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Tutti controIsraele, ma il caso Pizzaballa racconta un’altra verità

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
2 de abril de 2026
in Editorial
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Tutti controIsraele, ma il caso Pizzaballa racconta un’altra verità
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In questi giorniabbiamo assistito a una vicenda che, oltre ad aver originato un incidentediplomatico, svela il clima generale di questo momento. C’è una maggioranzaancora convalescente dopo la ferita del referendum, un’opposizione che coglieogni occasione per dar libero sfogo ai propri sentimenti antisemiti etrasformare qualunque fatto in un atto d’accusa, e un mondo cattolico chespesso si lascia trascinare da narrazioni emotive più che da un’analisi deifatti poiché va a messa con la kefiah e piange per un numero sempre imprecisatodi vittime a Gaza, in Libano e ovunque gli ebrei cerchino di sopravvivere. Infine,da una parte c’è una Chiesa Cattolica che, invece di fare da baluardo control’islam che dilaga, alimenta il filone antisemita. A questo si aggiunge unastampa che, improvvisamente, scopre l’esistenza dei luoghi santi solo quandopuò indignarsi contro Israele, mentre tace da anni sulle violazioni dei dirittidei cristiani e sugli abusi consumati in molte altre parti del mondo. Dall’altraparte c’è Israele: un Paese che sta sostenendo una guerra complessa, su piùfronti, e che rimane, piaccia o no, l’unico baluardo concreto per chi, inOccidente, non vuole arrendersi a derive fondamentaliste. Il solo bastione. Sulterreno e sui principi. Un Paese che, nel mezzo di un conflitto aperto, haimposto restrizioni temporanee per ragioni di sicurezza, come accade in ogniStato quando il rischio è reale e documentato. In questo contesto, la sceltadel cardinale Pizzaballa di violare i divieti posti per la sua stessaincolumità non poteva, prevedibilmente, che creare tensione. E la sua reazioneindignata di fronte all’intervento della polizia israeliana, che stava semplicementeapplicando le stesse misure previste per tutti, ebrei compresi, ha alimentatoun caso che poteva essere evitato con un gesto di prudenza, responsabilità e,diciamolo, spirito cristiano. E qui sorge una domanda semplice: davverodobbiamo ricordare noi al cardinale Pizzaballa ciò che ogni tradizionecristiana insegna da secoli? La tutela della vita viene prima dell’obbligo direcarsi fisicamente in un luogo di culto. La dottrina cristiana considera lavita un dono da custodire e, quando esiste un pericolo concreto — guerra,instabilità, minacce, condizioni ambientali rischiose — la prudenza non è soloammessa: è richiesta. La storia della Chiesa lo conferma. Nei secoli, in tempidi pestilenze, persecuzioni o conflitti, i cristiani hanno pregato nelle case,nelle catacombe, in piccoli gruppi. La preghiera non è mai stata ridotta a unluogo fisico, ma è sempre stata un atto del cuore e dell’intenzione. Se questolo sappiamo tutti, perché il cardinale non ha scelto la via dellaresponsabilità? Perché non ha accolto la restrizione con quella serenità che cisi aspetterebbe da una guida spirituale cristiana? La domanda è legittima,soprattutto se ricordiamo che, solo pochi mesi fa, quando un frammento dimissile aveva scalfito il cornicione di una chiesa durante il conflitto diGaza, non si era esitato ad accusare Israele di colpire i luoghi cristiani.Oggi, quando Israele impone misure per proteggerli, si grida comunque alloscandalo. Qualunque cosa faccia questo Paese viene letta e interpretata come untorto, verso noi, verso il mondo, verso tutti. E se Pizzaballa, così fervente,fosse finito sotto un missile iraniano? Qualcuno avrebbe forse precisato chelui stesso aveva violato il divieto di polizia? E purtroppo, in questo clima,anche una parte della destra italiana, ancora ferita dall’esito del referendum,sembra più preoccupata di non scontentare nessuno che di leggere la verità e lasostanza dei fatti. Così si finisce, involontariamente, per alimentarenarrazioni che nulla hanno a che vedere con la tutela dei cristiani e molto conun riflesso condizionato che ormai si attiva ogni volta che si parla diIsraele. Questo atteggiamento fa male e, soprattutto, rischia di restituireun’immagine isterica del nostro Paese. Non possiamo permetterci di dettarelegge a un popolo che sta combattendo per la propria sopravvivenza. Non abbiamoquesto diritto. Possiamo pregare, possiamo riflettere, possiamo esprimerevicinanza, ma non possiamo pretendere che un Paese in guerra rinunci allemisure di sicurezza per compiacere la nostra sensibilità. Quanto facilmente èstato dimenticato che, nelle nostre scuole, abbiamo rinunciato con leggerezzaalle nostre radici cristiane per timore di offendere altre fedi? Abbiamo toltocrocifissi e presepi, abbiamo trasformato il rispetto in autocensura, abbiamonormalizzato l’idea che sia più importante non disturbare che affermare ciò chesiamo. E mentre ci affanniamo a mostrare apertura, dimentichiamo che la libertàreligiosa non è un bene scontato e che ciò che realmente dobbiamo temere sonoquei contesti culturali che non la considerano un valore. Non certo Israele,dove convivono da sempre tutti i culti religiosi. In questo quadro, lasciareche Israele protegga anche i nostri ministri di culto non è una concessione: èun atto di buon senso. Non serve richiamare ambasciatori né alimentarepolemiche. Israele non è la minaccia. La minaccia è altrove, e continua a crescerementre molti fingono di non vederla.

TeresaCasamichela

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