Le principali banche centrali del mondo fanno quadrato attorno a Jerome Powell. Con una dichiarazione congiunta senza precedenti, nove governatori – coordinati dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea – hanno espresso “piena solidarietà” al presidente della Federal Reserve, finito sotto pressione dopo le ultime mosse dell’amministrazione Trump. Il messaggio è politico quanto istituzionale: “L’indipendenza delle banche centrali è un pilastro della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica”. Un principio da difendere “nel rispetto dello stato di diritto e della responsabilità democratica”. Tra i firmatari spiccano Andrew Bailey (Bank of England), Christine Lagarde (Bce) e i governatori di Australia, Svezia, Danimarca, Svizzera, Brasile, Corea del Sud e Canada. Altri nomi potrebbero aggiungersi nelle prossime ore. Nel testo, Powell viene descritto come un banchiere centrale di “integrità” e “incrollabile impegno per l’interesse pubblico”, stimato unanimemente dai colleghi. Un sostegno che arriva mentre lo scontro con Donald Trump ha superato la soglia dello scontro verbale. Il presidente Usa, che aveva nominato Powell nel 2018, lo attacca da tempo per la lentezza nel taglio dei tassi. Ma la tensione è esplosa questa settimana, quando Powell ha denunciato pubblicamente di essere finito nel mirino del Dipartimento di Giustizia, parlando di una minaccia di incriminazione penale legata – ufficialmente – a presunti abusi di fondi pubblici per le ristrutturazioni della sede della Fed. Powell ha letto l’iniziativa come parte di una pressione politica più ampia: un tentativo di condizionare le scelte sui tassi, prese ha rivendicato “nell’interesse del pubblico, non seguendo le preferenze del presidente”. Trump ha negato di sapere dell’indagine, ma nel frattempo continua ad attaccare Powell, arrivando a definirlo un “idiota”. La Fed ha già tagliato i tassi tre volte dall’estate scorsa. Non abbastanza, secondo Trump. Powell, intanto, lascerà la presidenza del board a maggio e la Casa Bianca prepara l’annuncio del successore. L’allarme, però, va oltre il singolo caso. Lunedì anche gli ex presidenti della Fed – Greenspan, Bernanke e Yellen – hanno denunciato il rischio sistemico di un’ingerenza politica sulla banca centrale: uno scenario tipico, hanno scritto, “dei mercati emergenti con istituzioni deboli”, con effetti potenzialmente devastanti su inflazione e stabilità economica.



