Mentre il mondo brucia, l’Europa si dedica al decoro linguistico. La nuova frontiera del progresso? Dire «person of business» invece di «businessman». Una purga di realtà, somministrata a dosi massicce.
Le purghe, si sa, servono a stimolare o accelerare l’evacuazione intestinale. Si usano contro la stitichezza o per liberarsi di qualche parassita recidivo.
Negli ultimi tempi, tuttavia, sembrano necessarie anche per disintasare certi cervelli: quelli che passano le giornate a correggere il linguaggio invece che la rotta.
Oibò, forse non si può più dire nemmeno «purghe»: troppo autoritario! Meglio «purganti» o «lassativi», che suonano più democratici e meno nostalgici. Ma noi, che ancora crediamo che le parole servano a dire le cose, non a nasconderle, non ci lasciamo prendere da queste corbellerie da anticamera parlamentare: preferiamo occuparci di faccende serie.
Il guaio è che non tutti la pensano così. E non per amore del pensiero unico, ma perché, come ricordava Orazio, est modus in rebus: c’è una misura in tutto. E l’Europa, ahimè, pare averla smarrita insieme al senso del ridicolo.
L’ultima perla viene dall’OCSE, che, forse stanca di occuparsi di economia, ha deciso di compilare un manuale woke sul linguaggio «inclusivo». Nel nuovo catechismo del politicamente corretto, la parola man è diventata un’eresia.
«Businessman»? No. «Gentleman»? Vietato. «Manodopera»? Orrore. E «human»? Cauto silenzio: contiene man!
Siamo al Guinness delle barzellette.
Mentre in Ucraina si spara, in Israele si piange e il mondo ridisegna i propri equilibri, l’Europa, la vecchia, stanca, tenera Europa, si esercita a depurare i testi da ogni virile consonante. Una potenza mondiale che non sa più decidere, ma solo riformulare.
Così, mentre il pianeta cambia pelle, noi ci preoccupiamo del lessico.
E quando la realtà bussa alla porta, l’Europa risponde con un glossario.
A questo punto, non resta che confidare nell’OMS: chissà che un giorno non istituisca un reparto speciale per prescrivere purghe mentali, destinate a chi ne dimostri urgente bisogno.
Perché la stitichezza, soprattutto quella del buon senso, rischia di diventare cronica.
Giuseppe Arnò



