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Il collasso dell’Isola di Pasqua: non fu causato da un ecocidio, ma dalla siccità

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
11 de noviembre de 2025
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Il collasso dell’Isola di Pasqua: non fu causato da un ecocidio, ma dalla siccità
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Per secoli, Rapa Nui — la remota Isola di Pasqua nel cuore dell’Oceano Pacifico — è stata avvolta da un enigma: cosa accadde davvero alla società che costruì i celebri Moai, le monumentali statue di pietra che ne punteggiano le coste? Un nuovo studio pubblicato su Communications Earth & Environment dal team del Lamont-Doherty Earth Observatory (Columbia University) offre ora la prova più chiara che non fu un «collasso ecologico» a sconvolgere la vita sull’isola, ma una lunghissima siccità iniziata intorno al 1550. I ricercatori, guidati dal geochimico Redmond Stein, hanno analizzato i sedimenti prelevati da due delle rarissime fonti d’acqua dolce di Rapa Nui: Rano Aroi, una zona umida di alta quota, e Rano Kao, un lago vulcanico che domina l’isola da un antico cratere. La chiave della scoperta sta in un materiale minuscolo ma rivelatore: la cera delle foglie. Questa sostanza, che riveste le piante e si conserva nei sedimenti per millenni, contiene isotopi di idrogeno il cui rapporto tra forme «leggere» e «pesanti» cambia in base alla quantità di pioggia. «È come leggere un diario del clima scritto dalle piante», spiega Stein. Il risultato? Un archivio continuo di 800 anni di storia delle precipitazioni. E un dato sorprendente: le piogge iniziarono a diminuire drasticamente nel XVI secolo e rimasero scarse per più di un secolo, con un calo stimato tra 600 e 800 millimetri all’anno rispetto ai secoli precedenti. Questo lungo periodo di aridità coincise con trasformazioni profonde nella società Rapanui. Fu allora che si ridusse la costruzione delle grandi piattaforme cerimoniali, gli ahu, e si affermò un nuovo culto religioso e politico: quello del Tangata Manu, «l’uomo-uccello», in cui il potere veniva conquistato non più per discendenza, ma attraverso prove atletiche e rituali annuali legati al lago di Rano Kao. Più che un collasso, dunque, una trasformazione culturale. «Il nostro studio mostra che gli abitanti di Rapa Nui furono straordinariamente resilienti», sottolinea Stein. «Hanno saputo reinventare le proprie strutture sociali di fronte a uno stress climatico durato generazioni». Per decenni, la storia dell’isola è stata raccontata come una tragedia ecologica: una popolazione che avrebbe distrutto le proprie foreste per erigere i moai, condannandosi all’autodistruzione. Una parabola perfetta — troppo perfetta — sull’avidità umana. Ma negli ultimi anni, vari studi hanno ribaltato questa visione. Le nuove analisi dei sedimenti e dei resti archeologici mostrano che non esistono prove di un collasso demografico prima dell’arrivo degli europei, nel XVIII secolo. «La deforestazione fu reale», ammette Stein, «ma non fu necessariamente sinonimo di catastrofe. Fu una risposta complessa a pressioni ambientali, sociali e — come ora sappiamo — anche climatiche». La posizione di Rapa Nui, isolata a oltre 3.000 chilometri dal Cile e a 1.500 dalla più vicina isola abitata, ne fa un archivio unico del clima del Pacifico sud-orientale. Il team di Stein sta già lavorando su una nuova serie di dati che copre fino a 50.000 anni di storia climatica, per comprendere come i venti, le piogge e la circolazione atmosferica della regione abbiano risposto ai grandi cambiamenti globali del passato. Queste informazioni, sottolineano gli scienziati, potranno aiutare anche a migliorare i modelli climatici attuali. Oggi, le comunità di Rapa Nui e delle altre isole del Pacifico si trovano di nuovo in prima linea di fronte al cambiamento climatico. «Se c’è una lezione da trarre», conclude Stein, «è che le persone sono incredibilmente resilienti. Ma dobbiamo ascoltare le loro voci, perché loro stanno vivendo ora ciò che il mondo intero potrebbe affrontare domani».

Luigi Bignami

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