentale americana, i visti non sono ancora stati concessi. I problemi burocratici hanno indotto gli iraniani, ha spiegato Taj, a “sospettare che gli Stati Uniti potessero crearci seri problemi”. Lo stesso Taj ha accumulato un curriculum di frontiere chiuse: escluso dall’accredito al sorteggio di Washington a dicembre, è stato fermato in transito a Toronto il mese scorso mentre si dirigeva a Vancouver per la riunione annuale della FIFA. Dopo ore di interrogatori, è tornato in Iran per protesta insieme all’intera delegazione. Il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che chi ha legami con le Guardie Rivoluzionarie – organizzazione designata come terroristica da Washington e Ottawa – non entrerà negli Stati Uniti. Taj ha risposto che non ha più rapporti con il corpo, aggiungendo che a Toronto lui e i colleghi “hanno trascorso il tempo a difendere il paese” davanti agli agenti di frontiera. La FIFA naviga in acque difficili: tenere insieme le esigenze del paese ospitante, le garanzie alla squadra qualificata e una neutralità politica già appannata dai noti rapporti tra il presidente Infantino e Trump. Infantino si è recato in Turchia a marzo per testimoniare il proprio sostegno alla squadra; ad aprile anche il direttore generale Mattias Grafstrom ha incontrato funzionari iraniani. “Siamo in contatto solo con la FIFA e non con gli Stati Uniti, quindi non sappiamo cosa ne pensino”, ha detto Taj.
Mariano Calice



