Molti erano pronti a salpare per le Maldive o per le Seychelles, seguendo un rituale ormai consolidato da anni. Atterraggio del jet privato a Dubai o Abu Dhabi, imbarco, breve crociera nelle acque degli Emirati, qualche festa ormeggiati nelle lussuose Marina locali. Ma per 168 superyacht, il 45% riconducibili a proprietari europei (dalle 35 alle 40 imbarcazioni) o americani (una ventina), il vento della guerra ha trasformato normali vacanze extralusso, in una prigionia, o nei porti turistici del Golfo Persico, in particolare Dubai Harbour e Mina Rashid o alla fonda in rada. Prigionia non certo per i proprietari che fra i primi, in netto vantaggio rispetto ai molti passeggeri di navi da crociera in attesa ancora degli ultimi voli charter messi a disposizione dalle compagnie, hanno già fatto ritorno a casa, quanto gli equipaggi in attesa di una soluzione, la meno pericolosa possibile, per riprendere il mare e tentare l’attraversamento di Hormuz. Anche se la quasi totalità di queste imbarcazioni hanno spento il transponder, ovvero il ripetitore di bordo che consente la loro individuazione e quindi quella della loro precisa posizione geografica (evitando un rischio ulteriore di diventare bersagli delle salve di missili o di droni iraniani), le notizie che trapelano dal Golfo, sia sull’”importanza” delle imbarcazioni prigioniere del conflitto, sia sulle possibili soluzioni per farle uscire dal Golfo, sono tutt’altro che rassicuranti. Mentre in queste ore è stato annunciato il rinvio del Dubai Boat Show, uno dei più importanti Saloni espositivi della grande nautica, previsto per fine ottobre, viene data per certa la presenza nelle acque del Golfo di mega yacht, veri e propri status symbol del superlusso e del jet set internazionale, come il “Flying Fox”, 136 metri di lunghezza, ormeggiato nel porto turistico di Dubai, o il “Nord” di 142 metri di lunghezza (già di proprietà russa) ormeggiato in Abu Dhabi o del “Sailing Yacht A” , un gioiello della tecnologia lungo 143 metri e quotato 600 milioni di dollari. Mediamente nel Golfo Persico navigano in questa stagione circa 350 yacht di lusso, la maggioranza dei quali riconducibili alle famiglie regnanti di Emirati, Arabia Saudita e Oman; barche che presumibilmente staranno ferme nelle marine nella speranza di non diventare, dopo gli hotel di lusso, un bersaglio dell’Iran. Per i superyacht riconducibili a proprietari della Silicon Valley o della City di Londra, si stanno delineando anche ipotesi eufemisticamente avventurose di “fuga”. Alcune società di security, contractor che utilizzano ex uomini dei Navy Seal o di Forze speciali stanno offrendo servizi di scorta armata, che prevedono l’imbarco su ciascun yacht di team di 4 o 6 professionisti armati (in maggioranza britannici), ma anche l’utilizzo di navi private di scorta dotate di sofisticati apparati radar e di sistemi per intercettare i droni, che affiancherebbero gli yacht nel braccio di mare più a rischio e quindi nell’attraversamento di Hormuz. Impossibile ovviamente conoscere se già nei prossimi giorni siano state programmate operazioni di questo tipo, comprensibilmente coperte dalla massima segretezza. Secondo fonti di intelligence sarebbero allo studio anche mini convogli (4 0 6 yacht) scortati da navi para-militari, nell’ambito di intese che potrebbero essere state siglate fra società di management degli yacht e contractor addetti alla sicurezza, confluiti in queste ore in Dubai. Sull’opzione scorte di navi militari in primis per le unità passeggeri, ha trovato in queste ore conferma non ufficiale l’ipotesi di un Blue Corridor, ovvero una rotta sorvegliata da Marine militari (Usa, UK e Francia) che a partire da metà maggio potrebbero consentire a molte unità oggi bloccate nel Golfo di transitare verso l’Oceano Indiano. Infine, per gli yacht un’ipotesi suggestiva. Le imbarcazioni di 50/60 metri potrebbero essere imbarcate su navi semisommergibili, già in servizio in Atlantico (per garantire lo spostamento degli yacht da Caraibi al Mediterraneo e viceversa), con noli per il trasporto che, assicurazioni permettendo raggiungerebbero comunque quotazioni stellari. Anche per le navi da crociera prigioniere nel Golfo, la partita è ancora tutta da risolvere. Al di là dei timori terrorismo, le compagnie proprietarie delle sei navi ancora bloccate nei porti del Golfo persico, hanno dovuto affrontare un vero e proprio esodo. La TUI ha messo in campo già 25 voli charter della controllata TUI Airways per rimpatriare in Europa e da lì negli States, 5.000 passeggeri; Msc che ha ferma in Dubai la “MSC Euribia” avrebbe rimpatriato circa 1.500 passeggeri e fra il 19 e il 21 marzo dovrebbero partire con quattro voli charter i rimanenti 800 viaggiatori. Fra alberghi e navi sarebbero ancora 15.000 i vacanzieri in attesa di un volo di rientro, ma sino a oggi i riflettori restano spenti sugli oltre 20.000 lavoratori marittimi che compongono gli equipaggi delle navi bloccate e che per ovvi motivi di sicurezza e di gestione minima di queste navi non possono lasciare il Golfo Persico. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (IMO) delle Nazioni Unite 15.000 crocieristi sono rimasti bloccati nella regione, con navi di diversi operatori – tra cui MSC, TUI, Celestyal e AROYA – ferme in porti chiave. La compagnia di crociere greca Celestyal ha confermato che le sue navi si trovano ancora nel Golfo, con la Celestyal Discovery attualmente a Dubai e la Celestyal Journey a Doha. AROYA Cruises, sostenuta dall’Arabia Saudita, ha confermato di avere annullato completamente il resto della sua stagione invernale nel Golfo Arabico. La compagnia ha dichiarato che tutti i passeggeri a bordo della sua nave sono sbarcati in sicurezza a Dubai il 7 marzo, dopo la decisione presa «a causa delle attuali considerazioni operative nella regione e in coordinamento con le autorità marittime e nazionali competenti». L’operatore tedesco TUI Cruises ha annunciato che le prossime traversate della Mein Schiff 4 sono state cancellate fino al viaggio con inizio il 23 marzo incluso, mentre le partenze della Mein Schiff 5 sono cancellate fino al viaggio con inizio il 12 marzo incluso. La Mein Schiff 4 è attualmente ormeggiata ad Abu Dhabi e negli ultimi giorni sono già stati organizzati «i viaggi di ritorno per tutti gli ospiti e per numerosi membri dell’equipaggio», ha dichiarato TUI in un comunicato diffuso lunedì. I passeggeri a bordo della Mein Schiff 5 restano sulla nave a Doha, dove le operazioni «proseguono normalmente, per quanto possibile nelle circostanze attuali».
N.P.



