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La trollata definitiva di Trump ai media woke

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
12 de mayo de 2026
in Mundo
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La trollata definitiva di Trump ai media woke
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Mentre sopravvive all’ennesimo tentativo di assassinio — il terzo in meno di due anni — e sui social compaiono i post di quella frangia di democratici, schifosamente rammaricati che il presunto assassino abbia mancato il bersaglio, Trump ci regala un’altra perla di quello che potremmo definire un misto tra marketing e sfottò: trasformare ICE (Immigration and Customs Enforcement) in NICE (National Immigration and Customs Enforcement).  Per anni la sinistra americana si è coccolata lo slogan “Fuck ICE”. Manifestazioni, hashtag, puntate intere di CNN e MSNBC dedicate a demolire l’agenzia pezzo per pezzo. Conduttori liberal con la faccia da funerale che trattano ogni agente come un personaggio uscito da un film distopico. Ora dovranno chiamarli “NICE agents”. Agenti carini. Agenti gentili. Agenti adorabili. Immaginate il momento in cui un conduttore di MSNBC, con lo sguardo severo da corrispondente di guerra, deve guardare in camera e pronunciare: “Questa mattina quei terribili ‘agenti adorabili’ hanno nuovamente ucciso la Costituzione americana…”.  È come costringere qualcuno a insultarti usando la parola “petaloso”. È il meme perfetto: o lo dici e partecipi al gioco di Trump, oppure non lo dici e perdi uno dei baluardi della narrativa anti-Trump che ormai domina i media da anni. Lasciate che vi dia un po’ di contesto sulla situazione. La stampa americana di sinistra attacca da anni questo dipartimento, dipingendo gli agenti come “violenti senza cuore” al servizio di un presidente tirannico e dittatore. Prendiamo il caso di Walvin Victor Hugo Garcia, arrestato nella Fairfax County, in Virginia (la contea dove, tra l’altro, vivono i miei figli di 13 e 16 anni e dove risiedo circa una settimana al mese). Mentre gli attivisti americani scendono in piazza per protestare contro i “brutali” agenti dell’immigrazione, nessuno di loro si sofferma su chi fosse davvero il signor Garcia: un cittadino guatemalteco accusato di aver violentato una bambina di meno di tredici anni e di averle somministrato droga. Una bambina. Di tredici anni. Lasciamo che questo dettaglio faccia riflettere per un momento. Oppure prendiamo Gerardo Miguel-Mora, arrestato a New York. I telegiornali progressisti raccontano la sua storia come quella dell’ennesimo “immigrato strappato alla sua comunità”, formula collaudata, lacrimevole, perfetta per i servizi in prima serata, dimenticando però di menzionare la sua fedina penale costellata di stupri, strangolamenti e violenze sessuali. Dettagli secondari, ovviamente, quando c’è una storia più “importante” da raccontare. Ed è qui che la storia smette di essere divertente e diventa qualcosa di più pesante, specie considerando che casi del genere sono centinaia. Perché, pur di dipingere sistematicamente gli agenti dell’immigrazione come i mostri della situazione, è stato costruito un ombrello mediatico sopra la testa di uomini che hanno devastato vite, corpi e infanzie. Questa non è informazione: è un’arma usata per colpire un’amministrazione che ha scelto — coraggiosamente o scandalosamente, a seconda di chi la racconta — di mettere la sicurezza dei propri cittadini al primo posto. E mentre i conduttori televisivi affilano la lingua contro gli agenti “petalosi” davanti alle telecamere, da qualche parte ci sono minori che portano ancora i segni di quello che quei signori hanno fatto loro. Questa storia, però, nei loro studi non va mai in onda. Non fa abbastanza audience, suppongo. Ma ora basta. Il presidente, con questo gesto che a prima vista può sembrare futile, ha messo un bastone tra le ruote di un sistema che trova la sua maggiore trazione in un pubblico spesso distratto, frustrato e trasformato in tifoseria, con enormi interessi economici sullo sfondo. E anche questo è Trump. Puoi amarlo, odiarlo, perderci il sonno. Ma devi ammettere una cosa: con lui non ci si annoia mai. Il Trumpone può anche non piacere, ma non si può dire che non sia uno spasso.

Cesare Rascel

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