«Il tema degli appalti oggi è indissolubilmente legato ai grandi flussi finanziari pubblici. Senza le interdittive antimafia, ogni accelerazione della spesa rischierebbe di trasformarsi in un moltiplicatore di infiltrazioni criminali. L’interdittiva è quindi una misura di protezione ex ante dell’investimento pubblico. Tutela l’efficacia della spesa, riduce il rischio di contenziosi e garantisce la continuità amministrativa delle opere. Non è un freno, ma un fattore di stabilità del sistema. Il vero nodo politico, dunque, non è se mantenere le interdittive ma come renderle sempre più precise, tempestive e integrate in una logica di prevenzione multilivello. Indebolirle significherebbe tornare a una logica reattiva, accettare che la mafia entri nei contratti pubblici ‘fino a prova contraria’ e rinunciare a una visione sistemica della prevenzione. Difenderle, invece, significa riconoscere che la lotta alle mafie si gioca prima che il reato si consumi, sul terreno dell’economia, delle relazioni e delle scelte amministrative. Le interdittive antimafia non sono uno strumento emergenziale, ma una tecnologia giuridica della prevenzione. Esse ci insegnano che lo Stato non deve solo reprimere, ma scegliere consapevolmente con chi contrattare, assumendosi fino in fondo la responsabilità di questa scelta. In questa capacità di scelta si misura la credibilità delle istituzioni, la tutela dell’economia legale e, in ultima analisi, la qualità della nostra democrazia».



