Quadri, sculture, lettere, opere originali e copie, capolavori e testimonianze artistiche per raccontare, come in un romanzo d’avventura, tre anni della vita di Michelangelo. Tre anni trascorsi dal genio toscano a Bologna, in momenti diversi della sua vita, con risvolti anche rocamboleschi, ma capaci di lasciare tracce fondamentali nella costruzione del patrimonio culturale della città emiliana e, nello stesso tempo, di lasciare un segno nell’artista. Insomma, è come nelle pagine di un racconto che bisogna immergersi nella mostra che venerdì apre i battenti a Palazzo Fava: «Michelangelo e Bologna», un titolo senza troppi fronzoli per celebrare il 550esimo anniversario della nascita del Buonarroti, approfondendo in maniera inedita il suo legame con la città. La mostra, promossa dalla Fondazione Carisbo e prodotta da Opera laboratori (che gestisce quattro musei del percorso Genus Bononiae), è curata da Cristina Acidini e Alessandro Cecchi (presidente e direttore della Fondazione Casa Buonarroti di Firenze). Il percorso è articolato in sei sezioni e contempla 40 opere, tra marmi, disegni, libri antichi, documenti d’archivio. Da Firenze arriva la Madonna della Scala, opera giovanile di Michelangelo, messa a confronto con i maestri bolognesi e toscani, compresi Jacopo della Quercia e Donatello (da Turrita di Siena è arrivata una lunetta firmata dallo scultore), fondamentali per comprendere il primo soggiorno dell’artista a Bologna.
Michelangelo arriva in città dopo essere fuggito da Firenze, nel 1494, poche settimane prima della cacciata dei suoi mecenati, i Medici. Lui stesso lo racconta, forse romanzando un po’ la vicenda: un suo amico ha un sogno premonitore, che lo spinge a lasciare la città appena in tempo. La prima tappa è Venezia, ma in Laguna le cose non vanno bene.
Sulla via del ritorno si ferma a Bologna: ventenne, ancora non famoso come sarebbe stato di lì a pochi anni, non ha i soldi per pagare il tributo per entrare in città. Alla porta viene avvicinato da Giovan Francesco Aldrovandi, che forse ha sentito voci sul giovane prodigio e lo accoglie in casa sua. «Con Aldrovandi fa il turista nelle chiese bolognesi, vede le opere di Jacopo della Quercia e viene introdotto in cantiere dell’Arca di San Domenico» lasciata incompiuta da Niccolò, racconta Acidini. Per il monumento sepolcrale del Santo, realizza tre statue: un San Petronio, per il quale si ispira all’iconografia locale, l’Angelo Reggicandelabro e San Procolo. «Un santo che non esiste e che lui inventa a modo suo», realizzando «un piccolo David vestito, con lo stesso sguardo» di sfida, spiega Acidini. Così nell’anno che trascorre a Bologna, Michelangelo firma «un contributo straordinario all’Arca», una delle opere più importanti del patrimonio cittadino.
«L’anno trascorso nel palazzo Aldrovandi di Borgo Galliera sarà determinante per la sua formazione. L’incontro con la tradizione plastica centroitaliana e padana fornisce al giovane scultore un repertorio formale e iconografico destinato a riemergere, profondamente rielaborato , nelle imprese maggiori della maturità, prima fra tutte la volte della Cappella Sistina», certificano i curatori. Il secondo soggiorno dura due anni, dal 1506 al 1508, e avviene in tutt’altro contesto: Michelangelo è un artista affermato e di nuovo in fuga, questa volta dal papa Giulio II. A Roma sono sorte delle dispute per il pagamento dello scultore al lavoro sul monumento funebre del pontefice. Michelangelo lascia Roma inseguito da messi papali con l’ordine di riportarlo indietro.
Torna a Firenze e si rimette a lavorare sulla battaglia di Cascina. Nel frattempo il papa guerriero conquista Padova e Bologna, cacciando i Bentivoglio. Dalla capitale emiliana chiama l’artista, i due si riconciliano e papa della Rovere commissiona allo scultore una sua statua di bronzo da collocare sul portale maggiore di San Petronio: il lavoro dura quasi due anni, Michelangelo non ha competenze nella fusione del bronzo. Alla fine la statua viene completata, ma dura pochissimo: l’effige di Giulio II viene rovesciata sul sacrato e distrutta durante una ribellione a favore dei Bentivoglio. Il duca di Ferrara usa il bronzo per forgiare una colubrina che chiamerà ‘Giulia’, ma conserva la testa («il Vasari la vide» testimonia Acidini), che però è andata perduta, come perduti sono bozzetti e disegni preparatori. Dei sedici mesi trascorsi a Bologna restano, però, oltre trenta lettere, per lo più corrispondenza tra Michelangelo e il fratello minore Buonarroto, conservate dall’Archivio Buonarroti. «Michelangelo a Bologna non è solo una mostra, ma un invito a rileggere alcuni luoghi della città. Il progetto si dipana, infatti. Per le vie e le piazze urbane, invitando i visitatori a riscoprire luoghi in cui l’eredità di Michelangelo e del Rinascimento bolognese è ancora visibile: dalla basilica di San Domenico a quella di San Petronio, all’oratorio di Santa Cecilia fino alla Pinacoteca nazionale», sottolineano la presidente della Fondazione Carisbo, Patrizia Pasini, e l’amministratore di Genus Bononiae, Renzo Servadei. La mostra rimarrà aperta fino al 15 febbraio con un programma di attività didattiche e visite guidate.
Vania Vorcelli



