Almeno 13 morti e 35 feriti: è questo il bilancio delle piogge torrenziali che da circa dieci giorni hanno investito il Malawi.
La situazione sul terreno
Paola Germano, membro della Comunità di Sant’Egidio dal 1974 e dal 2001 coordinatrice del Programma DREAM (Disease Relief through Excellent and Advanced Means), attivo in 11 Paesi africani per il contrasto dell’HIV/AIDS, della malnutrizione e di altre malattie infettive croniche, si trova attualmente a Blantyre, nel sud del Paese. Ci racconta che «il problema più grave riguarda il distretto di Chikwawa, una zona del sud attraversata dal fiume Shire, che è esondato. Agli allagamenti normali si è quindi aggiunta una vera e propria alluvione: case e campi coltivati sono stati completamente inondati. Questo ha provocato un esodo di circa 20.000 persone, soprattutto in aree rurali vicine al fiume». Inoltre, prosegue Germano, «quella parte del Paese è rimasta completamente isolata: è crollato il ponte che unisce le due rive e la strada nazionale è andata distrutta, rendendo l’area irraggiungibile per quattro giorni. Solo ieri una grande industria locale dello zucchero ha costruito un ponte provvisorio in metallo per permettere l’accesso ai villaggi».
Il grande spostamento di popolazione
Il problema riguarda anzitutto i morti e feriti, ma anche «il grande spostamento di popolazione. Il governo ha allestito una decina di campi, ma si tratta di soluzioni molto precarie: non sono campi organizzati come quelli per i rifugiati cui possiamo pensare noi europei, bensì semplici aree con tettucci di plastica dove le persone cercano riparo dalla pioggia. La gente ha perso tutto». E, nel volto dei malawiani, Germano vede «soprattutto molta rassegnazione. È difficile reagire a qualcosa che viene percepito come inevitabile. C’è poi un altro fattore decisivo: l’estrema povertà. Le case sono spesso di fango, quindi bastano poche ore di pioggia intensa per distruggerle. Chi vive in muratura, come in città, subisce meno danni, ma la maggioranza della popolazione è molto vulnerabile».
Sant’Egidio in aiuto dei malawiani
La Comunità di Sant’Egidio sta cercando di raccogliere beni di prima necessità per consegnarli appena le zone saranno accessibili. «Cibo e medicine restano i beni più necessari — prosegue la rappresentante della Comunità —, le persone sono fuggite senza niente. Il rischio sanitario è molto alto: con queste condizioni tra poco arriverà il colera. Perché, dopo le inondazioni e con il caldo, le condizioni igieniche nei campi sono molto precarie. C’è poi un altro problema: questa è la stagione in cui si raccoglie mais e altri cereali, ma le inondazioni hanno devastato tutto. Nei prossimi mesi ci sarà una carestia. È un ciclo vizioso che si ripete sulla pelle della gente».
Il problema del cambiamento climatico
E che sconta, anzitutto, il fenomeno del cambiamento climatico. «Che in questa parte dell’Africa ha avuto e sta avendo effetti micidiali — prosegue Germano — negli ultimi dieci anni, marzo è diventato un mese terribile, perché arrivano cicloni sempre più forti. Prima si fermavano sul Madagascar, ora invece colpiscono anche la costa africana. Blantyre stessa, cinque anni fa, è stata quasi rasa al suolo». Anche in Mozambico, soprattutto a Beira, si stanno verificando devastazioni enormi: in questi giorni si parla di 7.000 case distrutte e di circa 270.000 ettari di campi coltivati persi. Un problema anche per l’approvvigionamento alimentare del Paese.
Il ridimensionamento degli aiuti internazionali
Ancor più di fronte a questa situazione, stupisce notare una forte carenza della presenza internazionale. «Le grandi organizzazioni sono ormai abituate a queste emergenze, ma hanno meno risorse — conclude Paola Germano —. Gli Stati Uniti hanno ridotto i finanziamenti e il World food programme ha dichiarato di non avere abbastanza fondi per fornire cibo. C’è una sorta di latitanza internazionale. Ed è grave perché non si tratta solo di aiuti immediati: servirebbero investimenti in infrastrutture. Se un ponte crolla ogni anno, significa che non è costruito adeguatamente. Lo stesso vale per la strada nazionale: servirebbero interventi strutturali, non solo emergenziali». Se il problema dell’assenza di fondi umanitari è stato sollevato soprattutto dopo le dichiarazioni del presidente Usa, Donald Trump, esso riguarda anche altri Paesi. Da ultimo il Regno Unito che, come faceva peraltro notare giorni fa il quotidiano britannico “The Guardian”, sta tagliando circa sei miliardi di sterline di aiuti, con una riduzione fino al 56 per cento per alcuni Paesi africani, per finanziare l’aumento della spesa per la difesa. Una scelta che incide direttamente su settori cruciali come la sicurezza alimentare, la sanità e la risposta alle emergenze.
Guglielmo Gallone



