Gli Emirati Arabi Uniti escono dall’OPEC. Una decisione che pesa più del gesto simbolico e che arriva nel momento peggiore per l’organizzazione che riunisce i dodici paesi esportatori di petrolio tra i più importanti al mondo: mercato energetico sotto stress, tensioni nel Golfo e crepe interne.
Per il gruppo guidato di fatto dall’Arabia Saudita è un colpo politico prima ancora che produttivo. L’OPEC ha sempre venduto compattezza, anche quando dietro le quinte si discuteva su tutto: quote, prezzi, linee geopolitiche. L’uscita di un membro storico rompe questa narrazione e apre un precedente scomodo.
Decisivo ovviamente il doppio blocco dello Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per una quota enorme di greggio e gas liquefatto globali. Abu Dhabi prova a smarcarsi. Il ministero dell’Energia emiratino minimizza l’impatto sui mercati: i limiti logistici già esistenti ridurrebbero gli effetti dell’uscita. La linea ufficiale parla di “maggiore flessibilità” e di coerenza con una strategia economica di lungo periodo.
Gli Emirati erano dentro dal 1967, ben prima della nascita dello Stato federale nel 1971. L’uscita diventerà operativa a breve. Sul piano politico, la mossa offre argomenti a Donald Trump, che da tempo accusa l’OPEC di tenere artificialmente alti i prezzi del petrolio. La Casa Bianca ha più volte legato la sicurezza garantita agli alleati del Golfo alla loro politica energetica, denunciando uno squilibrio tra protezione militare e costi per i consumatori.
Nando Faggioli



