Sondaggi di gradimento al minimo dei minimi. Perde già seggi elettorali, anche a casa sua in Florida. Previsioni nere per le elezioni di metà mandato tra un anno. Ma il Presidente degli Stati Uniti è un giocatore d’azzardo. Non contempla la marcia indietro e anche il bluff, per lui, è un alzare la posta al massimo, costi quel che costi. Per questo la guerra all’Iran, già nelle prossime ore, è destinata a diventare ancora più cruenta e densa di pericoli anche per noi europei. Vero, si parla di trattative in corso, che dall’Iran vengono smentite. Trump dice di aver ricevuto dei regali dagli iraniani, che ora che lo hanno pagato tutto si risolverà a breve. Ma, poi, arriva la notizia dell’invio di migliaia di marines e paracadutisti in zona di guerra già questo venerdì. E quando si spostano i ‘guerrieri’, come ama definirli il ministro della Guerra Pete Hegseth, significa che c’è un territorio da conquistare, una battaglia da scatenare. Al centro c’è la strategica isola di Kharg, dove c’è quasi la totalità delle infrastrutture petrolifere dell’Iran. L’isola è un obiettivo chiave perché gestisce gran parte delle esportazioni di petrolio iraniano, circa il 90% passa da lì. Se Kharg si ferma, l’Iran perde gran parte delle sue entrate. Si trova nel Golfo Persico, vicino allo stretto di Hormuz da cui transita circa un terzo del petrolio mondiale via mare. Impatto economico immediato non solo per l’Iran, ma anche per noi europei per il conseguente aumento del prezzo del petrolio e la scontata tensione sui mercati mondiali. Senza contare la reazione iraniana che potrebbe bloccare del tutto lo stretto. Uno scenario di sempre più guerra che piace, e molto, al ministro della Guerra, Pete Hegseth il ‘crociato’. In ogni incontro, fregandosene di mettere in imbarazzo il Capo di Stato maggiore o altri generali, Hegseth apre il discorso citando la sua Bibbia di guerra. Del tipo: “Rivestitevi dell’armatura di Dio”, “Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia”. Parlando dei soldati li chiama ‘guerrieri’ addestrati ad eliminare, distruggere e vincere il nemico. Citando la guerra non contempla la pietà, anzi per lui gli interventi dell’America in altri conflitti sono finiti male proprio perché ad un certo punto si è preferito trattare e non annientare il nemico. Adesso, dice con un ghigno “li stiamo colpendo mentre sono a terra, ed è esattamente così che dovrebbe essere”. Ogni volta cerca il collegamento diretto tra la Bibbia (la sua) e l’azione militare, con una precisa volontà di ‘motivazione militare’ e ‘giustificazione simbolica della guerra. Una sorta di teologia politica del combattimento: fede come lotta, come legittimazione della forza militare. Per lui essere cristiani è tutt’uno con l’essere combattenti. Dio è l’America, e loro hanno un patto con Dio. Per qualche critico, in questa visione di Hegseth, gli Stati Uniti diventano una sorta di ‘nuovo Israele’. Come detto Hegseth legge passi della sua Bibbia personale, citando versetti senza tener conto del contesto storico, e li vorrebbe applicare oggi. Trump-Hegseth, coppia infernale in azione contro la nostra libertà, contro un futuro per molti e non solo per loro e i loro amici miliardari.
Nico Perone



