L’intervento americano in Venezuela e la deposizione del dittatore comunista Nicolás Maduro hanno messo in luce una contraddizione profonda nell’ambito della sinistra occidentale. Mentre il popolo venezuelano rimaneva schiacciato dalla repressione, dalla povertà e dall’esodo di milioni di cittadini, una parte della sinistra ha continuato a difendere il regime, trasformando la dittatura in un simbolo ideologico da proteggere a prescindere dai fatti.
Oggi, in Venezuela si festeggia dopo anni di oppressione, mentre in alcune piazze delle società libere — Italia compresa — qualche prefica ideologica protesta contro la caduta di un dittatore, incapace di distinguere tra antiamericanismo e difesa della libertà. La contraddizione è sotto gli occhi di tutti: da una parte chi ha sofferto sulla propria pelle, dall’altra chi parla solo per slogan e ideologia.
Maduro non è mai stato un leader «anti-imperialista», ma un dittatore comunista che ha smantellato lo Stato di diritto, incarcerato gli oppositori, manipolato le elezioni e militarizzato la società. Difenderlo in nome dell’odio verso l’Occidente significa accettare la repressione e rinnegare ogni principio di libertà.
Le condizioni in cui è stato ridotto il Venezuela parlano da sole: povertà drammatica, malnutrizione infantile e famiglie costrette a sopravvivere rovistando nella spazzatura in un Paese ricchissimo di risorse. Questo è stato il risultato concreto di un regime incapace di governare e profondamente criminale.
Regimi come quello venezuelano non sono isolati, ma inseriti in una rete di collateralismi geopolitici che comprende la Cina e, in alcuni casi, ambienti riconducibili al fondamentalismo islamico. Attori diversi, ma accomunati da un interesse strategico: indebolire le società occidentali, minarne la coesione interna e sfruttarne le fragilità economiche e sociali.
La destabilizzazione passa anche attraverso strumenti indiretti di corrosione sociale. In questo quadro si colloca il narcotraffico, che non è una variabile criminale neutra, bensì un potente fattore di disgregazione delle società libere. Il Venezuela di Maduro è stato per anni uno snodo centrale delle rotte della droga verso il Nord America. Smantellare un sistema che avalla il narcotraffico significa quindi difendere la stabilità delle democrazie occidentali.
L’intervento statunitense può essere letto anche come azione difensiva di fronte a una vera e propria guerra ibrida. Il Venezuela, sotto il regime di Maduro, è stato per anni un polo logistico per le rotte della droga, raccogliendo enormi quantità di cocaina provenienti dalla Colombia e dirottandole verso il Nord America. Secondo fonti americane, il Paese fungeva da punto di transito per oltre 250 tonnellate di cocaina all’anno, alimentando non solo la criminalità organizzata, ma anche fenomeni di destabilizzazione sociale e sanitaria in Occidente. Smantellare un regime che avallava tali flussi non rappresenta quindi una mera azione interventista, ma una misura difensiva per proteggere le società libere da un nemico transnazionale e organizzato.
Naturalmente, gli Stati Uniti hanno anche interessi economici e strategici. Il Venezuela possiede immense ricchezze minerarie ed energetiche ed è un nodo chiave sul piano geopolitico. Washington considera legittimamente pericolosa la presenza di un regime ostile. Ma riconoscere gli interessi americani non significa negare la realtà: la fine del regime ha liberato un popolo e indebolito un sistema autoritario e criminale.
L’intervento statunitense si inserisce in una continuità storica chiara: il precedente è la cattura di Manuel Noriega a Panama nel 1989, che pose fine a un regime profondamente intrecciato con il narcotraffico. Anche allora si gridò all’imperialismo, ignorando deliberatamente la natura del regime abbattuto. Oggi, come allora, l’azione americana può essere letta anche come iniziativa difensiva sul piano geopolitico, in un Sud America sempre più sotto l’influenza dell’espansionismo cinese, che si muove attraverso investimenti opachi e sostegno a governi autoritari.
Derubricare l’inserimento del Venezuela nella rete autoritaria globale significa sottovalutare deliberatamente una minaccia concreta e sistemica alla sicurezza internazionale. Pechino ha utilizzato il Venezuela come piattaforma strategica in America Latina, combinando prestiti miliardari, controllo delle infrastrutture, penetrazione tecnologica e dipendenza finanziaria per costruire un avamposto geopolitico nel tradizionale spazio d’influenza statunitense. Parallelamente, l’Iran ha trovato nel regime venezuelano un alleato politico e logistico fondamentale per aggirare le sanzioni internazionali, proiettare la propria influenza fuori dal Medio Oriente e consolidare una presenza indiretta nella regione. Attori diversi, ma accomunati da un obiettivo strategico convergente: indebolire l’ordine occidentale attraverso strumenti di guerra ibrida, creando zone grigie di illegalità, traffici illeciti, cooperazione opaca e pressione geopolitica nel «cortile di casa» degli Stati Uniti. Il Venezuela è stato così non solo una dittatura interna, ma un nodo attivo di una rete autoritaria transnazionale, ostile alle democrazie liberali.
La domanda non è perché l’Occidente debba opporsi a regimi come quello di Maduro, ma come sia possibile che una parte della sinistra continui a giustificare un potere che reprime il popolo, collabora con reti criminali e indebolisce le società libere, arrivando persino a piangerne la caduta mentre le vittime tornano finalmente a sperare.
A chi accusa gli Stati Uniti di aver agito contro il diritto internazionale occorre chiedere: si può davvero invocare il diritto internazionale per difendere un regime che ha violato ogni principio di legalità? Maduro si basava su una vittoria elettorale contestata, non riconosciuta da numerose istituzioni nazionali e sovranazionali, e su un esercizio del potere contrario allo Stato di diritto. Un regime illegittimo non può pretendere la tutela di norme che esso stesso ha calpestato. Molte critiche all’intervento americano cadono nella fallacia del Nirvana: si confronta una soluzione reale, imperfetta ma migliorativa, con una soluzione ideale e irrealizzabile. Il confronto corretto è invece con l’unica alternativa reale: la prosecuzione della dittatura.
Un Venezuela senza Maduro è un miglioramento sostanziale: per il popolo venezuelano, per la regione e per la comunità internazionale, che vede ridursi l’influenza di reti autoritarie, criminali e geopoliticamente ostili. Il diritto internazionale non può trasformarsi in un alibi per l’inerzia morale o in uno scudo per regimi illegittimi.
Emblematiche, in questo senso, le proteste della CGIL, a cui hanno partecipato gruppi sparuti e autoreferenziali. Manifestazioni che si sono trasformate in un paradosso politico: a confrontarsi con il presidio c’erano cittadini venezuelani, testimoni diretti delle nefandezze del regime, della repressione, della fame e dell’umiliazione quotidiana. Uno scontro simbolico tra chi parla per slogan e chi parla per esperienza vissuta.
Questo scollamento dalla realtà mostra fino a che punto una parte della sinistra radicale sia alienata dai fatti, pronta a ignorare la voce delle vittime pur di dare fiato a un antiamericanismo automatico. In nome di questa ossessione, si arriva persino a delegittimare chi ha conosciuto sulla propria pelle cosa significhi vivere sotto una dittatura, confermando che per alcuni l’ideologia conta più della verità.
La realtà, per quanto scomoda per alcuni, è semplice: con Maduro destituito, il Venezuela è più libero, le relazioni internazionali più stabili e il mondo complessivamente più sicuro. Tutto il resto è ideologia che si ostina a difendere l’indifendibile.
Andrea Amata,



