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Tre anni di Schlein

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
16 de marzo de 2026
in Italia, Política
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Tre anni di Schlein
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Tre anni in politica non sono pochi. Possono bastare per costruire una leadership, cambiare il volto di un partito, preparare un’alternativa di governo. Oppure, più semplicemente, per rimanere esattamente dove si era partiti. Ed è proprio questa la sensazione che accompagna il terzo anniversario dell’ascesa di Elly Schlein alla guida del Pd. Era il 12 marzo 2023 quando la giovane outsider, cresciuta politicamente tra Emilia e Bruxelles, sbaragliò i pronostici delle primarie battendo Stefano Bonaccini. “Non ci hanno visto arrivare”, disse allora con il sorriso. Una frase rimasta celebre perché fotografava bene il momento: il Pd reduce dal disastro elettorale dell’era Letta, i dirigenti spiazzati, una nuova leadership che prometteva di rifondare la sinistra italiana. Tre anni dopo, però, la vera domanda non è più se qualcuno avesse visto arrivare Schlein. Il punto è che ancora oggi si fatica a vedere arrivare qualcosa di diverso: una leadership compiuta, un progetto politico riconoscibile, un’alternativa credibile al governo di Giorgia Meloni. Se si guardassero i numeri, la segretaria potrebbe rivendicare qualche piccolo merito. Quando prese il partito in mano il Pd era scivolato intorno al 14 per cento, minimo storico dopo la sconfitta delle politiche del 2022. Oggi i sondaggi lo collocano stabilmente sopra il 20, attorno al 22 per cento. Significa aver ricompattato un pezzo di elettorato progressista che si era disperso tra astensione, Cinque Stelle e varie sigle della galassia di sinistra. Insomma, la Schlein ha rimesso insieme il recinto. Ma non lo ha allargato. Anzi. Il profilo sociologico dell’elettorato democratico è rimasto più o meno quello di sempre: ceto medio urbano, pubblica amministrazione, scuola, professioni intellettuali. Quel progressismo medio-borghese che da anni rappresenta la base più fedele del partito. Al contrario, la platea dei lavoratori dipendenti, quella che un tempo costituiva il cuore della sinistra italiana, è ormai lontanissima. La “landinizzazione” del Pd, con il partito spesso in sintonia con le mobilitazioni sindacali, non ha riportato a casa il mondo operaio. Semmai ha rafforzato altre formazioni più radicali. Il risultato è che mentre il Pd prova a inseguire la sinistra più movimentista, a crescere nei sondaggi sono soprattutto i partiti alla sua sinistra. E la coalizione che la Schlein immagina come alternativa al centrodestra somiglia sempre di più a una somma aritmetica: Pd più Movimento 5 Stelle, più Avs, più qualche frammento centrista. Una coalizione che esiste nei numeri, ma che politicamente fatica ancora a trasformarsi in qualcosa di più di un collage. L’algebra è stata probabilmente la principale strategia della segretaria: ricomporre il campo progressista dopo la frantumazione del 2022. E da questo punto di vista un risultato c’è stato. Il centrosinistra oggi, almeno sulla carta, appare meno diviso di tre anni fa. Non è un caso se il centrodestra abbia iniziato a ragionare su possibili modifiche della legge elettorale: segno che un minimo di competizione si intravede. Ma l’algebra, in politica, ha un limite. Perché la somma dei partiti non coincide automaticamente con la nascita di una leadership. Ed è qui che emerge il problema più evidente della segreteria Schlein. In tre anni è diventata la guida del Pd, ma non è diventata il leader dell’opposizione. Se oggi si immaginassero delle primarie di coalizione per scegliere il candidato premier del centrosinistra, in molti scommetterebbero su Giuseppe Conte. Un paradosso notevole: il capo del partito più grande della coalizione che rischia di non essere il punto di riferimento politico del suo stesso campo. Nel frattempo, il centrodestra continua a viaggiare con il vento in poppa. Alle politiche del 2022 la coalizione guidata da Meloni raccolse il 43,8 per cento dei voti. Oggi i sondaggi la collocano attorno al 48. È un dato che dice molto non solo sulla tenuta del governo, ma anche sulla debolezza dell’opposizione. Nella storia recente italiana difficilmente una maggioranza ha mantenuto un consenso così alto a distanza di anni dall’inizio della legislatura. Anche il bilancio elettorale non aiuta la segretaria dem. In questi tre anni il centrodestra ha vinto la maggioranza delle elezioni regionali, mentre il centrosinistra ha collezionato più sconfitte che successi. Le europee non hanno segnato il cambio di passo sperato. Il referendum sul Jobs Act è stato perso. E ogni appuntamento elettorale continua ad avere per il Pd il sapore di un’occasione mancata. C’è poi la questione politica più profonda: che cosa sia oggi il Pd. La segreteria Schlein ha spinto il partito su posizioni più marcatamente di sinistra, ridimensionando quella componente cattolica e centrista che per anni aveva rappresentato uno dei pilastri del Pd. Il risultato è un’identità più nitida sul piano ideologico, ma anche più stretta sul piano elettorale. Su molti temi decisivi – dalla politica estera alle riforme istituzionali – il cosiddetto campo largo continua a parlare con voci diverse. E senza una linea comune diventa difficile convincere gli elettori che esista davvero un’alternativa di governo. Così, tre anni dopo la sua sorprendente vittoria alle primarie, Elly Schlein si trova in una posizione curiosa. Ha ricostruito un partito che sembrava allo sbando. Ha rialzato un po’ le percentuali del Pd. Ha provato a rimettere insieme il centrosinistra. Ma non è riuscita ancora a compiere il salto più difficile: trasformarsi nella leader capace di contendere davvero Palazzo Chigi alla Meloni. In politica, a volte, non basta essere arrivati. Bisogna anche dimostrare di poter guidare il viaggio. E su questo, almeno per ora, il giudizio resta sospeso.

Franco Lodige

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