C’è un’atmosfera elettrica oggi a Parigi (e non solo). Milioni di appassionati seguono l’atteso match tra due tennisti italiani, Arnaldi e Cobolli, un evento storico che domina le conversazioni anche tra non esperti di tennis. E nelle conversazioni pronunciamo «Roland Garros», il nome del mitico torneo di Parigi, decine di volte al giorno. Ormai, per tutti, quel nome è sinonimo di terra rossa, rimbalzi millimetrici e scivolate al limite della fisica. Eppure se potessimo viaggiare indietro nel tempo e chiedessimo al diretto interessato un parere sul match di oggi, ci guarderebbe con aria smarrita. Sì, perché Eugène Adrien Roland Georges Garros non deve la sua fama al tennis. Non ha mai vinto uno Slam, non fu mai un protagonista del tennis agonistico e non passò alla storia per una racchetta. Chi era, allora, l’uomo che dà il nome al tempio del tennis mondiale? La risposta si trova nei cieli d’Europa, tra i pionieri dell’aviazione e le geniali invenzioni della Prima Guerra Mondiale.
Il pioniere dei cieli e il record sul Mediterraneo
Nato nel 1888, Roland Garros era un uomo d’azione, un intellettuale e un visionario della meccanica. Nei primi anni del ‘900 l’aviazione era considerata un’attività estrema per folli sognatori, ma Garros faceva sul serio: nel 1911 stabilì il record mondiale di altitudine, portando il suo fragile monoplano Blériot a 3.950 metri d’altezza. L’impresa che lo consegnò alla storia arrivò il 23 settembre 1913: fu il primo uomo a compiere la trasvolata del Mar Mediterraneo senza scali. Partito da Fréjus, nel sud della Francia, atterrò a Biserta, in Tunisia, dopo quasi 8 ore di volo continuo. Secondo il racconto entrato nella leggenda, quando toccò terra nel serbatoio erano rimasti appena 5 litri di carburante. Era diventato un eroe nazionale.
L’invenzione ingegneristica che cambiò la guerra
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914, Garros si arruolò nell’aviazione militare. All’epoca i duelli aerei erano rudimentali: i piloti si sparavano con pistole o fucili mentre guidavano. C’era un enorme problema ingegneristico da risolvere: come montare una mitragliatrice frontale senza che i proiettili distruggessero le pale dell’elica in movimento? Garros contribuì a mettere a punto una soluzione, sviluppata insieme all’ingegnere Raymond Saulnier. Il sistema prevedeva deflettori d’acciaio corazzati da applicare sul retro delle pale. Quando la mitragliatrice sparava, la maggior parte dei proiettili passava nello spazio vuoto; quelli che colpivano l’elica venivano deviati dai cunei d’acciaio, senza danneggiare il legno. Grazie a questa innovazione tecnologica, Garros divenne uno dei primi protagonisti della guerra aerea moderna e un precursore degli «assi» dell’aviazione, anche se tecnicamente non raggiunse le cinque vittorie necessarie per essere considerato un asso secondo la definizione poi divenuta convenzionale. Nel 1915 fu però catturato dai tedeschi, che studiarono il suo meccanismo per copiarlo. Dopo tre anni di prigionia riuscì a evadere travestendosi da ufficiale tedesco e tornò in volo, ma venne abbattuto e ucciso in battaglia il 5 ottobre 1918, poco più di un mese prima dell’armistizio.
Ma allora perché lo stadio del tennis si chiama così?
Se la sua vita si è consumata tra motori e trincee nei cieli, come siamo arrivati alla terra battuta di Parigi? La spiegazione è una storia di amicizia, patriottismo e rugby. Nel 1927 la Francia riuscì nell’impresa di vincere la Coppa Davis in America e l’anno successivo per difendere il titolo dovette costruire d’urgenza un grande impianto. Entrò così in gioco lo Stade Français, una storica società polisportiva parigina (all’epoca famosa soprattutto per il rugby e l’atletica), che decise di cedere un proprio terreno vicino a Porte d’Auteuil per edificare il nuovo stadio. Il presidente della polisportiva era Émile Lesieur, ex campione di corsa e rugby. Lesieur pose una condizione tassativa per cedere la terra: l’impianto doveva essere intitolato al suo più grande amico e compagno di studi, morto in guerra dieci anni prima e vecchio socio dello Stade Français, dove si era iscritto nel 1906 proprio per giocare a rugby. Quell’ex socio era, appunto, Roland Garros. Così, nel 1928, nacque il mito. Oggi, mentre ammiriamo i nostri campioni italiani a Parigi, è bello ricordare che il tempio della terra rossa porta il nome di un eroe dei cieli, reso eterno dal tennis solo grazie a una promessa d’amicizia.
Roberto Graziosi



