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Questo gran «casino» può portarci davvero alla guerra con Putin?

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
3 de diciembre de 2025
in Editorial
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Questo gran «casino» può portarci davvero alla guerra con Putin?
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C’è un punto che in Europa fingiamo ostinatamente di non vedere: più si alza la voce contro la Russia, più aumentano le possibilità che la corda si spezzi. E quando a romperla non è un utile idiota o un manutengolo che non conta niente, ma Vladimir Putin in persona, il rischio non è una sgridata. È una guerra. Vera. Le ultime dichiarazioni del Cremlino sono un avvertimento plateale, quasi urlato. E dovrebbero preoccupare chi, da questa parte del continente, continua a parlare di «linea dura», «coalizioni dei volenterosi» e «invio di truppe di rassicurazione» – se non addirittura di «attacco preventivo» – come se stessimo discutendo dell’apertura di un nuovo casello autostradale. Stiamo giocando con il fuoco, fingendo che non bruci?

Prima ancora dell’incontro con gli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner, Putin aveva picchiato duro: gli europei – dice – hanno presentato modifiche al piano di pace di Donald Trump con «solo un obiettivo, quello di bloccare l’intero processo di pace». E poi la frase che dovrebbe far gelare i polsi a chi continua a evocare truppe e basi Nato come se fosse un esercizio dialettico: «Se l’Europa vuole la guerra, noi siamo pronti». Lo zar ha anche accusato i Paesi europei di ostacolare gli sforzi di pace di Washington: «L’Europa sta cercando di impedire all’amministrazione Usa di raggiungere la pace in Ucraina».

La trattativa, durata oltre cinque ore, non ha prodotto svolte. Il Cremlino ha parlato di colloqui «utili e costruttivi», ma il consigliere Yuri Ushakov ha spiegato che «un compromesso non è stato trovato» e che «c’è ancora molto lavoro da fare». Tradotto: Mosca prende tempo, ma non cede. Gli americani, intanto, non ostentano alcun ottimismo. Trump ha definito il conflitto «un disastro» e ricordato che «non è una situazione facile». Zelensky, dal canto suo, ammette che «qualcuno degli alleati è stanco», e teme che Washington possa raffreddarsi sui negoziati. E la Russia? Dice che i negoziati devono garantire i suoi obiettivi: niente Ucraina nella Nato, niente basi occidentali, niente «minacce ai confini». E aggiunge che i Paesi europei sembrano ancora convinti di poter «infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

Ciò che colpisce non è soltanto la durezza di Mosca, ma il fatto che a Bruxelles, Parigi e Berlino si continui a usare un linguaggio muscolare senza valutarne le conseguenze. Dire «manderemo truppe di rassicurazione», evocare «difesa preventiva», parlare di «zona protetta» o di «ultimatum» può essere retorica per un politico occidentale. Ma come lo intende il Cremlino? E quando Putin dice «non combatteremo con l’Europa, come ho già detto cento volte. Ma se l’Europa decide di combattere […] siamo pronti a rispondere immediatamente» significa che la soglia psicologica del «non succederà mai» è stata formalmente superata da entrambe le parti. In mezzo, c’è un continente che continua a credere che la guerra sia un concetto teorico, mai qualcosa che possa accadere davvero.

Dopo l’incontro al Cremlino, Witkoff e Kushner – secondo fonti ucraine – potrebbero aggiornare Zelensky già a Bruxelles o in un’altra capitale europea. Il leader ucraino parla di «uno dei momenti più difficili e allo stesso tempo più ottimistici» e spiega che la bozza del piano è stata ridotta da 28 a 20 punti. Non se ne conosce il contenuto, ma dichiara che «alcune cose devono ancora essere risolte». Traduzione: siamo in pieno stallo.

Bisogna essere chiari: questa tendenza dell’Europa a gonfiare il petto rischia di essere disastrosa. La storia insegna che le guerre mondiali non iniziano con un piano chiaro, ma con una serie di piccole provocazioni, dichiarazioni imprudenti, scontri diplomatici e calcoli sbagliati. E noi, oggi, siamo esattamente su quel crinale. Sperando che nessuno, a Bruxelles, Parigi, Berlino o Mosca, decida di tirare ancora la corda.

Franco Lodige

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