Il cappello alla Cossiga, la figlia alla Scalfaro, una spruzzata di Mattarella: fatto il Presidente.
La musica stile The Young Pope, i balletti di Loro, una Dadina più alta e colorata, un paio di ministri del Divo: fatto il film.
Su tutto, una spessa coltre di noia: dialoghi allungati, sguardi penetranti, eterni primi piani che si trasmettono al pubblico, soggetto a brevi pennichelle interrotte da esplosioni musicali forse programmate apposta per risvegliarlo.
Non c’è nulla di nuovo nella grazia di Sorrentino: il Papa nero con i capelli rasta e l’orecchino che gira in scooterone per i giardini vaticani, più che inquietarci o preoccuparci, fa sorridere per la sua banalità; la solitudine dell’uomo di potere al tramonto, invece di muoverci a solidarietà, ci fa desiderare il cambiamento; le corna del Presidente ci fanno solo rimpiangere quelle di Gassman e Sandrelli nello Scola di C’eravamo tanto amati.
Lo ammetto: ci sono cascato. Le critiche entusiastiche mi hanno portato al cinema convinto di vedere qualcosa di interessante, profondo e diverso; mi sono trovato una minestra riscaldata.
I temi affrontati dal pensoso Presidente nel dilemma della firma sono trattati con sconcertante superficialità: il fine vita viene confuso nell’eutanasia; la grazia da concedere a due assassini viene risolta grazie allo sguardo colpevole di uno e a un’ardita interpretazione giuridica per l’altra, ovvero l’invenzione della “legittima difesa preventiva”.
La morale sembra essere: puoi essere un grande giurista, aver scritto migliaia di pagine di diritto penale, ma alla fine ciò che decide le tue azioni è l’istinto del magistrato e la pietas dell’uomo. Francamente un approccio un po’ debole e, per un Presidente, poco auspicabile.
Ma è solo uscendo dalla sala che si capisce davvero il film, nei commenti pensosi rubati agli spettatori: «Un film che fa pensare», «molto poetico», «finalmente Sorrentino senza Napoli».
In quel momento ho immaginato Sorrentino sorridere soddisfatto: dell’inerte recitazione di Servillo (straordinario attore, ma compresso da Sorrentino nella sua lentezza e in una sola espressione), dei campi lunghi tra filari di alberi e nebbie nel ricordo di un amore giovanile, del rap canticchiato dal Presidente alla ricerca di un rapporto con il figlio, della minestrina mangiata in cucina dopo aver lasciato il Quirinale, dell’agonia del cavallo metafora dell’incapacità di decidere.
Insomma, un sistema acchiappa-emozioni per critici superficiali e pigri, condito dalla frase che dovrebbe essere epocale e scuotere le coscienze: «A chi appartengono i nostri giorni?».
La mia risposta è facile: A noi!
Antonio de Filippi



