L’odore di una mummia non è solo il frutto della decomposizione del corpo: secondo uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science, il caratteristico aroma di stantio rifletterebbe le sostanze utilizzate per trattare il corpo, e per scoprirle basterebbe analizzare… l’aria che la circonda. Insieme a frammenti di tessuto e materiali, le tracce chimiche sospese nell’aria rivelano in che modo le tecniche di mummificazione sono cambiate nei secoli. Con l’ausilio di strumenti di analisi all’avanguardia, gli scienziati hanno catturato i gas presenti attorno a 35 campioni di balsami e bende appartenenti a 19 mummie imbalsamate tra il 3200 a.C. e il 395 d.C., separandone i composti organici volatili (VOC) per studiarli nel dettaglio.
Quattro categorie di ingredienti
Hanno poi suddiviso i diversi VOC in quattro macrocategorie sulla base degli ingredienti utilizzati: grassi e oli, che hanno generato composti aromatici e acidi grassi a catena corta; cera d’api, che ha prodotto acidi grassi semplici e composti cinnamici; resine vegetali, che hanno rilasciato composti aromatici e sesquiterpenoidi − ovvero con 15 atomi di carbonio, una volta e mezzo (sesqui) rispetto ai 10 dei terpenoidi base −; e il bitume, che ha prodotto composti naftenici. Questa analisi ha permesso di vedere in che modo le tecniche di mummificazione sono cambiate nel tempo: mentre le prime mummie venivano imbalsamate utilizzando principalmente grassi e olio, per quelle più recenti venivano utilizzate miscele più complesse che includevano resine e bitume. Le firme chimiche dei campioni non variavano solo in base all’epoca delle mummie, ma anche a seconda della parte del corpo analizzata. «Gli imbalsamatori applicavano ricette diverse per trattare diverse parti del corpo», spiega Wanyue Zhao, coordinatrice della ricerca, precisando che questa sarà una delle aree da approfondire negli studi futuri.
Una tecnica innovativa
Un ultimo aspetto dello studio che vale la pena sottolineare è la tecnica di campionamento utilizzata, che permette di studiare resti anche fragili senza danneggiarli: «Il nostro approccio amplia lo studio delle pratiche funerarie dell’antico Egitto, offrendo un quadro più chiaro e completo delle ricette di mummificazione, delle scelte dei materiali e delle strategie di conservazione», conclude Wanyue Zhao, coordinatrice dello studio.
Chiara Guzzonato



