Ogni volta che esplode un episodio di tensione tra cittadini e forze dell’ordine – un controllo contestato, un arresto filmato, una polemica sui social – mi sovviene la stessa domanda: perché tanti cittadini non rispettano gli operatori di polizia? La risposta più semplice sarebbe quella sociologica: il clima culturale, l’antagonismo politico, la narrazione mediatica spesso ostile alle divise. Tutto vero, ma c’è anche una spiegazione più nascosta, meno discussa e paradossale: lo stesso ordinamento giuridico non argina a sufficienza la delegittimazione delle forze di polizia. Tre esempi, presi direttamente dal Codice penale, aiutano a capire il problema. Nel nostro ordinamento è reato mentire ai giudici (art. 372 c.p ), al pubblico ministero durante le indagini (articolo 371-bis c.p.) e all’avvocato difensore durante le investigazioni difensive (art.. 371 ter c.p.). Non è però reato mentire alla polizia giudiziaria. Questa lacuna è difficilmente spiegabile se si considera che sono proprio le forze di polizia a svolgere gran parte dell’attività investigativa: raccolgono dichiarazioni, interrogano testimoni, ricostruiscono i fatti. Eppure, la stessa dichiarazione falsa è penalmente irrilevante se resa alla polizia, ma diventa reato se pronunciata davanti ai magistrati. Pertanto, chi mente agli investigatori che conducono le indagini, non solo inquina i procedimenti penali, ma rischia poco o nulla, salvo ipotesi indirette come il favoreggiamento. Ora, è difficile pretendere rispetto per chi indaga se l’ordinamento stesso non protegge la verità delle informazioni che gli vengono rese. Il secondo esempio riguarda il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, che nel 1999 era stato perfino abrogato. La norma attuale, reintrodotta solo dieci anni dopo, richiede condizioni molto restrittive per essere applicata: l’offesa deve avvenire in luogo pubblico o aperto al pubblico e alla presenza di più persone. La giurisprudenza interpreta questi requisiti in modo molto rigoroso, arrivando a escludere il reato quando gli unici presenti siano gli agenti oltraggiati. In altre parole, insultare un poliziotto durante un controllo può non costituire reato se non avviene in luogo aperto al pubblico o se non ci sono terze persone. Non solo. L’ordinamento consente anche un salvataggio in extremis: chi commette oltraggio può evitare la condanna penale risarcendo il danno alla persona offesa e all’Istituzione. Il risultato finale è ambiguo: lo Stato formalmente punisce l’oltraggio, ma contemporaneamente lo rende difficile da perseguire e, in molti casi, facilmente neutralizzabile. Il terzo esempio riguarda il vilipendio. L’articolo 290 del Codice penale punisce chi vilipende pubblicamente la Repubblica, il Governo, il Parlamento, la magistratura e le Forze armate, ma non le forze di polizia. È una lacuna probabilmente dovuta alla struttura originaria del codice penale, che risale a un’epoca in cui le forze dell’ordine erano tutte ad ordinamento militare. Oggi, però, il risultato è che è possibile insultare pubblicamente un corpo di polizia, statale o locale, senza commettere reato. Il problema è diventato evidente soprattutto con l’esplosione dei social network, dove campagne di denigrazione sistematica contro la polizia sono ormai frequenti e restano per lo più impunite. Questi tre esempi rivelano un problema più ampio. Il rispetto per le forze dell’ordine non nasce soltanto dalla disciplina o dall’educazione civica (per chi ce l’ha), ma anche dal messaggio normativo che lo Stato trasmette attraverso le proprie leggi. Se il sistema giuridico consente di mentire agli investigatori senza una specifica sanzione. Se rende difficilmente punibile l’oltraggio agli agenti in servizio, se non prevede una tutela contro il vilipendio pubblico delle forze di polizia, allora non dovrebbe stupire che il prestigio delle divise venga progressivamente eroso. Il rispetto istituzionale dovrebbe essere un sentimento spontaneo, ma è anche il risultato di una scelta politica e normativa. Sarebbe allora il caso di ristabilire coerenza tra il ruolo che la legge affida alle forze dell’ordine e il livello di tutela giuridica che riconosce loro perché uno Stato che chiede ai suoi agenti di garantire la sicurezza dei cittadini deve essere il primo a tutelarne efficacemente l’autorevolezza e l’immagine.
Giorgio Carta



