Ottanta anni fa i nostri «padri costituenti” iniziarono a scrivere la nostra Costituzione, all’indomani della caduta del fascismo e subito dopo la vittoria del referendum che decretò la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica. La Costituzione venne scritta da uomini e donne che rappresentavano il meglio delle culture politiche dell’epoca; tra di loro Alcide De Gasperi, Piero Calamandrei, Nilde lotti, Livia Merlin, Pietro Nenni e Umberto Terracini. Pur non avendo mai considerato la nostra bellissima Costituzione un «totem» sacro e immodificabile ho sempre ritenuto che ogni sua eventuale modifica debba essere il frutto di un impegno parlamentare serio e soprattutto condiviso.
Non è purtroppo quanto sta accadendo negli ultimi anni in Italia, dove è ormai evidente il disegno di smantellare gradualmente lo Stato di diritto basato su quel delicato equilibrio tra i poteri voluto da coloro che scrissero la Costituzione.
L’offensiva dell’attuale governo si basa su tre grandi riforme che indeboliscono in maniera diretta alcuni principi fondamentali della nostra convivenza democratica: il cosiddetto ‘premierato’, con una sostanziale delegittimazione del Presidente della Repubblica ed una forte concentrazione di poteri sul Primo Ministro; l’autonomia ‘differenziata’, che mina alla base garanzie sociali e livelli minimi comuni di servizi tra cittadini di regioni diverse e – infine – la riforma della giustizia che dietro allo slogan della separazione delle carriere tra accusa e difesa e il miglioramento del sistema è in realtà un attacco all’autonomia dei magistrati da parte del potere politico.
Gli italiani all’estero sanno bene cosa vuole dire assistere inerti allo smantellamento dei loro diritti; sì, perché anche la nuova legge della cittadinanza che sostanzialmente cancella il diritto di trasmissione ‘ius sanguinis’ è stata approvata con il ricorso ingiustificato alla decretazione d’urgenza e quindi impedendo al Parlamento e alla società civile di confrontarsi e discutere su un tema tanto cruciale e importante per la storia e il futuro del nostro Paese.
Ma torniamo alla riforma della giustizia e al referendum con il quale tutti gli italiani saranno chiamati ad esprimere il loro parere sulla legge approvata dal Parlamento a maggioranza semplice e per questo motivo sottoposta agli elettori.
Non sono un giurista e non ho la pretesa di entrare nei dettagli dell’attuale assetto della giustizia e del dibattito tra esperti e costituzionalisti sull’oggetto della riforma voluta dal governo. Ho però chiare tre cose e mi sembra giusto condividerle con chi avrà la pazienza di leggere queste poche righe che seguono:
1) Questa legge non è sulla «separazione delle carriere» tra pubblico ministero e giudice: la riforma Cartabia del 2021 ha già reso nei fatti una rarissima eccezione il passaggio da una carriera ad un’altra
(opzione esercitata nel 2024 da 42 magistrati sui quasi novemila in organico, pari allo 0,48%);
2) Questa legge non migliora l’efficienza della giustizia (per ammissione dello stesso governo) ma indebolisce l’autonomia dei magistrati e li sottomette ad un controllo maggiore del potere politico. Il vero attacco è al Consiglio Superiore della Magistratura, che verrà eletto per un terzo dal Parlamento e per due terzi da membri scelti per sorteggio (caso unico al mondo) che finiranno per essere soggetti all’influenza dei nominati dalla maggioranza di governo;
3) La vittoria al referendum serve quindi soltanto a legittimare l’azione progressiva e decisa del governo Meloni contro l’equilibrio dei poteri e lo Stato di diritto, utilizzando in maniera pretestuosa il tema dell’efficienza della giustizia (che avrebbe bisogno di più risorse e di tempi certi per i processi e non di un maggiore controllo del potere giudiziario da parte dell’esecutivo).


