C’era una volta Keir Starmer, il nuovo campione della sinistra europea. L’uomo serio, competente, rassicurante. Il volto pulito del progressismo britannico dopo gli anni burrascosi dei conservatori. In Italia, naturalmente, è stato accolto con il solito entusiasmo da salotto: finalmente un laburista moderno, finalmente il ritorno della “buona politica”, finalmente l’alternativa presentabile alla destra cattiva, populista, sovranista e via recitando il breviario. Peccato che gli elettori britannici, con quella fastidiosa abitudine di votare, abbiano deciso di rovinare la festa. Le elezioni locali in Inghilterra rappresentano una batosta pesantissima per il Labour. Non una semplice frenata, non un normale malumore di metà mandato, ma un segnale politico che arriva dritto a Downing Street. Nigel Farage, dato mille volte per finito, archiviato, ridicolizzato, è tornato al centro della scena con Reform Uk. E non nei quartieri chic dove si discute di transizione verde davanti a un cappuccino d’avena, ma nelle vecchie roccaforti operaie del nord dell’Inghilterra, là dove il Labour pensava di avere un diritto naturale di proprietà sul voto popolare. E invece no. Hartlepool, simbolo laburista, finisce nell’orbita di Reform Uk. I seggi locali cadono a centinaia. Secondo il conteggio di Sky News, il partito di Farage ha già conquistato 362 seggi tra gli oltre cinquemila in ballo, mentre i laburisti ne hanno persi finora 252. Male anche i conservatori, che arretrano di 143 seggi. Avanzano i Verdi, avanzano i Lib-Dem, ma il dato politico è uno solo: Starmer è stato travolto. Il premier britannico ha provato a metterci la faccia, anche perché nasconderla sarebbe stato complicato. Davanti alla stampa, secondo quanto riportato dalla Bbc, ha ammesso che i risultati “sono molto amari, e non c’è modo di indorare la pillola”. Poi ha aggiunto che il suo partito ha “perso brillanti rappresentanti laburisti in tutto il Paese… questo fa male, e dovrebbe far male, e io mi assumo la responsabilità”. Bene. Si assume la responsabilità. Formula nobile, certo. Ma in politica la responsabilità non è un comunicato stampa. È una domanda molto semplice: se il Paese ti manda un messaggio così netto, tu che cosa fai? Continui come prima? Cambi strada? O ti limiti alla solita liturgia del leader progressista che “ascolta”, “riflette”, “capisce il disagio” e poi procede esattamente nella stessa direzione? Starmer, per ora, sceglie la terza via. Infatti assicura che “giorni come questi non indeboliscono la mia determinazione a realizzare il cambiamento che ho promesso”. Tradotto: ho perso, ho capito che siete arrabbiati, ma avevo ragione prima e continuerò ad avere ragione dopo. Il problema è che il famoso cambiamento promesso dai laburisti gli inglesi non lo vedono. O meglio, vedono tasse, difficoltà economiche, crisi del costo della vita, promesse rimangiate, retromarce politiche e un governo già logorato a suon di scandali a pochissimo tempo dal trionfo elettorale del 2024. Starmer era arrivato al potere con una maggioranza enorme dopo 14 anni di governi conservatori. Doveva essere l’uomo della svolta. Si ritrova invece a galleggiare in mezzo alle macerie del consenso. E qui c’è il punto che in Italia si farà finta di non vedere. Starmer era diventato un altro santino della sinistra nostrana. Come sempre accade, appena all’estero spunta un leader progressista presentabile, nei nostri talk show parte la venerazione. Lo si dipinge come pragmatico, europeo nello spirito anche fuori dall’Unione, serio, moderato, competente. Poi arriva il voto vero, quello delle periferie, degli operai, dei ceti medi impoveriti, delle famiglie che non arrivano a fine mese, e il santino comincia a creparsi. Farage ha parlato di “cambiamento storico davvero molto importante”. Si può detestare Farage, si può considerarlo populista, sovranista, anti-immigrazione, tutto quello che volete. Ma il dato resta: intercetta un malcontento che gli altri non vogliono vedere. Reform UK cresce perché una parte del Paese non si riconosce più né nei conservatori né nei laburisti. E quando due grandi partiti sembrano parlare la stessa lingua dell’establishment, prima o poi arriva qualcuno che parla la lingua della rabbia. Il ministro della Difesa John Healey ha provato a blindare Starmer, assicurando che il premier “continuerà sulla sua strada”. Ha spiegato che una parte dei consigli persi dipende dal “sentimento nazionale”, ma ha anche riconosciuto che “è chiaro che dobbiamo andare oltre” e che il governo deve essere “più coraggioso” e “fare di più per dare alle persone un senso di speranza per il futuro”. Insomma, la toppa classica: abbiamo capito il messaggio, ma il capo non si tocca. Healey ha persino ricordato che nel 1999 il Labour perse oltre 1.100 consiglieri alle amministrative, prima di vincere le elezioni generali del 2001 e del 2005. Consolazione storica comprensibile, ma fragile. Perché Starmer non è Tony Blair, il Regno Unito di oggi non è quello di fine anni Novanta e Farage non è un incidente di percorso. È il sintomo di una frattura molto più profonda. Starmer stesso lo sa. “Quando gli elettori inviano un messaggio come questo dobbiamo riflettere e dobbiamo rispondere”, ha detto, ricordando che la “stragrande maggioranza delle persone” comprende le “enormi sfide” del Paese, tra “una serie di shock economici” e una “difficile situazione internazionale”. Poi la frase che suona come una confessione: “Sanno che lo status quo li sta deludendo e sono frustrati, non percepiscono i cambiamenti”. Appunto. Non li percepiscono. E quando un governo nasce promettendo cambiamento e dopo poco tempo deve spiegare agli elettori che il cambiamento c’è ma non si vede, il guaio è serio. La verità è che Starmer oggi rischia politicamente molto più di quanto ammettano i suoi. Non cadrà domani, probabilmente. I suoi ministri fanno quadrato, il partito prova a non farsi prendere dal panico, Downing Street ripete che la rotta resta quella. Ma il voto locale ha aperto una crepa. E nelle democrazie serie le crepe, quando passano dalle urne, non si chiudono con due frasi da conferenza stampa. Il nuovo idolo della sinistra italiana è già in affanno. Doveva essere l’anti-populista perfetto. Si ritrova invece con Farage che gli sfila voti proprio nelle aree popolari. Doveva riportare stabilità. Si ritrova travolto dal malcontento. Doveva incarnare la riscossa progressista. Si ritrova a difendere la poltrona mentre il Paese gli dice che non basta indossare l’abito del leader responsabile per governare bene. E adesso, come sempre, la domanda è semplice: era il popolo a non aver capito Starmer, o era Starmer a non aver capito il popolo?


