Il governo cinese lo aveva promesso e lo ha fatto: ha sospeso le esportazioni di armamenti e materie prime dual use – ossia utili sia a scopi civili che militari – al Giappone, in risposta alla posizione espressa dalla prima ministra nipponica Sanae Takaichi su Taiwan. La premier ha dichiarato che ogni aggressione contro la sovranità della città-Stato costituirebbe una «minaccia diretta alla sicurezza nazionale» del Giappone, che potrebbe spingere l’esercito a sostenere una reazione militare degli Stati Uniti, alleati dell’isola. Parole che hanno aperto una crisi diplomatica con Pechino, a cui la premier ha cercato di porre rimedio anche nel suo primo discorso pubblico per il nuovo anno, il 5 gennaio, in cui ha evidenziato che Tokyo «è aperta a diverse opportunità di dialogo con la Cina e non ha mai chiuso la porta».
La decisione del ministero del Commercio cinese di interrompere l’export di armi non giunge nell’immediatezza delle dichiarazioni del capo dell’esecutivo giapponese, bensì a distanza di due mesi esatti: era il 7 novembre quando Takaichi parlava, a poche settimane dal suo insediamento e a ridosso dell’incontro con il presidente cinese Xi Jinping. Una mossa che ora acquista una valenza maggiore alla luce degli ultimi eventi: il bombardamento a sorpresa degli Stati Uniti contro il Venezuela, a cui è seguita la cattura del presidente Nicolas Maduro per «narco-terrorismo», ha spinto molti analisti a guardare verso il Sol levante, per numerose ragioni. Primo, le mire che Pechino da tempo ha su Taiwan, l’isola-Stato di 23 milioni di abitanti che la Cina rivendica come proprio territorio. Lo squilibrio di potere tra il gigante cinese e il piccolo Stato ricorda quello tra Stati Uniti e Venezuela: Paesi di dimensioni e forza militare ridotta, minacciati da giganti, e che contano su Paesi amici per la propria sicurezza.
Poche ore dopo l’assalto statunitense – di cui Trump ha tenuto all’oscuro anche il Congresso – in tanti hanno avvertito di come la mossa americana potrebbe incoraggiare la Cina a fare altrettanto. Tra queste, anche Emily Thornberry, la presidente della commissione per gli Affari esteri del Regno Unito. Intanto, in Cina, l’emittente Cnn riferisce che su Weibo, il social network locale, i contenuti sulla cattura di Maduro hanno attirato 650 milioni di utenti, parte dei quali si sarebbe pronunciata a favore di un’operazione di Pechino su Taiwan sul modello di quella della Casa Bianca a Caracas.
Nonostante ciò, subito dopo l’aggressione, anche Pechino si è affrettata a unirsi al coro dei governi che hanno condannato l’azione di Trump affermando che «la sovranità e la sicurezza di tutti i Paesi dovrebbero essere pienamente tutelate dal diritto internazionale».
Per Pechino, la foto di Nicolas Maduro in manette è stato un doppio smacco. Non solo le fa perdere un alleato fondamentale – sono 600 gli accordi di cooperazione in vigore tra i due Paesi, per non parlare del fatto che l’80% del petrolio venezuelano è andato alla Cina nel 2025 – ma quell’immagine ha avuto la forza di mettere in ridicolo la fotografia scattata solo poche ore prima, che ritraeva l’inviato speciale del presidente Xi, Qiu Xiaoqi, mentre stringeva la mano a Maduro durante un bilaterale a Caracas.
La Cina, come riferiscono vari analisti, ha bisogno del Venezuela per via del petrolio, così come il Venezuela ha bisogno degli investimenti cinesi. Laura Bicker, corrispondente dalla Cina per la Bbc, ricorda che dal 2000 al 2023 Pechino ha fornito «100 miliardi di dollari per finanziare ferrovie, centrali elettriche e altri progetti infrastrutturali».
Storicamente il Venezuela ha fondato la sua economia sulle esportazioni di petrolio e quindi è particolarmente esposto alle fluttuazioni del prezzo delle materie prime. Nel 2013, col crollo dei prezzi del petrolio e sulla scia lunga della crisi del 2008, il Paese è scivolato in una profonda recessione e nell’iperinflazione, inasprita anche dalle sanzioni economiche e dall’embargo alle esportazioni di petrolio imposte dagli Stati Uniti. Una politica, quella della Casa Bianca, che ha finito per rafforzare il governo del presidente Maduro, accusato di perseguitere le opposizioni e di restare al potere attraverso brogli elettorali. Lo ha inoltre spinto sempre di più verso la sfera di influenza russa, ma soprattutto verso quella cinese.
Non a caso, il giorno successivo al raid a sorpresa, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato: «Questo è l’emisfero occidentale. È qui che viviamo e non permetteremo che diventi una base operativa per avversari, concorrenti e rivali degli Stati Uniti». Una rinnovata ‘dottrina Monroe’ in chiave questa volta mondiale, che esclude dal «cortile di casa» tutte le grandi potenze.
Per gli esperti, l’irruenza di questo messaggio obbliga Pechino a rivedere le sue già difficili relazioni con Washington e con il suo imprevedibile presidente Donald Trump. Tuttavia, sebbene sulla rete prenda vigore il nazionalismo cinese verso Taiwan, gli stessi analisti giudicano improbabile un’aggressione armata. Primo, lunedì 5 gennaio – 72 ore dopo la cattura di Maduro – il presidente Xi Jinping condannava il «bullismo unilaterale» degli Stati Uniti, accusati di «minare seriamente l’ordine internazionale». Tutti i Paesi, ha aggiunto Xi, «dovrebbero rispettare le scelte indipendenti degli altri popoli sui percorsi di sviluppo e attenersi al diritto internazionale, agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, con le grandi potenze che dovrebbero dare l’esempio». Secondo, ancora gli analisti non vedono possibile un’azione militare diretta.
Ciò non significa che la condotta di Trump sia scevra di conseguenze: potrebbe rafforzare le rivendicazioni di Pechino non solo su Taiwan, ma anche sul Tibet e il Mar cinese meridionale: «Si stanno creando davvero molte opportunità e ‘frecce nell’arco’ della Cina, che in futuro potrà controbattere agli Stati Uniti», ha osservato William Yang, analista dell’International Crisis Group, aggiungendo che «le argomentazioni costanti e consolidate di Washington sono sempre state basate sul fatto che le azioni cinesi violano il diritto internazionale, ma ora gli Stati Uniti stessi stanno danneggiando tale diritto».
Alessandra Fabbretti



