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Magyar: “Dal 1° giugno stop a lavoratori extra Ue”. Questi rimpiangeranno Orbán

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
21 de abril de 2026
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Magyar: “Dal 1° giugno stop a lavoratori extra Ue”. Questi rimpiangeranno Orbán
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Per Von der Leyen e i suoi accoliti neanche il tempo di stappare lo champagne e servire tartine per celebrare la fine dell’Orbanismo in Ungheria. A pochi giorni dalla vittoria elettorale, Péter Magyar sta chiarendo con crescente nettezza la sua postura su temi internazionali (soprattutto sui fenomeni migratori tanto cari a Bruxelles) mandando in frantumi la narrazione secondo cui la nuova leadership ungherese sarebbe un docile alleato completamente allineato all’Unione Europea. Magyar ha a più riprese dichiarato e rivendicato di voler mantenere una linea pressoché identica (se non ancora più rigorosa) a quella di Orbán. Posizione durissima contro l’immigrazione illegale, rifiuto assoluto di qualsiasi meccanismo di assegnazione obbligatoria previsto dal Patto UE, decisione di mantenere e rafforzare i confini meridionali con la Serbia, aumentando le guardie di frontiera e puntando a risolvere le multe europee giornaliere senza però cambiare la sostanza della politica di protezione dei confini. Il vincitore delle ultime elezioni ungheresi ha citato esplicitamente Slovacchia e Polonia come esempi virtuosi di paesi che rispettano le regole comunitarie senza aprire le porte ai migranti irregolari. Ma ancora più significativa è la sua decisione di porre fine all’afflusso di lavoratori extraeuropei che il precedente esecutivo aveva progressivamente favorito per compensare le carenze di manodopera. Magyar ha annunciato che, a partire dall’1 giugno, l’Ungheria interromperà il rilascio di permessi di lavoro a persone provenienti da fuori dall’UE, riducendo a zero l’arrivo di questa tipologia di lavoratori. Ha criticato apertamente l’idea di importare forza lavoro “sottocosto o non qualificata” dall’esterno, definendola un errore che rischia di compromettere l’identità demografica del Paese senza risolvere i problemi reali. Invece di ricorrere all’immigrazione extraeuropea, il leader di Tisza ha ribadito che la priorità assoluta deve essere infatti “aumentare la natalità ungherese e puntare sui rimpatri dei clandestini”, attraverso politiche familiari incisive e un mercato del lavoro orientato prima di tutto ai cittadini ungheresi. Ha criticato duramente la gestione europea della crisi migratoria, sostenendo che il problema “non avrebbe dovuto essere portato in Europa” e che l’aiuto dell’UE dovrebbe concentrarsi nei paesi di origine piuttosto che favorire arrivi incontrollati. Queste posizioni, espresse con chiarezza in diverse interviste, dimostrano che Magyar non intende cedere di un millimetro sulla sovranità nazionale in materia di confini e demografia, pur dichiarandosi pronto a un dialogo più costruttivo con Bruxelles su altri dossier. Insomma, il paradosso è evidente e potenzialmente molto scomodo per Von der Leyen. Non c’è più Orban, il politico “esterno” alle logiche UE, facilmente isolabile, sanzionabile e demonizzabile come populista anti-europeo. Al suo posto c’è un leader che parla il linguaggio della cooperazione, vuole sbloccare i fondi europei, si mostra più allineato su alcuni temi geopolitici, eppure difende con intransigenza i confini, la sovranità nazionale e una politica migratoria rigida che include lo stop netto ai lavoratori extra-UE. Per la Commissione questo sarà un problema molto più insidioso: non si può più usare la clava del “noi contro lui” come succedeva con il vecchio leader ungherese. Bruxelles si troverà forse per la prima volta a fronteggiare un conservatorismo europeista ma non centralista, che difende i confini esterni dell’Europa, rifiuta l’immigrazione incontrollata e riforma dall’interno senza svendere l’identità nazionale.

Alessandro Bonelli

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