Ogni dichiarazione di Trump meriterebbe di essere accompagnata da una rilettura dei documenti strategici ufficiali degli Stati Uniti. Non per assolverlo, ma per capire il vero spirito di America First. Restiamo colpiti, spesso sbigottiti, dai toni violenti, dalle narrazioni infantili e binarie che riducono problemi complessi a slogan da social, dalla comunicazione iperbolica costruita per catturare attenzione più che per spiegare. Ma l’improvvisazione è solo apparente. Quando si passa dalla parola detta alla parola scritta, emerge una coerenza che mal si concilia con l’idea del Trump estemporaneo e caotico. Il riferimento è, in particolare, alla National Defense Strategy del Dipartimento della Difesa americano: un documento che precede Trump, ma che sotto la sua presidenza viene applicato con brutale determinazione. In quelle pagine i nemici strategici sono indicati senza giri di parole: Cina, Russia, Iran, Corea del Nord. Niente ambiguità lessicali, niente diplomazia cosmetica. È davvero così scandaloso chiamarli con il loro nome? Sono forse interlocutori affidabili dell’ordine internazionale liberale? Trump non inventa un fronte: lo rende esplicito. Dice a voce alta ciò che per anni è stato solo sussurrato, rompendo una tradizione occidentale che ha spesso preferito l’ipocrisia alla chiarezza. La sua retorica è rozza, ma l’impianto strategico è lineare: competizione tra grandi potenze, fine dell’illusione post-storica, ritorno della forza come elemento strutturale delle relazioni internazionali, deterrenza come grammatica del potere. Hard power is back. La sua insistenza – percepita in Ue come ostilità – sulla necessità di un’Europa rafforzata militarmente e politicamente è quasi molesta. Ma è davvero un affronto o piuttosto uno specchio impietoso? Non dovremmo essere noi, per primi, a volere un’Europa capace di difendersi, di contare, di non vivere permanentemente sotto l’ombrello altrui? Trump non ci umilia: ci costringe a guardare quello che siamo diventati. In questo senso, le sue parole risuonano in modo sorprendentemente parallelo e asimmetrico a quelle di Mario Draghi, che da tempo invita l’Europa a “svegliarsi”, a superare la logica della mera confederazione debole e ad assumere i tratti di una vera federazione politica, economica e strategica. Due stili opposti, due linguaggi incompatibili, un obiettivo che converge: scuotere un’Europa anestetizzata. Entrambi “menano” per ottenere una reazione. Ma mentre i rapporti di Draghi, per quanto autorevoli, rischiano di rimanere nei cassetti di Bruxelles, Trump ha tutti gli strumenti per mettere in atto ciò che dice. Paradossalmente, ciò che viene spesso letto come antitesi è in realtà complementarità. Un’Europa forte non è una minaccia per gli Stati Uniti, ma un moltiplicatore di potenza. Se l’Europa resta debole, Washington avrà un alleato debole; se l’Europa cresce, gli Stati Uniti avranno un alleato solido. L’alleanza atlantica non è in discussione per Trump: è in discussione l’asimmetria passiva con cui l’Europa vi partecipa. Nel Pacifico, intanto, gli Stati Uniti stanno costruendo una vasta architettura politico-militare volta a contenere Pechino, di cui potrà beneficiare anche l’Europa a condizione che sappia “fare i compiti”. L’asse strategico globale si sta spostando verso l’Indo-Pacifico, nuovo centro di gravità economico e tecnologico mondiale, anche grazie ad un ambiente regolatorio più flessibile di quello europeo. Ignorarlo equivale ad accettare l’irrilevanza. Sul fronte russo, la strategia americana appare più sofisticata di quanto si voglia ammettere. All’Europa spetta il ruolo del bad cop, anche perché è l’Europa a pagare i costi diretti della deterrenza, mentre gli Stati Uniti mantengono aperti canali di dialogo. Non è ambiguità morale, ma divisione dei ruoli. Parlare con il nemico non lo trasforma in amico: è semplice realpolitik. In Medio Oriente, infine, l’Iran resta l’ultimo nodo irrisolto. Una volta sciolto “con le buone o le cattive”, per dirla alla Trump, il controllo della regione potrebbe essere progressivamente delegato alle potenze sunnite, Arabia Saudita in testa, consentendo a Washington di concentrare definitivamente le proprie risorse altrove. Uno scenario possibile. In un contesto di grave crisi economica e di consenso interno ai minimi storici, l’Ayatollah, secondo fonti riservate, deve fare i conti anche con una recidiva del tumore di cui soffre. Per questo la Guida suprema iraniana, che ha 86 anni, starebbe delegando parte del potere ai figli Masoud e Mojtaba, appoggiati da un nucleo ristretto di pasdaran, tra i più duri nella repressione delle manifestazioni. Una decisione che ha innescato frizioni tra le diverse fazioni del regime tant’è che il generale Esmail Qaani, figura di primo piano delle Guardie della Rivoluzione e comandante della Forza Quds, ha chiesto un incontro con Khamenei, che però non gli é stato accordato. Qaani, secondo fonti qualificate giunte all’intelligence italiana, sarebbe sospettato di contatti indiretti con il Mossad per una mediazione sui circa 300 kg di uranio arricchito sotto controllo dei pasdaran, da destinare a usi civili ed escludere dal programma del missile Fatah, un’arma devastante, soprattutto in uno scenario contro Israele. Con i regimi dei “leader a vita” – Putin, Xi Jiping, Khamenei, Kim Jong-un – è comprensibile che la strategia americana assuma una natura profondamente “fisica”. Persino nell’era dell’intelligenza artificiale e delle reti digitali, gli Stati Uniti continuano a ragionare in termini di spazio, rotte, choke point, presenza materiale. È una lezione che l’Europa farebbe bene a interiorizzare (mentre la Russia e la Corea già lo sanno): il potere, anche nel XXI secolo, resta ancorato alla geografia. E Trump è, in fondo, un acceleratore. Il sintomo rumoroso di una visione di lungo periodo che l’America porta avanti da anni. Possiamo detestare il Trump’s style, ma ignorarne la sostanza è un errore che l’Europa non può più permettersi. Al momento solo Giorgia Meloni tra i leader dell’Ue sembra averlo capito, e si comporta di conseguenza. Il futuro dell’alleanza transatlantica non dipende da Trump, né finirà con lui. Dipende da una National Defense Strategy che vuole un’Europa stabile e affidabile nel tempo: non necessariamente allineata, ma compatibile con la visione americana del mondo che verrà. Una cosa è certa: il mondo sta cambiando, anzi è già cambiato, e l’Europa dovrà diventare finalmente adulta. Se non saremo in grado di farlo, Washington andrà avanti comunque. Con noi, se possibile. Senza di noi, se necessario.
Luigi Bisignani


