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Dazi, e adesso che succede?

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
22 de febrero de 2026
in Editorial
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Dazi, e adesso che succede?
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La partita dei dazi americani si arricchisce di un nuovo, clamoroso capitolo.  Lo sappiamo: la Corte Suprema ha bocciato le tariffe imposte da Donald Trump sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act, stabilendo che il presidente ha travalicato i suoi poteri. Con sei voti contro tre, i giudici hanno messo un freno a uno degli strumenti più identitari dell’agenda economica trumpiana. Un colpo che non è solo tecnico, ma inevitabilmente politico. Trump, però, non è tipo da arretrare. Anzi. Nel giro di poche ore ha prima annunciato nuovi dazi globali del 10% da aggiungere alle tariffe esistenti, poi ha rilanciato al 15%, alzando ulteriormente l’asticella. E lo ha fatto con il suo stile inconfondibile: «Sulla base di un’analisi approfondita, dettagliata e completa della ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana decisione sui dazi emessa ieri, dopo molti mesi di riflessione, dalla Corte suprema degli Stati Uniti, vi prego di lasciare che questa dichiarazione serva a rappresentare che io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, aumenterò, con effetto immediato, la tariffa mondiale del 10% sui Paesi, molti dei quali hanno «derubato» gli Stati Uniti per decenni, senza alcuna ritorsione (finché non sono arrivato io!), al livello pienamente consentito e legalmente testato del 15%». Una reazione era prevedibile. Meno prevedibile, forse, è stata la rapidità con cui il presidente ha corretto verso l’alto la percentuale, alimentando una sensazione di incertezza che già aleggiava dopo la sentenza. I mercati guardano, le cancellerie europee pure. E l’impressione è che si apra una fase di forte volatilità, non solo finanziaria ma anche politica. Perché le strade alternative non mancano. Trump ha già evocato la Section 301 del Trade Act, quella che uno dei suoi architetti definì la «Magna Carta» del commercio americano. È lo strumento usato nel primo mandato contro la Cina, e consente di imporre dazi al termine di un’indagine su pratiche commerciali ritenute sleali. C’è poi la Section 232 del Trade Expansion Act, che permette di intervenire per motivi di sicurezza nazionale: è la leva già utilizzata per colpire automobili, acciaio e rame. E infine la Section 338 del Tariff Act del 1930, che apre la porta a tariffe fino al 50% contro Paesi considerati discriminatori. Insomma, il margine di manovra giuridico esiste, anche dopo lo stop della Corte. Resta però il nodo politico e diplomatico. Secondo il New York Times, l’accordo commerciale tra Stati Uniti ed Europa sarebbe nel «limbo». Se dovesse saltare o subire ritardi, si entrerebbe in una nuova fase di incertezza economica transatlantica. Molti osservatori ritengono che la sentenza non cambierà l’impianto dell’intesa, ma le domande sono tutt’altro che marginali: cosa accadrà ai rimborsi delle tariffe già applicate? Quale sarà la strategia di lungo periodo dell’amministrazione per sostituire le misure bocciate? Nel frattempo, la Casa Bianca potrebbe cercare nuove giustificazioni per sostenere la linea dura. Una delle piste riguarda le normative digitali europee, che Trump potrebbe dipingere come una tassa occulta sulle aziende americane. Il terreno è scivoloso, perché intreccia commercio, tecnologia e sovranità regolatoria. E per Bruxelles il rischio è quello di trovarsi di fronte a un interlocutore concentrato quasi esclusivamente sul dossier dazi, con possibili ripercussioni anche su altri tavoli, dall’Ucraina alle questioni energetiche. In definitiva, la sentenza della Corte Suprema non chiude la stagione dei dazi, la trasforma. E in Europa? Parte il solito riflesso condizionato: vertice, dichiarazione, appello all’unità. Emmanuel Macron e Friedrich Merz si intestano la linea della «risposta europea». Che detta così suona bene. Ma la domanda è: risposta a chi? E soprattutto, a nome di chi? Macron la mette sul piano istituzionale, quasi pedagogico. «Esamineremo attentamente le conseguenze esatte, cosa si può fare e ci adatteremo», dice, benedicendo pure la decisione dei giudici americani: «È positivo che nelle democrazie esistano poteri e contro-poteri. Dovremmo accoglierlo con favore». Messaggio implicito: noi siamo i custodi dell’ortodossia democratica, Washington compresa. Merz invece va al punto economico. E lo fa con una frase che è un’ammissione: «Il veleno più grande per le economie dell’Europa e degli Stati Uniti è questa costante incertezza sui dazi. E questa incertezza deve finire». Sacrosanto. Ma chi l’ha alimentata, questa incertezza? Solo Trump? O anche un’Europa che per anni ha giocato a fare la potenza commerciale senza avere una vera politica estera comune? Poi arriva la promessa: «Andrò a Washington con una posizione europea coordinata». E qui scatta la domanda delle domande: coordinata da chi? Dalla Commissione? Dai 27? Dall’asse franco-tedesco che decide e gli altri si accodano? Perché se Merz va da Trump a nome dell’Europa, deve spiegare quale Europa rappresenta: quella industriale tedesca che teme per l’export, quella francese che difende l’autonomia strategica, o quella dei Paesi che sui dazi americani rischiano di pagare il conto senza aver mai avuto voce in capitolo? Il punto politico è tutto qui. Trump fa Trump: usa i dazi come leva negoziale, come arma di pressione, come strumento identitario verso il suo elettorato. L’Europa, invece, deve decidere se vuole fare il soggetto o l’oggetto della trattativa. Perché andare a Washington «con una posizione coordinata» è una formula elegante. Ma senza una linea chiara su commercio, industria ed energia, rischia di essere solo un biglietto da visita senza contenuto. E allora la vera notizia non è il 15%. È capire cosa dirà Merz nello Studio Ovale. Andranno a chiedere una tregua? A minacciare contromisure? O a negoziare un nuovo equilibrio? Soprattutto: lo farà con un mandato politico forte o con il solito compromesso al ribasso? In gioco non ci sono solo le tariffe. C’è il peso geopolitico dell’Europa. E lì non bastano le dichiarazioni solenni. Servono scelte. E qualcuno che si assuma la responsabilità di farle.

Franco Lodige

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