Il Pd e il M5S urlano: «Come può guidare il Paese se non riesce a far dimettere un ministro». Ma è colpa della loro amata Carta, ritenuta intoccabile.
La politica è l’arte di avere la faccia come il didietro. E c’è un motivo se quelli che conservano un minimo di amor proprio di fronte a certe giravolte finiscono col decidere che l’attività partitica non fa per loro. Avete presente la richiesta di dimissioni presentata da Giorgia Meloni a Daniela Santanchè con una irrituale, se non proprio clamorosa, nota diffusa alla stampa? Ecco. Il ritornello cantato oggi tra le opposizioni è il seguente: la premier è debole perché non riesce neppure a far dimettere un suo ministro. Critica comprensibile, magari anche fondata, ma fa sorridere che ad avanzarla siano coloro i quali fino a domenica pomeriggio alle 15 si sono eretti a difensori della “Costituzione più bella del mondo”. Una carta che è talmente ben scritta, siamo ironici ovviamente, da impedire al presidente del Consiglio di cacciare un ministro di cui non si fida più. Già. Perché la “Costituzione più bella del mondo”, scritta 80 anni fa e diventata un totem intoccabile, all’articolo 92 assegna al Presidente della Repubblica il compito di nominare i ministri e al presidente del Consiglio solo quello di proporli. Poi, una volta arrivati al dicastero, sono intoccabili: la Carta non prevede espressamente il potere per il capo del governo di revocare i ministri. Può succedere qualsiasi cosa: una condanna, uno scandalo, una litigata col premier, il ministro potrebbe addirittura cambiare partito, ma niente. Meloni non può cacciarla. Non ne ha il potere. Nel tempo si è formata una prassi: per far sloggiare un ministro, bisogna ricorrere al voto del Parlamento con una mozione di sfiducia con tutte le conseguenze politiche che ne possono derivare. Anche gravi in termini di tenuto dell’intero esecutivo. Nel 99% dei casi sono infatti le opposizioni a depositare per primi la mozione di sfiducia (il M5S lo ha già fatto) e, sempre stando alla legge, va discussa dopo almeno tre giorni col rischio di trascinare tutto l’esecutivo in un buco nero. Non è un caso se nell’intera storia repubblicana è successo solo una volta, con Filippo Mancuso, ministro della Giustizia del governo Dini, il 19 ottobre 1995. In altri Paesi, dove poveri loro non hanno la “Costituzione più bella del mondo”, per esempio in Gran Bretagna, il premier fa e disfa i ministri come meglio crede. Ed è giusto così: perché spetterebbe a lui, e non i singoli titolari dei dicasteri, l’indirizzo dell’azione di governo. Ma vaglielo a spiegare ad Angelo Bonelli. Vaglielo a spiegare a Nicita, del Pd, il quale si chiede “se Meloni non riesce a far dimettere Santanché”, come possa “guidare il Paese”. Vaglielo a spiegare a Emma Pavanelli, deputata di opposizione, convinta che se Giorgia “non riesce a farla sloggiare” allora vuol dire che “non la ascoltano più nemmeno in FdI”. Vallo a spiegare a Giuseppe Conte: “Scopriamo che Meloni fatica a far dimettere la sua Ministra e compagna di partito Santanchè. Che situazione indecorosa per le Istituzioni!”. Vogliamo giocare? Giochiamo. Ipotizziamo che in effetti la premier dovrebbe cacciare seduta stante Daniela. Come fa? Non può, di fronte alle resistenze della diretta interessata. È lei a decidere. Il capo è schiavo della sua “collaboratrice”. Grazie alla vostra amata Costituzione.
Giuseppe De Lorenzo



