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LA PINEROLO DI MONTEVIDEO:

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
8 de abril de 2026
in Generoso D¨Agnese, Historia
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LA PINEROLO DI MONTEVIDEO:
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 135 ANNI FA NACQUE  UNA LEGGENDA DEL CALCIO

di Generoso D’Agnese

Si chiamava Giovan Battista Crosa e scelse di lasciare la sua Pinerolo nel 1765. Alle spalle si lasciò una famiglia benestante, impegnata da sempre nelle faccende politiche della città e protagonista della strenua lotta condotta sul finire del Seicento contro le forze d’occupazione francese e in favore dei Savoia.Figlio di Francesco, di professione medico e stimato rappresentante della vita turbolenta di Pinerolo, Giovan Battista era  nato il 1730 e visse i primi anni della sua vita allevato negli agi e nella cultura, imparando il mestiere del padre. Visse in prima persona, all’età di 18 anni l’emanazione della bolla papale di Benedetto XIV che istituì la sede episcopale nella città, a riconoscimento della rettitudine e del fervore cattolico dell’enclave piemontese. Ma la sua scelta di emigrare, a 35 anni, resterà per sempre un mistero, chiuso nelle poche pagine conservate nella storia.

Giovanni Battista aveva fondato a Pinerolo la prima corale cittadina (la più antica d’Italia) e l’aveva diretta con maestria e passione, prima di affrontare il viaggio in Oceano e approdare sulle coste dell’odierno Uruguay. Vi arrivò tenendo per mano la moglie Francisca Pérez Bracaman, conosciuta sull’isola di Maiorca, e con un ingaggio di musicista per un reggimento spagnolo.

Nella città che deve il nome alla bella vista procurata dalla collina del Cerro e che vanta tra i suoi possibili fondatori anche Bruno Maurizio Zabala, Giovan Battista Crosa iniziò la sua avventurosa vita americana disperdendo il suo nome tra quello di migliaia di altri italiani. Aprì una macelleria e divenne padre e nonno. Uno dei suoi nipoti combatté a Sarandì e Ituzaingò, durante la guerra d’Indipendenza. Non dimenticò però mai la sua natìa Pinerolo e nelle sue lettere iniziò a firmarsi “ Juan Bautista Crosa Piñarol”, in una commistione colorita di italiano e spagnolo. Chiamò Piñarol anche la sua fattoria, che con il passare del tempo e delle generazioni divenne un villaggio, poi un sobborgo e infine una stazione ferroviaria della cintura urbana di Montevideo. Senza avere alcun sentore del futuro, Crosa diede il via a un nome che, divenuto negli anni “Peñarol” avrebbe rappresentato il simbolo del calcio uruguayano.

La fondazione del club data il 28 settembre del 1891 e porta la firma di ben 118 soci. All’epoca quell’angolo di Montevideo si era trasformato in un quartiere abitato da molti ferrovieri di origine inglese, promotori  in Uruguay del nuovo gioco con il pallone. Chiamarono il club con un orrendo acronimo: CURCC (Central Uruguay Railway and Cricket Club) dimostrando la loro scarsa propensione ai suoni melodiosi. Tra i fondatori però figurano anche i nomi di Casaqui,  Massini, Bacigalupi, Soria, Bordigoni,  Giudice, figli di un quartiere che aveva conservato le sue vestigia di italianità.

Gli inizi del club sarebbero stati subito eclatanti. Due scudetti vinti nel 1900 e 1901, un record assoluto conquistato nel 1905 (tutte vittorie, zero gol al passivo) consegnarono alla storia del calcio un sodalizio che sarebbe entrato a far parte della leggenda. Una leggenda con tante firme italiane.

Cambiato finalmente il nome in Club Atlético Peñarol (con voto plebiscitario il 13 dicembre del 1913) l’Uruguay iniziò la sua fantastica cavalcata sportiva attingendo uomini e talenti dal sodalizio del quartiere fondato da Giovan Battista Crosa. Due titoli mondiali (1930 e 1950), due Olimpiadi (1924 e nel 1928) 12 campionati continentali, rappresentano un palmares che inserisce di diritto il paese tra le protagoniste assolute della storia del calcio. La nazionale “celeste” però ha avuto sempre molto di azzurro, a partire proprio dall’azzurro di casa Savoia, che Crosa trasferì nell’angolo della famigerata Banda Oriental del Sudamerica.

«lo felicito, es usted un verdadero maestro». Jorge Brown, talentoso giocatore argentino si complimentò con  queste parole a fine partita, stringendo la mano a Giuseppe Antonio Piendibene. Il centravanti, titolare del Peñarol a 17 anni, aveva ubriacato a suon di dribbling gli avversari durante una partita tra Uruguay e Argentina, diventando per tuti “Il Maestro”.

Giocare nel Peñarol aveva una valenza ben più importante della semplice casacca sportiva. Rappresentava il  riconoscimento di un’arte, e chi vi giocava veniva rispettato e invidiato, in Sudamerica e in Europa.

Gringa, Riccardi, Aristide Ghiggia, Roque Maspoli, Schiaffino, Pasculli, Silva, Perdomo, Juan Anselmo, Ernesto Mascheroni, Giovanni Pena, Luigi Mazzucco, Luis Carbone,  Pietro Zibecchi, Canavessi, Quaglia, Ronzoni, Angelo Romano, Betucci, José Benincasa , Pedro Rimolo, Arístide Pittamiglio, Pasquale Ruotta, Legnazzi, D’Agosto, Zunino, Ballestrero, Scandroglio, Severino Varela, Fígoli, Oscar Carbone, Suffiotti , L. Mainardi, Luis Matozzo, Michelangelo Lauri, Pedro Lago, Oscar Chirimini, Possamai, Walter Corbo, Luis Garisto, Alberto Santelli, Mario Liuzzi, , Pizzani, Norberto Galilea, Marcenaro,  Miguel Falero, Trasante, Bossio, Alzamendi rappresentarono tanti pezzi di un puzzle costellato di genialità calcistica che si oppose allo strapotere dei vicini brasiliani e argentini. Calciatori che sapevano inventare giocate ma sapevano anche difendere con famelicità il pallone, veri e propri nani agguerriti in un mondo pallonaro dominato da giganti.

Furono però il nome di Juan Alberto Schiaffino e di Alcide Ghiggia ad entrare più di altri nella leggenda della squadra fondata nel quartiere piemontese. I due italo-uruguayani infatti soffiarono il titolo di campione del Mondo ai brasiliani in un Maracanà stracolmo di tifo carioca. Quella vittoria del 1950 segnò un’epoca e confermò definitivamente la bontà di un club come il Peñarol, fabbrica di talenti assoluti. La divisa giallo e nera (creata in onore dei colori della locomtiva Rocket di Stephenson) divenne simbolo di forza calcistica. E i tifosi della squadra furono identificati con il nome di manya, in ossequio a un insulto italiano pronunciato da Hector Scarone nei confronti dei “aurinegros” e trasformato in spagnolo nella bandiera del club.

46 scudetti (contro i 37 conquistati dai rivali storici del Nacional) cinque titoli di fila conquistati dal 1958 al 1962, altri cinque tra il 1993-1997, cinque coppe Libertadores e tre coppe Intercontinetali, centravanti del calibro di Morena, capace di segnare 36 gol nel campionato del 1978 (record assoluto tra i marcatori), allenatori come Adolfo Pedernera, Hugo Bagnulo, presidenti quali Jose Pedro Damiani, rappresentano una ricchezza storica che pochi altri club possono vantare.  E che perfino nello stadio “Centenario” dove si gioca il derby “clasico” per antonomasia con il Nacional, vede un patrimonio dell’umanità tutelato dall’UNESCO.

RIQUADRO:

MASPOLI e CHIGGIA, stelle del Penarol, eroi del 1950

Amava dire che erano rimasti in tre. «Io, Miguez e Ghiggia». Ma lo scorso 24 febbraio l’esigua pattuglia ha perso anche lui, arrivato alla veneranda età di 90 anni.  Roque Gaston Maspoli, era uno dei tre superstiti di quella che ancora oggi é considerata la “finale” per antonomasia. Brasile-Uruagay, 16 luglio 1950.

Fece piangere il Brasile, quella nazionale celeste formata da tanti italo-americani con Maspoli e Chiggia (provenienti dal Penarol)  protagonisti assoluti. Maspoli entrò a far parte dei “ferrocarrillos” nel 1941, e si guadagnò la chiamata in nazionale grazie alle sue strepitose parate che salvarono una stagione sfortunata del Penarol. Nella finale respinse le tante conclusioni di un rabbioso Brasile, salvando la propria rete. A  80 anni venne chiamato a dirigere la nazionale uruguayana per i Mondiali di Francia 98 ma fallì la qualificazione.

Aristide Chiggia scagliò il micidiale diagonale che piegò le gambe ai cariocas. Nato a Montevideo nel 1926, portò alla vittoria i colori gialloneri del Penarol prima di regalare una rete in ogni partita del Mondiale 1950. Compresa quella che fece piangere l’intera nazione. Acclamato eroe, Chiggia accettò di trasferirsi alla Roma e al Milan e giocò anche per la nazionale italiana, in qualità di oriundo.

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