La base italiana passa a Roma, quella in Virginia a Londra. Cavo Dragone: storico
È un altro passo indietro degli americani nella Nato. E, di conseguenza, un salto in avanti per gli europei. Il Comando militare supremo dell’Alleanza resta nelle mani degli Stati Uniti, precisamente del generale Alexus Grynkewich che sovrintende ogni operazione dal quartier generale di Mons, in Belgio.
Ma il 6 febbraio il Comitato militare, composto dai rappresentanti dei 32 Paesi membri, ha stabilito che la decisione di ridistribuire gli incarichi nei tre poli operativi, i «Joint Force Command», che rispondono direttamente agli ordini di Grynkewich. Gli Stati Uniti cederanno la guida del Comando di Napoli all’Italia e al Regno Unito quella di Norfolk, in Virginia. Nel terzo presidio, con base a Brunssum, nei Paesi Bassi, un generale polacco affiancherà il collega tedesco Ingo Gerhartz.

Gli avvicendamenti, si legge sul sito della Nato, avverranno nel corso degli anni. In effetti, non ci sono regole che stabiliscano la durata del mandato di un comandante a quel livello. Di solito si rimane in carica per due-tre anni. A Napoli, l’ammiraglio della Marina Usa, George Wikoff si è insediato il 19 novembre 2025. Tutto lascia pensare, quindi, che ci vorrà ancora un po’ di tempo, prima che gli possa subentrare un ufficiale italiano. In ogni caso, la svolta c’è.
Il ministero della Difesa, guidato da Guido Crosetto, considera questa scelta come un riconoscimento per il governo italiano che da tempo insiste sull’importanza strategica del fianco Sud della Nato. Anche dal Regno Unito arrivano reazioni più o meno dello stesso tenore. I britannici guideranno le attività della base di Norfolk, con l’incarico di garantire la sicurezza delle rotte transatlantiche e anche la protezione della Groenlandia.
Un particolare interessante, anche se la tensione intorno all’Isola dell’Artico, innescata dalle minacce di annessione trumpiane, si è decisamente attenuata. Tedeschi e polacchi, infine, cogestiranno, da Brunssum, il quadrante dell’est europeo.
Anche in questo caso è evidente il carico di responsabilità affidato alla Polonia, cioè ad uno dei Paesi più decisi ad appoggiare la resistenza ucraina contro l’aggressione di Vladimir Putin.


