C’è voluto il coraggio di chi non ha paura di sporcarsi le mani per fare quello che tutti gli altri, da anni, si limitavano a sussurrare nei corridoi felpati delle cancellerie europee. Mentre noi ci accapigliamo su questioni di lana caprina, a pochi passi da casa nostra si stava decidendo il destino del mondo libero. La verità è cruda, e come tale va servita: l’Iran non è solo un vicino scomodo, è la metastasi di un cancro che da troppo tempo infesta il Medio Oriente e minaccia di arrivare fin qui. Oggi, i fatti ci dicono che la ricreazione è finita. L’attacco preventivo lanciato da Israele e dagli Stati Uniti lo scorso 28 febbraio non è stato un atto di aggressione, ma un atto di pulizia igienica internazionale. È la risposta necessaria a una teocrazia assassina e totalitaria che, per decenni, ha usato il proprio popolo come scudo e il terrore come moneta di scambio. Mentre i nostri pacifisti da salotto si stracciano le vesti per i bombardamenti chirurgici su Karaj e Shiraz, dimenticano che quegli stessi Ayatollah che oggi invocano la “vendetta” contro Netanyahu sono gli stessi che braccano e uccidono i propri cittadini nelle piazze perché chiedono solo un briciolo di libertà. Donald Trump, con la sua consueta e ruvida coerenza, ha capito che con i piromani non si tratta: si spengono gli incendi prima che brucino la casa di tutti. Il disegno è chiaro: ricomporre l’area attorno agli Accordi di Abramo, mettendo finalmente la teocrazia iraniana in condizione di non nuocere più. Che l’Arabia Saudita sia pronta a scendere in campo a fianco di Israele è lo spartiacque storico che i “professionisti dell’indignazione” fingono di non vedere. Certo, la guerra è orribile, e i morti pesano su ogni coscienza. Ma c’è qualcosa di ancora più orribile: l’ipocrisia di chi, in nome di una finta pace, preferirebbe vedere l’unica democrazia del Medio Oriente cancellata dalle mappe da un regime che sogna l’atomica. L’Italia e l’Europa devono scegliere: o stare con chi difende la libertà, o rassegnarsi a vivere sotto il ricatto dei fanatici. Noi una scelta l’abbiamo fatta. E non è quella del silenzio.
Alessandro Sallusti



