“Da anni la sinistra agita il salario minimo come fosse una bacchetta magica. Nove euro, un tratto di penna, e il problema del lavoro povero in Italia sarebbe risolto. Peccato che le cose non funzionino così. Il mercato del lavoro italiano è uno dei più complessid’Europa, con centinaia di contratti nazionali, milioni di lavoratori già tutelati e piccole imprese che reggono a fatica. Usare slogan semplici per problemi complicati non è solo inutile: è pericoloso. Per le piccole imprese un innalzamento obbligatorio perlegge del costo del lavoro si traduce in licenziamenti, proliferazione del lavoro nero e ulteriori cessazioni di attività. Ma il rischio non riguarda solo le imprese: riguarda anche i lavoratori stessi. Nulla vieterebbe a una media o grande azienda di abbandonareil contratto nazionale, che oggi in molti casi garantisce retribuzioni ben superiori ai 9 euro l’ora, per ripiegare sul minimo legale, privando i propri dipendenti di una serie di tutele che solo la contrattazione collettiva garantisce. Il salario minimo,paradossalmente, rischierebbe di diventare non un pavimento ma un soffitto, abbassando sia le retribuzioni che le protezioni di milioni di lavoratori già tutelati dai contratti nazionali. Non lo dico io: lo dicevano nel 2019 CGIL, CISL e UIL in una nota unitariadepositata in audizione alla Camera. La CISL è rimasta coerente con quella posizione. CGIL e UIL invece, non appena il centrodestra è andato al governo, si sono scordati di quello che avevano scritto e firmato, trasformando una posizione sindacale in una battagliapolitica.
La risposta del governo Meloni è concreta e ha un nome: salario giusto. Con il decreto lavoro approvato il 28 aprile, per la prima volta nell’ordinamento italiano viene stabilito che gli incentivi pubblici, quasi un miliardo di euro, vanno solo alle impreseche applicano i contratti nazionali firmati dai sindacati più rappresentativi. Chi sottopaga, chi usa contratti pirata, chi fa concorrenza sulla pelle dei lavoratori, non prende un euro dallo Stato. È una misura che mette insieme imprese serie, sindacati elavoratori. Non divide, non danneggia: seleziona e premia chi rispetta le regole.
Non è un caso che proprio il 30 aprile, due giorni dopo l’approvazione del decreto, la Corte Costituzionale abbia bocciato con la sentenza n. 60 la legge della Regione Toscana che introduceva nei bandi di gara regionali una soglia fissa di 9 euro l’ora. LaConsulta ha detto una cosa molto chiara: spetta solo al legislatore statale definire il punto di equilibrio tra tutela della concorrenza e tutela dei lavoratori, e il modello corretto è quello della contrattazione collettiva nazionale firmata dai sindacatipiù rappresentativi. Esattamente il modello del decreto Meloni. La sinistra non solo non ha risolto il problema in anni di governo, ma ogni volta che ha provato ad agire lo ha fatto nel modo sbagliato, incassando l’ennesima bocciatura dalla Consulta.
Il salario minimo è rimasto lo spot preferito dell’opposizione. Il salario giusto è la risposta di chi governa davvero”.



