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Israele uccide due carnefici iraniani. Ma per Repubblica diventano filosofi

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
20 de marzo de 2026
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Israele uccide due carnefici iraniani. Ma per Repubblica diventano filosofi
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Nel giorno diciotto della guerra contro l’Iran e i suoi sodali è arrivata la notizia che scuote il regime di Teheran: Ali Larijani, presidente del Consiglio di Sicurezza nazionale, l’uomo che molti consideravano il vero perno del potere dopo l’ombra lunga della Guida suprema, è stato ucciso. Un’operazione chirurgica, rivendicata nei fatti da Israele, che conferma ancora una volta come la guerra moderna si giochi sempre più nel territorio grigio degli omicidi mirati. E fin qui, la cronaca. Poi però c’è il racconto. E il racconto, soprattutto in Italia, riesce sempre a stupire. Perché mentre ancora si contano i morti, mentre Teheran conferma a fatica e con ore di ritardo l’eliminazione di uno dei suoi uomini più potenti, mentre si ricostruiscono gli ultimi movimenti di Larijani — in piazza venerdì per la “liberazione di Gerusalemme”, ripreso dalla tv di Stato a pochi metri da un’esplosione, spavaldo nelle interviste, intento a irridere Donald Trump con battute da propaganda — ecco che Repubblica decide di titolare: “Un pragmatico che amava Kant”. E ancora: “Un leader autoritario o un intellettuale pragmatico? L’uomo del compromesso o la faccia dura del sistema? Ali Larijani, ucciso dagli israeliani a Teheran, era probabilmente entrambe le cose”. E qui casca il palco. Perché si può discutere di tutto, si può analizzare il contesto geopolitico, si può persino interrogarsi sulla legittimità di uno strike mirato. Ma trasformare un uomo di potere del regime iraniano in una figura quasi filosofica, in un raffinato estimatore della ragione kantiana, significa capovolgere completamente la realtà. Larijani non era un professore universitario con la passione per la Critica della ragion pura. Era un uomo di regime, un decisore, uno che il potere lo esercitava davvero. E lo esercitava dentro un sistema che non è esattamente una democrazia liberale. Anzi. Parliamo di un apparato che, solo a gennaio, ha represso nel sangue proteste e dissenso, con un bilancio che fonti indipendenti stimano intorno alle quarantamila vittime. Quarantamila. Un numero che dovrebbe bastare da solo a spegnere ogni tentazione di romanticismo intellettuale. E invece no. Invece si preferisce l’aneddoto colto, il dettaglio che nobilita, la pennellata che umanizza. “Amava Kant”. Bene, e allora? Anche i carnefici possono amare la filosofia, questo non li rende meno carnefici. Nello stesso giorno, un altro pezzo del regime è caduto: Gholamreza Soleimani, comandante dei basij, le milizie paramilitari simbolo della repressione interna. In questo caso, l’ammissione è arrivata subito dalle Guardie della Rivoluzione. Segno che qualcosa, dentro il sistema, scricchiola. Per lui non sono stati scomodati filosofi e pensatori. Ma parliamoci chiaro: vi pare normale? La solita narrazione estetizzante. Raccontare un carnefice attraverso le sue letture, le sue passioni, quasi fosse un personaggio da romanzo. E così diventa un “pragmatico”. E se poi legge Kant, tanto meglio: lo rendiamo pure presentabile. Il problema non è Kant, sia chiaro. Il problema è dimenticare chi fosse davvero Larijani. Il problema è perdere il senso delle proporzioni, smarrire la distinzione tra chi esercita il potere in un sistema repressivo e chi quel sistema lo subisce. Perché alla fine la domanda resta lì, semplice e brutale: com’è possibile raccontare come un filosofo uno che ha le mani sporche di sangue? E soprattutto: a forza di edulcorare la realtà, non rischiamo di non riconoscerla più?

Franco Lodige

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