C’è un rischio che nella politica italiana ritorna ciclicamente: quello di limitarsi a osservare le crisi internazionali aspettando che siano altri a dettare la linea. È un atteggiamento prudente, talvolta comprensibile, ma che nel lungo periodo finisce per ridurre il peso politico dell’Italia proprio nelle aree in cui potrebbe contare di più. La crisi iraniana è uno di quei momenti in cui l’Italia dovrebbe evitare questa postura passiva. Roma possiede infatti una risorsa geopolitica spesso sottovalutata: la sua posizione strategica nel Mediterraneo e la sua storica capacità di dialogo con il mondo arabo e mediorientale. Nel corso dei decenni la diplomazia italiana ha costruito canali con Paesi e attori regionali che altri partner occidentali faticano a mantenere con la stessa continuità. È un capitale politico che non andrebbe disperso. Per questo il governo guidato da Giorgia Meloni dovrebbe tentare una strada più ambiziosa: proporsi come interlocutore privilegiato tra l’Occidente a guida statunitense e il mondo arabo, lavorando per mantenere aperti i canali diplomatici e contribuire a evitare un’escalation regionale. Tutto questo, naturalmente, senza mettere in discussione la collocazione internazionale dell’Italia e la sua fedeltà al patto atlantico. Anche restando saldamente dentro quell’alleanza, Roma potrebbe però far valere con maggiore decisione il proprio ruolo specifico nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, offrendo all’Occidente una capacità di dialogo che altri partner spesso non possiedono. Non si tratta di ambizioni da grande potenza, ma di realismo strategico. In una crisi come quella iraniana il Mediterraneo torna a essere uno spazio politico centrale. E l’Italia, più di molti altri Paesi europei, possiede la credibilità e la prossimità geografica necessarie per provare a giocare un ruolo di mediazione, o almeno di ponte. C’è poi un elemento storico che merita di essere ricordato. Nei rapporti tra Italia e Iran esiste una tradizione di relazioni generalmente positive. Nel corso del Novecento, e anche dopo la rivoluzione del 1979, l’Italia è stata spesso percepita a Teheran come un interlocutore europeo pragmatico e meno ideologizzato rispetto ad altri Paesi occidentali. Non è raro, ancora oggi, trovare tra i persiani una certa considerazione per l’Italia e per gli italiani: un patrimonio di fiducia diplomatica che sarebbe un errore non valorizzare. Accanto alla dimensione internazionale ce n’è poi un’altra, molto più concreta: la politica interna. Se la crisi dovesse prolungarsi – come è plausibile – i suoi effetti economici arriverebbero rapidamente anche nelle tasche degli italiani. Aumenti del prezzo della benzina, rincari delle materie prime, nuove tensioni sull’energia: dinamiche già viste, che l’opinione pubblica collega immediatamente alla stabilità internazionale. Quando la geopolitica entra nella vita quotidiana sotto forma di inflazione o bollette più alte, il costo politico per chi governa diventa inevitabile. In questo scenario il rischio per la leadership della Meloni non è teorico. Un conflitto lungo e destabilizzante potrebbe erodere il consenso, soprattutto se l’Italia apparisse spettatrice più che protagonista nella gestione della crisi. La percezione di impotenza internazionale finisce spesso per tradursi in sfiducia domestica. Persino appuntamenti politici apparentemente lontani dalla politica estera – come un referendum – possono trasformarsi in occasioni di voto di protesta contro il governo in carica. La storia italiana è piena di consultazioni che gli elettori hanno trasformato in un giudizio generale sull’esecutivo del momento. Una crisi internazionale mal gestita, o semplicemente subita passivamente, potrebbe alimentare proprio questo tipo di dinamica.
La posta in gioco, quindi, non è solo diplomatica: è anche politica.
Mostrare iniziativa, tentare una mediazione, rafforzare un dialogo costruttivo con il mondo arabo: nessuna di queste mosse garantisce il successo, ma tutte segnalano leadership. E in politica estera, spesso, la percezione di leadership conta quasi quanto i risultati. Per l’Italia potrebbe essere l’occasione per tornare a essere qualcosa di più di un semplice spettatore nel Mediterraneo. Per Giorgia Meloni, invece, potrebbe diventare l’opportunità di trasformare una crisi potenzialmente destabilizzante in un banco di prova della propria statura internazionale.
Salvatore di Bartolo



