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In mostra in Val Camonica Tullio Pericoli un confronto tra arte rupreste e archeologia 

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
15 de abril de 2026
in Arte, Giovanni Cardone 
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In mostra in Val Camonica Tullio Pericoli un confronto tra arte rupreste e archeologia 
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Giovanni Cardone

Fino al 17 Maggio 2026 si potrà ammirare presso la Pieve di San Siro a Cemmo di Capo di Ponte Brescia la mostra dedicata a Tullio Pericoli – ‘Terre rupestri e Terremobili’ a cura dell’Associazione culturale d’ADA in collaborazione con l’artista. L’esposizione propone un dialogo tra il passato e il presente, tra l’archeologia e l’arte contemporanea e conduce il pubblico in un viaggio nel tempo tra segni, paesaggio e identità, attraverso una nuova chiave di lettura del patrimonio storico-artistico in forte connessione con i cambiamenti geopolitici attuali. L’iniziativa, promossa dall’Associazione culturale d’ADA grazie al sostegno dei main sponsor Gruppo industriale Lucefin e El.da Srl, di Fondazione Comunità Bresciana, Comunità Montana e Sito UNESCO di Valle Camonica, Comune di Capo di Ponte e Fondazione Valle dei Segni, media partner Sky Arte,testimonia quanto i segni rupestri, alla base della nostra cultura visiva, continuino a ispirare la creatività contemporanea in un’ottica di reinterpretazione artistica, sociologica e antropologica. La rassegna presenta 31 olî su tela nei quali Tullio Pericoli reinterpreta i segni antichi delle incisioni come movimento, memoria e trasformazione della terra. Le opere nascono dall’incontro di Tullio Pericoli con i graffiti di età del Ferro, che lo hanno affascinato al punto da divenire la matrice creativa sulla quale realizzare la serie di lavori dedicati al tema delle “Terremobili”, ovvero una interpretazione originale sulla fragilità dei nostri scenari naturali, che trae ispirazione dal segno primordiale e archetipico delle mappe del parco archeologico,in particolare quella di Bedolina a Capo di Ponte. I dipinti esposti a Cemmo sono caratterizzati da una notevole forza espressiva, dove segno e colore conducono a una composizione formale che dà vita a dipinti in continuo movimento, creando una sorprendente vicinanza tra quei segni primordiali e alcune terribili immagini di oggi. Come afferma nel suo saggio critico Salvatore Settis : (…) Decine, forse centinaia di migliaia di graffiti su roccia, pazientemente incisi da migliaia di mani in alcuni millenni di frequentazione della Valle,formano un corpus d’arte e di vita senza molti rivali, la cui fama ho visto crescere senza sosta da quando lo visitai per la prima volta con Emmanuel Anati, negli anni Sessanta del secolo scorso. In questo quadro di straordinarie, austere bellezze naturali e d’arte, i temi e i linguaggi dei graffiti mutano nel tempo, raggiungendo forse la maggior complessità nell’Età del Ferro, quando alcuni petroglifi – questo il nome “tecnico” di tali incisioni rupestri – sembrano assumere un accentuato carattere topografico, come a registrare immaginate vedute dall’alto, a volo d’uccello, su questo o quell’angolo della Valle. Come dubitare che quando Tullio Pericoli, qualche anno fa, s’imbatté nella foto di uno di questi graffiti, la Mappa di Bedolina,vi riconoscesse sull’istante un’oscura ma intensa fraternità? Da decenni, l’arte di Pericoli è una paziente ricerca sul e nel paesaggio, specialmente delle sue Marche, ma non solo: un paesaggio inteso, lo ha scritto lui stesso, come“una cadenza, una lingua, un dialetto”, l’incancellabile idioma materno che,attraverso instancabili esperienze visive e altrettante esplorazioni mentali,diventa materia pittorica, finestra o lente sul mondo. Ma le tele, in mano a Pericoli, acquistano spessore rivestendosi di una densa e pastosa trama di colori a olio, che vi formano una sostanza corporea, anzi quasi organica, come apprestassero, zolla su zolla, un terreno da arare. E vi si cala sopra, infatti,il gesto quasi chirurgico (o archeologico) di Pericoli, che vi traccia – in punta di matita o con una spatola o un bulino – una rete sempre diversa di solchi,sottili come minime scalfitture o insistiti come fenditure d’aratro. Solchi che sollevano il colore sui bordi, dando profondità alla tela e facendone vibrare la superficie. Solchi, anzi graffiti, vien fatto ora di dire, non meno di quanto lo siano quelli degli ignoti camuni sulle rupi intorno a Cemmo. Quelli di Pericoli sono, l’ho scritto già altrove, “paesaggi altamente soggettivizzati, dove l’adozione di codici rappresentativi di matrice geologica,archeologica o cartografica si sposa a una marcata intensità emotiva che evoca tutta una grammatica del vivere, il modo d’intendere il paesaggio di chilo andò lentamente forgiando per secoli”. In questa assidua, minuta investigazione pittorica, la tela diventa l’equivalente non solo metaforico e concettuale, ma fisico della terra, e le incisioni sull’impasto dei colori prolungano i gesti dell’agricoltore, i passi del viandante, le processioni delle feste, le orme di buoi e pecore e cavalli; gli scavi per piantare alberi e viti, o quelli per seppellire i morti, o per tracciare nel suolo le fondamenta delle case. È dunque su una terra che lui stesso vien creando che si muove,dipingendo e incidendo, la mano di Tullio Pericoli, con uno spirito che mescola in uno la sapienza artigianale e il gioco di variazioni di un maestro. Egli sa di ereditare, per ovvia genealogia, una lunga tradizione pittorica,cartografica, fotografica che si è esercitata sui paesaggi, ma vi incorporala millenaria manipolazione della terra da parte dell’uomo: ed è per questo che sulle sue tele, specialmente negli ultimi anni, aleggia una crescente inquietudine. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Tullio Pericoli apro il mio saggio dicendo : Posso affermare che la pittura di Pericoli lungo il percorso del secondo Novecento affida a due limiti assoluti il destino cui la pittura non può più sottrarsi, se non vuol correre il rischio di vedersi ridotta all’insignificanza. Tra una dimensione ridotta al minimo essenziale e un’altra che non ha limiti di spazio – siano essi fisici o mentali –, la pittura ha bisogno di essere, mai come ora, il luogo privilegiato “dove anima e corpo sono a proprio agio”.  Attraverso ‘l’Arte’, con l’incontro con il dibattito Tullio Pericoli ci descrive un modo emblematico, quando l’artista diviene tutt’uno con l’opera d’arte, ecco che nasce la CoincidentiaOppositorum , le sue opere sono una ridda ubriacante di ossimori, di coerenti contraddizioni sono immobili tempeste, sono lampi di tenebra fatti di materia spirituale, sono funambolici giochi da tavolo di disequilibrato equilibrio, criptiche rivelazioni di un caos ordinato, superfici tridimensionali di levigata scabrosità, arcaiche narrazioni contemporanee, apollinee composizioni dionisiache, ricche, colte e preziose opere di semplice e disarmante povertà. La forza primigenia e raffinata che promana da queste opere deriva proprio dall’innata capacità  dell’artista di conciliare gli opposti per dar vita ad opere d’arte di sostanziale, corposa coerenza artistica ed eterea, originaria originalità. Le opere di Tullio Pericoli sono costruite sull’inquieto equilibrio tra Luce e Tenebra, Ordine e Caos, Forma e Materia informe, ebbene in tutti questi casi non è possibile non pensare a risvolti di tipo cosmogonico. Le opere di Tullio Pericoli si hanno espliciti riferimenti al libro della Genesi, quasi sempre dinnanzi ad uno di questi ci viene da pensare a quei momenti cruciali nella storia dell’Universo in cui la Luce è stata separata dalle Tenebre, le Terre dai Mari. Momenti che mitologie e religioni di tutti i tempi e in tutti i luoghi hanno raccontato molto spesso con immagini ed espressioni molto simili e che forse rappresentano un comune retaggio, profondo ed arcano dell’umana esperienza. Ma forse nel Macrocosmo si rispecchia il Microcosmo. Forse le cosmogonie raccontano, metaforicamente, soggettive, psicologiche ontogenesi. Forse dietro il conflitto tra la Luce e la Tenebra, tra il Cosmo e il Caos, si cela quello tra il Conscio e l’Inconscio e la nascita del mondo simboleggia la nascita del soggetto. Ed allora possiamo interpretare sotto una diversa luce il difficile, complesso, conflittuale rapporto tra la Materia allo stato puro, indistinto, indifferenziato e la Forma che cerca disperatamente di emergere, di imporsi, di imporre il proprio sigillo di razionalità o quanto meno di ragionevolezza sull’eterna rivale un rapporto tanto dialettico e necessario quanto problematico e violento. Nello scontro ineluttabile tra la Forma e l’Informe, spesso i confini tra aggressore e aggredito si confondono, i ruoli si rovesciano a ripetizione, così rapidamente che talvolta capita di smarrirsi e di non distinguere più l’una cosa dall’altra. Le opere di Tullio Pericoli  raccontano anche questo quanto labile sia il confine che separa il Soggetto dall’Oggetto, l’Uomo dal Mondo che lo circonda. E quanto difficile, e doloroso, e per nulla certo, sia il processo di auto-definizione.

L’artista mostra l’esito di questo titanico scontro, quanto piuttosto una fase, nel vivo del combattimento. Così colori e materiali che scompongono e ricompongono il piano narrativo appaiono come una vera e propria raffigurazione delle linee di forza e dei campi di energia che si sprigionano nel corso di questi eventi di autentica ontogenesi. Osservando bene Tullio Pericoli, egli è  rigoroso pittore di se stesso, mai disponibile ad opportunismi e a compromessi di sorta. Nella sua lunga pratica di pittura si è immedesimato nel paesaggio naturale o in quello di un volto umano, suoi alter ego, muovendosi con disinvolta sprezzatura tra minuscolo e immenso nel tracciare e annotare “vedute” autobiografiche. Io ho sempre pensato che Tullio Pericoli attraverso la sua pittura fine ed elegante e il suo continuo confronto con intellettuali, saggisti e storici ha permesso al maestro di lasciare una traccia indelebile nella storia dell’arte contemporanea. Per Tullio Pericoli i paesaggi sono stati un soggetto affascinante che va ricercato a fondo perché racconta la storia di una comunità, forma le persone che vivono in quel luogo. Il primo a commissionargli il ritratto di un paesaggio è stato negli anni Sessanta Italo Pietra, direttore del Giorno, giornale per il quale Pericoli stava lavorando. Questa richiesta scatena nell’artista una serie di emozioni che gli fanno capire che quella è la direzione verso la quale deve andare. Il paesaggio che Italo Pietra gli aveva richiesto era Colli del Tronto, il paese d’origine di Pericoli, e quando l’artista vi si reca si accorge di non averlo mai osservato con attenzione prima di quel momento e comprende solo in quell’istante la possibilità di trasformare, attraverso l’arte, un luogo in un paesaggio. Ha voluto studiare il paesaggio e ritrarlo da diversi punti di vista: si è aggirato all’interno per capire come era fatto sotto e, poi, l’ha osservato con gli occhi di un uccello, dall’alto verso il basso. Non solo le pianure, le colline, i borghi, i campi coltivati delle Marche, Pericoli ha dedicato una serie di tavole, carte e tele anche ai paesaggi del Piemonte, del quale era innamorato. Lo ha osservato dall’alto, come se fosse sospeso su una mongolfiera, e con le sue mani, le sue matite e i suoi pennelli ha dato vita a opere simili ad atlanti immaginari sottratti delle case, perché il soggetto protagonista era la terra, il paesaggio. Pericoli è fortemente conosciuto per i suoi ritratti di scrittori e grandi uomini di cultura, sono disegni dal tratto elegante e leggero così come i suoi acquerelli che ancora oggi vengono pubblicati su riviste e fanno da copertina a numerosi libri di diverse case editrici. Negli anni ha ritratto con ironia moltissime personalità di autori come Franz Kafka, Virginia Woolf, Ernest Hemingway, Pier Paolo Pasolini, Samuel Beckett, Beppe Fenoglio, Primo Levi e Italo Calvino, ma anche figure del mondo dell’editoria come Carlo Caracciolo. Umberto Eco nel 1990 commentava le opere di Pericoli sostenendo che ritrarre un volto significa ritrarre un pensiero, una propria visione del mondo uno stile poetico o narrativo, puntando diritto all’anima. Nel confrontarsi con l’arte di Tullio Pericoli è di difficile classificazione tanto è vero  che il maestro  ha svolto in più ambiti disciplinari il suo lavoro passando dal Citazionismo fino ad arrivare al Concettuale. A differenza di altri Tullio Pericoli avendo attraversato tantissime stagioni artistiche nelle sue opere si evince o meglio tenta di fornire un equivalente linguistico dell’immagine visiva che permetta di ridisegnare precisamente le immagini che lo hanno ispirato. Della fisionomia dei personaggi ritratti dello spazio dipinto dove Pericoli colloca le figure, e nel contempo tenta di conserva solo alcuni dettagli. L’aspetto fisico è sommariamente tracciato, la posa è evocata, gli abiti e lo sfondo solo a volte abbozzati. L’insieme delle descrizioni incluse nel testo narrativo autorizza a vedere, a cogliere nei personaggi dei tratti che restano invisibili, o appena visibili. Invece di imporre una presenza attraverso descrizioni minuziose Pericoli rende incerta la tradizione dello schizzo o ancora quella del ‘non-finito’ due tradizioni che possono essere viste contemporaneamente come suggestione o come tracce. In quanto tali, i ritratti diventano da una parte sintomatici di una maniera di mostrare suggerendo, propria alla scrittore italiano, e dall’altra capaci di fare del visibile un possibile prolungamento del leggibile. Poiché solo abbozzati, i ritratti dei personaggi che rimandano all’universo stesso dell’artista dove errano delle figure misteriose dai tratti solo suggeriti o totalmente taciuti. Questa maniera di rappresentare come nel caso dei ritratti di grandi personaggi della storia culturale, quella posizione incerta di presenza-assenza e di continuità-superamento che gli artisti contemporanei hanno ereditato dalle avanguardie novecentesche. Nel caso di Pericoli essa è tuttavia prima di tutto l’occasione di coinvolgere il fruitore chiamandolo a partecipare e attraverso la propria immaginazione e le proprie fantasie, a dar corpo e spessore ai personaggi. I ritratti di Tullio Pericoli appaiono come elementi di un lavoro ibrido nel quale parole e immagini interagiscono, si completano e si riflettono a vicenda. Davanti ai ritratti di Pericoli si evidenza il suo punto di vista, ma senza rotture, inscrivendolo in una continuità capace di sottolineare la vicinanza tra l’universo quello del pittore-disegnatore e nello stesso tempo di stabilire una circolarità in grado di annullare eventuali rapporti di subordinazione tra la parola e l’immagine. Concentrandosi su quello che non si vede nell’immagine il prima e il dopo della creazione pittorica e aggiungendo quello che essa esclude il movimento, la parola e il fuori campo della figurazione, si vuole evidenziare la parzialità e la precarietà del visibile e, nello stesso tempo, offre ai ritratti e all’autoritratto di Pericoli, grazie alle maschere e alla libertà della finzione, dei passati e dei futuri narrativi. Il testo diviene tentativo di supplire al non detto dell’immagine ma a sua volta l’immagine diventa possibilità di supplire ai silenzi della parola. Evocati dalla pittura o dal disegno e da esso solo abbozzati i ritratti e l’autoritratto di Pericoli offrono un possibile ma mai definitivo prolungamento del leggibile e fanno dell’opera una fonte di cui appropriarsi e da cui allontanarsi attraverso amplificazioni, spostamenti e sottrazioni. Lungi dall’esaurirsi a vicenda, disegno e pittura diventano dei centri di possibilità e di suggestioni infinite capaci, a loro volta, di essere continuati  dall’osservatore o ancora dal fruitore. La creazione artistica, pittorica o disegnativa, diviene così capace di dar forma, fornendone un esempio, a quella molteplicità che compone l’identità e che caratterizza la pratica artistica di Pericoli. L’allestimento si caratterizza per un approccio minimalista, concepito per preservare l’equilibrio originario della Pieve senza alterarne l’identità, attraverso strutture espositive, essenziali e leggere, quasi invisibili, che accompagnano lo sguardo del visitatore, nel pieno rispetto della sacralità dello spazio, lasciando emergere le opere di Pericoli in tutta la loro forza espressiva. Elemento centrale del progetto è la soluzione illuminotecnica, pensata anche in chiave narrativa. Fasci di luce calibrati con precisione valorizzano le superfici pittoriche, creando raffinati giochi di chiaroscuro che esaltano dettagli e contrasti senza mai risultare invasivi. La luce, infatti, non sovrasta ma rivela, contribuendo a definire un equilibrio tra rigore architettonico e sensibilità contemporanea. In questo contesto, la mostra costruisce la propria identità come intervento misurato e coerente: le opere non interrompono il silenzio della Pieve, ma lo animano, instaurando un dialogo profondo con lo spazio. All’interno della chiesa, essenziale e materica, i dipinti sembrano trovare una collocazione naturale, come se fossero da sempre destinati a questo luogo. Nulla interferisce con la relazione tra segno e pietra, lasciando che sia proprio questo dialogo a generare significato e a trasformare la visita in un’esperienza intima e contemplativa. Completa il percorso espositivo una videoproiezione sulle pareti dell’abside della Pieve,dove il racconto visivo di Tullio Pericoli viene enfatizzato dall’atmosfera austera e sacrale dell’antico edificio. Accompagna  la mostra un catalogo edito da Moebius con saggio critico di Salvatore Settis.

Pieve di San Siro a Cemmo di Capo di Ponte Brescia

Tullio Pericoli . Terre rupestri e Terremobili

dal 28 Marzo 2026 al 17 Maggio 2026

Sabato e Domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00

Gli altri Giorni su prenotazioni

Tullio Pericoli. Terre rupestri e Terremobili, Cemmo di Capo di Ponte (BS) I Ph. Davide Bassanesi

Tullio Pericoli ritratto nel 1997. (Foto di Leonardo Cendamo/Getty Images)

Fonte :  Ufficio stampa

CLP Relazioni Pubbliche

Ilenia Rubino | M. +39 333 2238560 | E. ilenia.rubino@clp1968.it

T. + 39 02 36755700 | www.clp1968.it

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