Il cambiamento climatico è reale e merita attenzione, ma le enfatizzazioni della devastazione sono infondate. Trasformare una problematica in una emergenza fa comodo a molti: le cifre messe a disposizione per la supposta risoluzione aumentano a dismisura e vengono spesso gestite con disinvoltura. Come già evidenziato una forte ed urgente riduzione delle emissioni costa assai più della perdita di qualche punto di PIL prevista per la fine del secolo in assenza di tale ideologica politica di riduzione delle emissioni, conclusione chiaramente e ripetutamente dimostrata dalla letteratura economica del settore. Una tecnica comunicativa efficace ma scientificamente non rilevante spesso utilizzata da chi non ha elementi per contrastare questa conclusione, consiste nell’elencare affannosamente una serie di drammatici impatti meteo-climatici. Nei costi di una transizione energetica sostenibile rientrano anche tutti quei danni causati da piogge, siccità, aumento di temperatura ed ondate di calore: il punto non è enumerare impatti meteo-climatici, che ci sono sempre stati e sempre ci saranno, quanto mostrare se questi stiano aumentando in un range temporale che possa essere significativo. A detta dell’IPCC, e qui ci si deve rifare all’ultimo rapporto “The Physical Science Basis” e non al diffuso messaggio mediatico, la maggior parte degli eventi climatici estremi non sta aumentando tanto che, grazie anche alle migliorate strategie di protezione e prevenzione, i decessi dovuti agli impatti dei disastri climatici sono in costante diminuzione da un secolo a questa parte ed hanno raggiunto un minimo proprio negli anni più caldi di tutte le serie storiche. Per un focus specifico sull’Italia, invito ad esaminare i dati del CNR-IRPI (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica) che mostrano chiaramente come frane ed inondazioni in Italia non mostrino alcun aumento dal 1951, primo anno in cui tali dati sono disponibili, ad oggi. I cambiamenti climatici non stanno quindi inasprendo gli impatti degli eventi meteo-climatici sulle popolazioni ed i costi di una ideologica ed urgente riduzione delle emissioni sono assai maggiori di tali impatti: l’EPS auspica quindi un cambio di priorità nella politica energetica europea, ponendo come finalità principali il migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento, l’accessibilità economica e la sostenibilità del sistema energetico. Le politiche di decarbonizzazione hanno portato l’EU a ridurre le proprie emissioni di gas serra dal 1990 di quasi il 40%, arrivando ad una quota di solo il 6% delle emissioni globali, mentre il mondo le ha aumentate di quasi il 70%: insistere sulla decarbonizzazione come scopo ultimo e prioritario è come svuotare una vasca con un cucchiaio quando c’è qualcuno che la riempie con un secchio! Politiche per le quali si tassano le emissioni con rilevanti ricadute sui consumatori finali: le imposte sulla CO2 sul totale delle imposte sull’energia sono arrivate al 20% nel 2023, per una raccolta complessiva in Europa di oltre 50 miliardi di Euro, e queste imposte sono destinate ad aumentare significativamente col nuovo ETS2 con costi aggiuntivi per i consumatori finali sino a quasi 1000 Euro all’anno. Secondo un recente report, circa il 90% dell’aumento rispetto ai valori pre-Covid dei prezzi elettrici all’ingrosso sarebbe attribuibile ai maggiori costi delle quote ETS, il cui allentamento potrebbe ridurre fino al 25% i costi marginali di generazione elettrica. Riteniamo più lungimirante dedicare capitali alla CCS (il cui unico scopo è la decarbonizzazione e che secondo recenti stime non è sostenibile e necessita sussidi sino a 3 miliardi di Euro all’anno) o sarebbe forse più opportuno dedicarli alla manutenzione del magnifico e purtroppo assai delicato territorio del nostro invidiabile Paese per ridurre gli impatti meteo-climatici comunque presenti? Non mancano esempi tipo Niscemi o l’Emilia-Romagna ove un intervento specifico sul territorio sarebbe stato assai più efficace e meno costoso di una generica decarbonizzazione. Altro lampante esempio è la crisi idrica da cui è colpita la Sicilia. Sappiamo bene che circa il 50% dell’acqua viene persa a causa del pessimo stato della rete idrica: meglio spendere innumerevoli miliardi per ridurre le emissioni di CO2 (sempre che ciò abbia un minimo e non provato effetto sulla situazione idrica in Sicilia) o spendere assai meno per interventi il cui esito positivo ed immediato risolverebbe la situazione? Le risorse non sono infinite e spesso una scelta necessariamente esclude l’altra. Lavoriamo quindi per una transizione energetica sostenibile con tutte le fonti e tecnologie a nostra disposizione ove la decarbonizzazione sia una conseguenza e non la finalità: si potrebbe ad esempio sostituire il target EU sulla riduzione delle emissioni con un target basato sulla riduzione delle importazioni energetiche, ma questa sarebbe forse, per il momento, una “proposta indecente”.
Gianluca Alimonti



