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«Tante condanne per Fasher ma poi porte chiuse ai rifugiati», la denuncia dell’italo-sudanese Kibeida

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
4 de noviembre de 2025
in Mundo
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«Tante condanne per Fasher ma poi porte chiuse ai rifugiati», la denuncia dell’italo-sudanese Kibeida

MSF is running a clinic in Zamzam camp, ~15km south east of El Fasher, the state capital, hosting more than 300,000 internally displaced people. MSF teams are offering Ambulatory Therapeutic Feeding services. A rapid nutrition and mortality assessment carried out by MSF in Zamzam camp in January 2024 reveals that a deadly situation has unfolded over the past nine months All emergency thresholds for malnutrition have been reached. Almost a quarter of children assessed in the camp were found to be suffering from acute malnutrition, with seven per cent having SAM (severe acute malnutrition) and being at immediate risk of death. , Among children aged six months to two years old, the figures were even more stark with nearly 40 per cent of this age group malnourished – 15 per cent with SAM. The emergency threshold for SAM, which indicates that urgent action must be taken, is two percent – indicating that a serious emergency situation is present in Zamzam camp.

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«Noi rifugiati sudanesi ci sentiamo abbandonati e discriminati dall’Italia»: questo l’appello di Yagoub Kibeida, cittadino italiano, giunto in Italia dal Sudan nel 2006 come rifugiato politico. Kibeida, che è project manager dell’Unione Nazionale Italiana per Rifugiati ed Esuli (Unire) con l’agenzia Dire traccia le sfide che i civili sudanesi devono affrontare: «In questi giorni si sta giustamente parlando tanto di El Fasher, ma in Sudan c’è il più grave conflitto al mondo e 25 milioni di sudanesi in tutto il Paese hanno bisogno di tutto». Kibeida inizia citando la capitale dello stato di Nord Darfur, caduta in mano ai paramilitari delle Forze di supporto rapido dopo oltre 500 giorni di assedio, nell’ambito di una guerra contro l’esercito nazionale che prosegue da due anni e mezzo. «I miliziani- denuncia Kibeida- considerano gli abitanti dei collaborazionisti del governo e quindi saccheggiano, bruciano e uccidono. Al momento è impossibile sapere cosa stia accadendo laggiù né quante persone siano ancora vive – su una popolazione di circa 260mila persone – perché internet non funziona. Abbiamo rifugiati in Italia originari di El Fasher che da giorni hanno perso i contatti con familiari e amici».

«PRATICAMENTE IMPOSSIBILE» PER I RIFUGIATI OTTENERE IL VISTO PER L’ITALIA

Ma la guerra ha spinto alla fame 25 milioni di persone – circa la metà della popolazione – e secondo Kibeida, «il governo italiano non fa abbastanza per accogliere i rifugiati». Il problema sono gli ostacoli burocratici: «Ottenere un visto per l’Italia è pressoché impossibile. Con lo scoppio della guerra, l’ambasciata a Khartoum è stata chiusa e le persone sono costrette ad andare nelle sedi di Kampala, in Uganda, dove però bisogna attraversare il Sud Sudan, altrimenti Addis Abeba, in Etiopia, oppure il Cairo, in Egitto». Ai costi di viaggio e ai rischi, si sommano le spese per il visto d’ingresso in questi Paesi: «L’Egitto ad esempio ha chiuso le frontiere con il Sudan e il visto per quel Paese costa 1.800 dollari». Spesso, per gli esuli sudanesi l’unica alternativa per accedere a vie d’accesso legali all’Italia sono delle agenzie private che curano le pratiche burocratiche, ma anche questo fa lievitare i costi. Neanche i ricongiungimenti familiari sono semplici: «I sudanesi che vivono già in Italia- prosegue Kibeida- riferiscono di liste d’attesa in prefettura di un anno, un anno e mezzo, per ottenere il nulla osta all’arrivo delle famiglie». Senza vie d’accesso legale non restano che quelle «irregolari». «Tanti giovani- avverte ancora il Project manager- stanno attraversando il deserto del Sahara e poi il Mediterraneo per raggiungere l’Europa, e non è raro che perdano la vita in questo viaggio pericoloso». Rivolto agli Emirati, con una denuncia presentata alla Corte internazionale di giustizia e rilanciata da tanti giornalisti e attivisti sudanesi in questi mesi. Kibeida commenta: «Il modo in cui le milizie uccidono i civili – trattati da schiavi e razza inferiore – rappresenta di fatto un genocidio. Non bisogna però cadere nella trappola di considerare questo conflitto una lotta tra etnie locali». Oltre ad azioni di diplomazia internazionale per porre fine al conflitto, Kibeida incoraggia infine aiuti per la popolazione: «Non ne stanno ricevendo abbastanza, eppure manca tutto. Per questo a Bruxelles ho istituito l’ong Global Aid Connection, con cui siamo riusciti a inviare il primo container di aiuti» conclude. «Proprio in questi giorni lanceremo una raccolta fondi».

Alessandra Fabbretti

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