L’aspetto del seno delle donne sapiens, più pronunciato rispetto a quello delle femmine di altri primati, potrebbe dipendere da una funzione finora non attribuita a questa parte del corpo, e cioè tenere al caldo i neonati. La temperatura superficiale del seno, insieme alla sua forma e alle sue dimensioni, potrebbero essere importanti fattori di termoregolazione per i bambini in età da allattamento, ancora poco capaci di regolare autonomamente la propria temperatura corporea. Lo sostiene una ricerca pubblicata di recente sulla rivista scientifica Evolutionary Human Sciences, che fornisce una nuova ipotesi sull’evoluzione del tessuto mammario. Il seno femminile è un prerequisito per l’allattamento al seno, ma la produzione di latte non è legata alle sue dimensioni né alla sua forma: la quantità di latte disponibile per i neonati non dipende, infatti, dalla grandezza del seno. Nelle donne, a differenza delle femmine di altri primati, il seno si presenta come una massa adiposa voluminosa, che si sviluppa molto prima di gravidanza e allattamento e che sembra essere stata selezionata nel corso dell’evoluzione. Sul perché lo sia stata, in passato sono state avanzate diverse ipotesi. Poiché buona parte del seno è composta da tessuto adiposo, si è pensato che esso possa servire da deposito di grasso corporeo. Un’altra idea è che la forma del seno sia un tratto che si è evoluto attraverso la selezione sessuale, e che sia un segnale di potenziale successo riproduttivo individuale. Un gruppo di scienziati dell’Università di Oulu, in Finlandia, ha ipotizzato che il seno femminile possa avere un ruolo nella regolazione della temperatura dei neonati, che anche quando non mangiano vi ci stanno appoggiati e che nei primi mesi hanno ancora una termoregolazione immatura. Gli scienziati hanno esposto un gruppo di volontari che includeva donne in fase di allattamento, donne non allattanti e uomini a tre diverse temperature (32 °C, 27 °C e 18 °C), ogni volta per 20 minuti di tempo. Hanno misurato con telecamere termiche i cambiamenti di temperatura superficiale del seno, e capito che le donne che in quel periodo stavano allattando avevano una temperatura superficiale del seno più alta rispetto a tutti gli altri. Non solo: queste partecipanti hanno mostrato anche una maggiore resilienza ai cali di temperatura, perché il loro seno ha perso in media 2,5 °C superficiali, mentre il tessuto mammario degli altri partecipanti ha perso rispettivamente 4,3 °C (altre donne) e 4,7 °C (altri uomini). Da qui l’ipotesi che forma e dimensioni del seno femminile possano servire a garantire il trasferimento di calore ai neonati e a proteggerli (attraverso il contatto con un’ampia superficie corporea) dall’ipotermia. In antichità, questo potrebbe aver migliorato le possibilità di sopravvivenza dei neonati e aver favorito la selezione, nel corso dell’evoluzione della nostra specie, di un seno molto più sviluppato verso l’esterno, rispetto a quello delle altre specie di primati.
Elisabetta Intini



