Gustavo Petro non dorme sonni tranquilli. Ha paura che da un momento all’altro, nel cuore della notte, gli entrino nella camera da letto della Casa de Nariño, la residenza presidenziale colombiana, le forze d’assalto americane. E se lo portino via. Il presidente della Colombia, insomma, ha paura di fare la fine di Maduro. Non ha nemmeno un bunker in cui correre e nascondersi. Trump lo ha definito un tossicodipendente, un delinquente, un narcotrafficante e un prestanome di Maduro. Gli ha revocato il visto. E allora Petro ha pensato bene di alzare il telefono e provare a risolvere la cosa. Si sono parlati, con Trump. E ora è un po’ più tranquillo, racconta in una intervista al Paìs.
«Nicolás Maduro, o qualsiasi altro presidente al mondo, può essere rimosso se non si allinea a determinati interessi. Qui non c’è nemmeno una difesa aerea. Non è mai stata acquistata perché i combattimenti sono interni. La guerriglia non ha caccia F-16 e l’esercito non ha quel tipo di difesa. Non è stato necessario che lavorassero i servizi segreti. Trump lo dice da mesi. Penso che ora la minaccia sia congelata, ma potrei sbagliarmi. Non sapevamo quale azione militare fosse in programma, sapevamo solo che era in corso. Trump mi ha detto che stava pensando di attaccare la Colombia. Il messaggio era che stavano già preparando qualcosa, pianificando un’operazione militare».
Trump, dice Petro, «fa quello che ritiene giusto, proprio come me. È anche pragmatico, anche se più di me. Le sue opinioni su molte questioni sono molto diverse dalle mie. Ma per esempio, sul traffico di droga, siamo sulla stessa lunghezza d’onda».
Mario Piccirillo



