Con la vittoria referendaria delle ultime ore, una parte della magistratura rischia di sentirsi non solo rafforzata, ma anche implicitamente autorizzata a fare il bello e il cattivo tempo. È questa la percezione che si fa strada in ampi settori dell’opinione pubblica: che il risultato non sia stato soltanto un pronunciamento su singoli quesiti, ma un segnale politico più ampio, capace di incidere sugli equilibri tra i poteri dello Stato. Quando un esito elettorale viene interpretato come una legittimazione generale, il passo verso un atteggiamento più assertivo – se non addirittura egemonico – può diventare breve. Il rischio, in questo caso, è quello di vedere consolidarsi una magistratura sempre più convinta della propria insindacabilità, meno incline al confronto e più propensa ad agire in un perimetro autoreferenziale. In questo contesto, la già fragile relazione tra magistratura e cittadini è destinata a deteriorarsi ulteriormente. Non perché venga meno il ruolo essenziale della giustizia, ma perché cresce la sensazione di un potere che non risponde davvero a nessuno, che si muove secondo logiche proprie e che fatica a riconoscere limiti esterni. Una percezione che, col tempo, può trasformarsi in sfiducia strutturale. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la distanza tra istituzioni e società rischierebbe di trasformarsi in una vera e propria frattura. E le fratture, quando vengono ignorate o sottovalutate, non si ricompongono da sole: si allargano, fino a produrre punti di rottura difficili da gestire. Per questo la politica non può permettersi di restare spettatrice. Non si tratta di alimentare uno scontro sterile, né di delegittimare un altro potere dello Stato, ma di prepararsi con lucidità e determinazione a ristabilire un equilibrio. Questo significa, prima di tutto, lavorare alla costruzione di una nuova classe dirigente: più competente, più solida, intellettualmente più robusta e meno improvvisata di quella attuale. Servono figure in grado di sostenere un confronto serio con la magistratura, senza subalternità ma anche senza derive demagogiche. Una classe politica capace di proporre riforme credibili, di difendere il principio di responsabilità e di restituire ai cittadini la percezione di uno Stato in cui i poteri si bilanciano davvero. La posta in gioco non è una rivincita simbolica, ma la tenuta stessa dell’equilibrio istituzionale. Ed è proprio per questo che la politica deve iniziare da subito a lavorare per farsi trovare pronta a un appuntamento che ha i tratti dell’inevitabile. Perché, se queste dinamiche non verranno corrette, lo scontro arriverà: la frattura tra cittadini e magistratura, già oggi visibile, è destinata ad allargarsi fino a manifestarsi apertamente. Prima o poi accadrà. E farsi trovare impreparati, in quel momento, sarebbe un errore che la politica proprio non può permettersi.
Salvatore di Bartolo



