Si può prendere una sbronza anche senza aver ingerito una goccia di alcol? Sì: succede a chi soffre di sindrome della fermentazione intestinale o dell’autoproduzione di birra (ABS, dall’inglese «auto-brewery syndrome»), una malattia rara che comporta una sovrapproduzione di etanolo come risultato della fermentazione, all’interno dell’intestino, degli zuccheri assunti mediante il cibo. I pazienti con ABS producono, senza accorgersi, alcol come in un birrificio endogeno, che dall’intestino passa al sangue e che dà i sintomi tipici dell’ebbrezza. A lungo si è ritenuto che responsabili di questa debilitante condizione, che impatta sulla vita sociale, sulle abitudini e sul lavoro dei pazienti, fossero alcuni funghi intestinali, tanto che ai pazienti venivano somministrate terapie antimicotiche. Nel 2019, uno studio aveva fatto scricchiolare queste certezze, collegando almeno alcuni casi a particolari ceppi di batteri Klebsiella pneumoniae – che a livelli molto elevati potrebbero causare ABS, e a livelli più bassi e cronici problemi al fegato (il fegato grasso, l’accumulo eccessivo di trigliceridi nelle cellule del fegato). Ora una ricerca su Nature Microbiology conferma che sono i batteri, i responsabili della sindrome dell’autoproduzione di birra. E non solo gli Klebsiella, ma anche gli Escherichia coli, noti per la loro capacità di produrre etanolo. La ricerca, guidata da Bernd Schnabl, gastroenterologo dell’Università della California a San Diego, ha coinvolto 22 pazienti con ABS: un numero che, vista la rarità della sindrome e la difficoltà della diagnosi, è il più alto ad oggi considerato. Confrontando le feci di queste persone con quelle di membri delle loro famiglie presi come controlli (in modo che condividessero le loro stesse diete) è emerso che quelle dei pazienti affetti da ABS avevano prodotto alcol in coltura, a differenza di quelle dei soggetti sani. E che queste persone presentavano livelli più elevati di enzimi collegati a danni al fegato, a conferma di quanto ipotizzato nello studio del 2019. Nel loro intestino, i ceppi di Klebsiella erano più prevalenti, così come quelli di Escherichia coli, finora non presi in considerazione come possibili cause della condizione. I livelli di E. coli andavano a braccetto con i sintomi: erano maggiori nelle fasi di riacutizzazione della malattia e più bassi in quelle di remissione. Non sono risultate invece differenze significative nelle quantità o nei ceppi di funghi ospitati (ma c’è da dire che alcuni pazienti avevano affrontato una terapia antimicotica). Klebsiella ed Escherichia coli non sono però esclusivi dei pazienti con questa sindrome e lo studio non chiarisce in modo definitivo perché solo alcune persone sviluppino l’ABS. Gli scienziati hanno riscontrato un arricchimento dei geni coinvolti nella produzione patologica di etanolo nelle fasi di riacutizzazione, e di geni che aiutano a metabolizzarlo nei pazienti in remissione. Intervenire sul metabolismo dei batteri intestinali potrebbe portare più beneficio ai pazienti rispetto a soluzioni più drastiche, come «piallare» con antibiotici intere comunità di microrganismi intestinali o sostituire il microbiota mediante trapianti fecali.
Elisabetta Intini



