Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo rischia di essere letto come uno dei tanti passaggi tecnici della vita politica italiana. In realtà potrebbe rappresentare molto di più: un vero e proprio spartiacque storico. Se dovesse prevalere il Sì, infatti, si aprirebbe una fase nuova nella storia istituzionale del Paese, una fase che potremmo già definire con un nome preciso: la Terza Repubblica. Per comprendere la portata di questo passaggio bisogna tornare indietro di oltre trent’anni, a quella stagione consegnata alla storia con il nome di Mani Pulite. Con le inchieste avviate nel 1992 dalla procura di Milano crollò l’intero sistema politico-istituzionale su cui si reggeva la Prima Repubblica. I grandi partiti che avevano governato l’Italia nel dopoguerra furono travolti e, insieme a loro, venne meno anche l’equilibrio tra i poteri dello Stato che aveva caratterizzato la fase repubblicana precedente. Da quel momento prese forma quella che molti osservatori non hanno esitato a definire la “Repubblica giudiziaria”: una lunga stagione nella quale il potere giudiziario, forte della legittimazione conquistata nella lotta alla corruzione, ha finito per esercitare un’influenza crescente sulla vita politica. La Seconda Repubblica, nata dalle macerie dei partiti tradizionali, si è sviluppata all’interno di questo paradigma. E in questi trent’anni la politica non ha mai davvero recuperato il primato perduto. Il referendum di marzo si colloca esattamente in questo solco. Non si tratta soltanto di modificare singole norme o complessi meccanismi del sistema giudiziario: la posta in gioco è il riequilibrio tra i poteri dello Stato. Un’eventuale vittoria del Sì segnerebbe simbolicamente e politicamente l’avvio di una fase di riassestamento istituzionale, nella quale la politica tornerebbe a esercitare pienamente la propria funzione di indirizzo. In altre parole, verrebbe archiviata la lunga stagione apertasi nel 1992. Il punto decisivo, tuttavia, è che questo passaggio interno si intreccia con trasformazioni profonde intervenute nello scenario internazionale. Per oltre trent’anni il mondo ha vissuto all’interno dell’ordine globale nato dalle macerie del Muro di Berlino dopo il 1989. La fine della Guerra fredda aveva prodotto un sistema sostanzialmente unipolare, dominato dall’Occidente a guida statunitense e caratterizzato dall’espansione del globalismo economico e politico. In quel contesto anche l’Italia aveva progressivamente perso parte della propria centralità strategica. Durante la Guerra fredda, infatti, il Paese rappresentava uno dei principali avamposti occidentali nel Mediterraneo, una frontiera geopolitica delicatissima tra i due blocchi. Con la scomparsa di quella divisione, la rilevanza strategica italiana sembrò progressivamente ridimensionarsi. Oggi lo scenario sta cambiando di nuovo. Il ritorno delle tensioni tra grandi potenze e la progressiva ricomposizione di una politica dei blocchi stanno ridefinendo gli equilibri globali. In questo quadro il Mediterraneo torna a essere uno spazio decisivo per la sicurezza, l’energia, i flussi commerciali e migratori. E l’Italia, per posizione geografica e per collocazione internazionale, torna inevitabilmente al centro della partita. Se questo nuovo contesto geopolitico si combinasse con un riequilibrio istituzionale interno, il risultato potrebbe essere l’apertura di una fase politica completamente nuova. Non è un caso che negli ultimi anni il baricentro della politica italiana si sia progressivamente spostato verso destra. Una leadership politica stabile, convintamente atlantista e inserita con chiarezza nel campo occidentale potrebbe trovare proprio nel mutato contesto internazionale un ulteriore fattore di consolidamento. In questo quadro un ruolo non secondario potrebbe essere giocato dalla prossima legge elettorale. Se il Parlamento dovesse orientarsi verso un sistema più marcatamente maggioritario — o comunque verso un meccanismo capace di premiare con maggiore decisione le coalizioni vincenti — si creerebbero le condizioni per una maggiore stabilità degli esecutivi e per una più chiara individuazione delle responsabilità politiche. Un sistema elettorale che rafforzi la logica delle coalizioni e favorisca la formazione di maggioranze nette potrebbe infatti consolidare l’attuale assetto politico, nel quale il centrodestra appare oggi come il campo più coeso e strutturato. In un contesto internazionale segnato da crescenti tensioni e da una rinnovata competizione tra blocchi geopolitici, la stabilità politica interna diventerebbe per l’Italia un fattore strategico decisivo. Governi più solidi e duraturi rafforzerebbero la credibilità internazionale del Paese e la sua capacità di muoversi con coerenza all’interno dello scenario euro-atlantico. È dentro questa convergenza di fattori — riforme istituzionali, trasformazioni geopolitiche e ridefinizione degli equilibri politici interni — che prende forma l’idea della Terza Repubblica. Una stagione che non nascerebbe da una rottura traumatica come avvenne nel 1992, ma da un processo più graduale: il recupero del primato della politica, il riequilibrio tra i poteri dello Stato e il ritorno dell’Italia a una piena centralità strategica nello scenario mediterraneo e internazionale. Il referendum sulla giustizia potrebbe rappresentare il primo segnale concreto di questo passaggio. Non soltanto una consultazione su norme tecniche, ma il momento simbolico in cui si chiude definitivamente il ciclo aperto all’inizio degli anni Novanta. Per oltre trent’anni la vita pubblica italiana si è sviluppata dentro il paradigma della Repubblica giudiziaria: un paradigma nato dalla crisi della Prima Repubblica e consolidatosi nel vuoto lasciato dal crollo dei partiti tradizionali. Se il Sì dovesse prevalere, quel ciclo potrebbe finalmente esaurirsi. Non perché verrebbero meno il ruolo e l’autonomia della magistratura, ma perché tornerebbe a definirsi con maggiore chiarezza l’equilibrio tra i poteri dello Stato. E perché la politica, dopo una lunga stagione di delegittimazione, tornerebbe a esercitare fino in fondo la propria responsabilità di guida. In un mondo che sta rapidamente abbandonando l’ordine globale nato dopo il crollo del Muro di Berlino e che torna a muoversi secondo logiche di potenza e di blocchi, l’Italia riscoprirebbe inoltre la propria centralità strategica nel Mediterraneo. Per affrontare questa nuova fase serviranno istituzioni più equilibrate, governi più stabili e una politica capace di decidere. Anche per questo il voto del 22 e 23 marzo potrebbe avere un significato che va ben oltre la riforma della giustizia. Potrebbe chiudere una lunga transizione iniziata nel 1992. E inaugurare, di fatto, la stagione della Terza Repubblica.
Salvatore Di Bartolo



