125 anni la nascita – 95 anni fa la morte
«Continua a studiare»... Con queste parole, Severino Di Giovanni si congedò dalla sua donna, Josephina Scarfò nel suo ultimo colloquio avuto prima di essere giustiziato. E la bella ragazza di origine calabrese, sorella dell’altro condannato alla pena capitale, Paolino Scarfò, mantenne fede alla promessa fatta al suo compagno, conosciuto nella clandestinità di una lotta armata cruenta e amato in una terra dove i sogni restarono impossibili.
Josephina negli anni proseguì gli studi ed arrivò alla laurea, passando poi alla professione del giornalismo, mantenendo fede alla promessa fatta al suo uomo e frequentando fino a tarda età l’università.
Non era la gloria personale che cercava in verità Severino. Nato a Chieti il 17 marzo 1901, l’abruzzese visse i suoi primi anni nella più assoluta povertà, in una condizione comune a tante famiglie del disastrato territorio dell’ex regno borbonico. Nei suoi primi anni anche l’affetto familiare venne presto a mancare, lasciandolo orfano in balia del mondo. Ma Severino, fin da piccolo dimostra un eccezionale dote – la caparbietà-, arrivando con le proprie forze fin quasi al diploma magistrale. Il giovane teatino, in assenza della professione, si specializzò come calzolaio, sposandosi all’età di soli diciotto anni con Teresa, una ragazza analfabeta. Le due circostanze si sarebbero rivelate importanti per il futuro del giovane e anche la nascita di tre figli avrebbe inciso sulle sue scelte future. Più di tutto poté però il fascismo. Lettore entusiasta delle teorie di Bakunin e Malatesta, Severino Di Giovanni divenne un convinto anarchico, scontrandosi apertamente con la montante marea fascista. Annullate tutte le aspirazioni politiche (e con esse la speranza di un futuro più decoroso per la propria famiglia), nel 1923, il giovane calzolaio abruzzese decise di imbarcarsi alla volta dell’Argentina, per cercare nel continente americano uno spazio più consono alle proprie esigenze culturali ed economiche. Arrivato a Buenos Aires l’italiano trovò subito impiego presso una tipografia cittadina e l’incontro con la stampa rappresentò una vera e propria svolta nella propria vita. Entrato come umile operaio, l’abruzzese apprese in pochissimo tempo tutti i segreti dell’attività tipografica trasformandosi in seguito in libraio ambulante. La passione per la politica e per l’editoria spinsero inoltre Di Giovanni a diventare anche editore e direttore di un giornale: Il Culmine, ovviamente di chiara ispirazione anarchica. Impegnato sempre più nell’attività politica, l’abruzzese iniziò a entrare in attrito con il governo argentino, sempre più intriso di elementi autoritari. Controllato sempre più strettamente dalla polizia e dal potere militare, l’italiano non desistette dai suoi ideali e l’incontro con Josefina Scarfò ne avrebbe acuito l’impegno. Abbandonata al suo destino la moglie, Severino si innamorò infatti della bella quindicenne, sorella di due amici anarchici che abitualmente frequentava e nella casa degli Scarfò maturò la decisione di passare alla lotta armata, per sperare in una sollevazione popolare contro il regime argentino. Figlia di immigrati calabresi Josefina era una ragazza dall’intelligenza vivace, affascinata dal temperamento romantico dell’anarchico abruzzese. A sua volta, Severino considerò la giovane ragazza come una vera e propria discepola, regalandole tutte le sue utopie politiche e sociali.
L’esordio esplicito della lotta politica di Di Giovanni avvenne nel 1925. Durante una manifestazione contro i Savoia nel Teatro Colòn di Buenos Aires (il tempio argentino della lirica), l’anarchico infiammò la platea, lanciando volantini e attirando le ire della polizia di stato. Suoi furono anche le manifestazioni in piazza a difesa di Sacco e Vanzetti, due anarchici italiani ingiustamente condannati alla sedie elettrica negli Stati Uniti. Arrestato, dopo altre clamorose manifestazioni, dalle forze dell’ordine, il giovane abruzzese fuggì verso la clandestinità per dedicarsi completamente alla lotta politica armata. Negli anni a venire, Di Giovanni e i fratelli Scarfò divennero una vera e propria spina nel fianco della dittatura militare, assurgendo a simboli della rivoluzione argentina. Il regime militare, nelle azioni (spesso sanguinose) degli anarchici colse il giusto peso, ovvero il tentativo di imporre idee populiste ad una struttura sociale ancora in gran parte a digiuno di qualsiasi informazione democratica. Di Giovanni e i fratelli Scarfò divennero dei veri e propri ricercati e per finanziarsi utilizzarono le armi della rapina. Con i soldi delle rapine essi finanziarono inoltre anche la casa editrice che pubblicava il loro giornale anarchico, mantenendo sempre fede al loro impegno culturale. Il gruppo guidato dall’abruzzese mise a segno numerosi attentati dinamitardi e l’abruzzese rischiò sempre in prima persona per portare a termine le azione ideate. Ma, sul rovescio della medaglia, Di Giovanni proseguì anche la sua personale lotta per la cultura. Egli si considerò sempre un intellettuale spinto all’azione sanguinosa dalle proprie idee e dalla speranza di cambiare il mondo. Un’utopia ricorrente nei velleitari progetti degli anarchici di tutto il mondo.
Divenuto per il regime argentino una pianta infestante da sradicare a tutti i costi, Di Giovanni entrò completamente nel ruolo e il suo abito rigorosamente nero divenne un vero e proprio simbolo di riscatto popolare. Arrestato, dopo infinite peripezie, e accusato di omicidio (ma l’accusa pare sia frutto di un progetto pretestuoso), l’abruzzese venne processato nel giro di pochissime ore. Per mantenere una parvenza di legalità, il governo regalò all’italiano anche un «giusto» processo. A difendere l’imputato (in un tribunale controllato totalmente dalla gerarchia militare) fu chiamato il giovane tenente Juan Carlo Franco, quale difensore d’ufficio, il quale tentò inutilmente di strapparlo alla condanna a morte, chiedendo perfino l’aiuto di Francisco Peròn, futuro presidente del paese sudamericano.
Il primo febbraio del 1931, Severino Di Giovanni e Paolo Scarfò vennero portati davanti al plotone d’esecuzione. Nei giorni precedenti l’esecuzione, l’abruzzese affidò tutte le sue memorie e il suo credo politico all’amatissima Josefina, chiedendole di portare avanti soprattutto la lotta per l’acculturazione, unica strada certa per un’effettiva democratizzazione del paese. Poi affrontò l’ultima sfida della sua vita con il coraggio dell’eroe. La fucilazione, seguita con morbosa attenzione da un’opinione pubblica assetata di sensazionalismo, venne eseguita all’alba di un afoso giorno dell’inverno australe, trasfigurandola nel mito. L’anarchico «vestito di nero», morì sapendo di aver combattuto una lotta impari. Ma molti furono gli argentini che nei mesi e negli anni seguenti, sarebbero andati in pellegrinaggio sulla sua tomba, per depositare un fiore alla memoria del primo rivoluzionario sudamericano.
L’eco dell’affare «Di Giovanni» proseguì per anni e trascinò nel baratro anche il difensore Franco. Esautorato, per la sua strenua linea difensiva dell’anarchico, dall’esercito, il giovane ex-ufficiale dovette fuggire in Paraguay e soltanto alla caduta della dittatura militare (avvenuta anche grazie alla sollevazione popolare, dopo pochi mesi dalla fucilazione dell’anarchico) poté rientrare nei ranghi delle Forze Armate. Ma anche Franco avrebbe pagato con la morte la sua simpatia per il romantico anarchico abruzzese. L’ufficiale, emarginato e trasferito a una guarnigione del lontano nord-ovest, sarebbe infatti morto in circostanze misteriose.
Di Giovanni divenne, dopo molti anni anche personaggio delle scene teatrali. Alla fine degli anni ’80 infatti la sua «romantica» storia diventa infatti tema di uno spettacolo che riscuote grandissimo successo in tutto il Sudamerica, regalando alle gesta dell’utopista italiano quel respiro che soltanto ai grandi viene concesso. L’eroe dei poveri, nel paese del tango, è ancora oggi un personaggio di primo piano e ancora in tanti ricordano le sue ultime richieste, nel giorno della sua fucilazione: «Per cortesia può portarmi un caffé? Gradirei che fosse molto dolce»!






