Le manovre delle grandi istituzioni globali contro la dieta mediterranea. E tanti saluti anche al latte
Le grandi istituzioni globali hanno deciso che il nostro piatto quotidiano va rivoluzionato. OMS e Commissione EAT‑Lancet ci propongono la «planetary health diet», ma non illudiamoci: non si tratta di salute o altruismo, quanto piuttosto di orientare, modificare, (e controllare?) la produzione alimentare e di come il cibo viene distribuito sul pianeta. Testuale: «A diet rich in plant‑based foods and with fewer animal‑source foods confers both improved health and environmental benefits»¹. Tradotto per chi ama i numeri: circa 14 grammi di carne rossa al giorno – due cucchiai da zuppa – e latticini ridotti a porzioni da ridere. Un taglio del 70% della carne rossa e del 50‑60% di latte e formaggi rispetto a quanto siamo abituati.
E allora guardiamo le zone blu, quei posti dove la gente vive cent’anni e passa senza preoccuparsi delle slide di OMS e Lancet. Hong Kong, per esempio, consuma in media 664 g di carne al giorno a testa – due bistecche da 10 once – e i suoi abitanti non sembrano affatto in affanno, anzi, sono tra i più longevi sul pianeta². Madre Natura, a quanto pare, ignora le linee guida internazionali.
Nel frattempo, l’OMS annuncia linee guida anche sugli «ultra‑processed foods»³, ma la definizione è così nebulosa che chiunque cerchi di capire cosa significhi si perde in un mare di confusione⁴. La dieta universale della EAT‑Lancet è perfetta sul piano teorico… se l’obiettivo fosse ridurre la libertà di scelta e controllare cosa mangiamo. In pratica può provocare carenze nutrizionali: iodio, vitamina B12, zinco e simili diventano miraggi per bambini, donne in gravidanza e anziani⁵.
E se sei povero? La dieta planetaria costa un occhio della testa nei paesi a basso reddito⁶, mentre gli europei possono permettersi le loro bowl vegane da Instagram e sentirsi moralmente superiori. Tradizioni e gusto? Dimenticatele. Latte pastorizzato? Troppo «processato» per piacere agli ideologi delle linee guida.
Infine, pensa agli allevatori, pescatori e produttori di formaggi: questa dieta ridotta a due cucchiai di carne al giorno li costringerebbe a reinventarsi la vita o sparire dal mercato. Senza supporti concreti, l’utopia di controllo alimentare rischia di trasformarsi in un incubo economico.
In sintesi: definizioni vaghe, rischi nutrizionali, disuguaglianze sociali, impatti economici e ignoranza culturale rendono la «dieta del futuro» un esercizio di gestione globale più che un piano praticabile. Preparati: tra qualche anno mangeremo soia (responsabile della deforestazione in Amazzonia…) ci sentiremo moralmente superiori… mentre qualcun altro decide quanta carne possiamo avere nel piatto.
Nicola Porro



