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Un uomo paralizzato è riuscito a controllare la mano di altre persone col pensiero

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
18 de octubre de 2025
in Salud
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Un uomo paralizzato è riuscito a controllare la mano di altre persone col pensiero
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Un uomo rimasto paralizzato dal torace in giù in seguito a un tuffo andato male è riuscito a controllare la mano di altre due persone con il pensiero, grazie a un impianto cerebrale. L’impresa è descritta in un articolo in pre-pubblicazione postato su medRxiv, in cui Chad Bouton, neuroscienziato esperto in interfacce cervello-computer del Feinstein Institutes for Medical Research (Stati Uniti), e i colleghi raccontano di come hanno creato «una connessione tra la mente e il corpo di due diversi individui». Keith Thomas è un uomo di poco più di 40 anni, paralizzato dal torace in giù da luglio 2020 e privo di ogni capacità di movimento o sensazioni tattili nelle mani. In uno studio precedente, nel 2023, il gruppo di ricerca di Bouton aveva impiantato cinque set di elettrodi in una parte della corteccia cerebrale di Thomas incaricata di percepire il tatto e di muovere la sua mano destra. L’impianto permetteva di leggere l’attività neurale di quest’area cerebrale, di decodificarla con un modello di IA e di trasmetterla via wireless ad elettrodi sistemati sulla pelle dell’avambraccio dell’uomo, che facevano contrarre e rilassare i suoi muscoli e muovere la sua mano come se l’input arrivasse direttamente dal cervello. Il paziente era così riuscito per la prima volta dall’incidente ad afferrare oggetti con la mano dirigendo il movimento solamente col pensiero, e non solo. Grazie a sensori di forza posizionati sulla mano che rimandavano segnali al cervello, era tornato a sperimentare qualcosa di vagamente simile a un rudimentale senso del tatto. Ora, questo stesso sistema è stato sfruttato per consentire a Thomas di controllare la mano di altre persone. In un primo esperimento, l’uomo ha diretto il movimento della mano di una donna, non paralizzata ma volutamente ferma, che indossava gli elettrodi sui muscoli dell’avambraccio e i sensori di forza su un dito pollice e un dito indice. Immaginando di aprire e chiudere la propria mano, Thomas è riuscito ad aprire e chiudere la mano della donna, e a percepire la sensazione tattile delle sue dita che si aprivano e chiudevano attorno a palline di tre diverse forme e consistenze, distinguendole in base alla loro durezza con il 64% di accuratezza. Secondo gli scienziati, queste sensazioni si potrebbero «affinare» aumentando il numero di elettrodi nella corteccia del paziente. Ma l’interazione più interessante è avvenuta con un donna – Kathy Denapoli – che, a causa di una paralisi, era rimasta con una scarsa capacità di movimento nelle dita delle mani. Thomas l’ha guidata col pensiero aiutandola ad afferrare una lattina e a bere da essa, impresa che alla paziente non riusciva più in autonomia. I due hanno collaborato per mesi, e la forza della presa della donna è raddoppiata. Tanto Thomas che Denapoli hanno tratto beneficio da questa forma di collaborazione, che ha permesso a Thomas di aiutare qualcuno e trovare nuovi obiettivi e a Denapoli di rendere la riabilitazione più coinvolgente. Poiché la paralisi di Denapoli è meno grave, per la donna non sarebbe infatti al momento giustificabile un impianto cerebrale come quello di Thomas. Anche se l’idea di cooperare nella riabilitazione, e di poter sentire il mondo attraverso il corpo di un altro, è affascinante dal punto di vista medico e della ricerca, solleva però interrogativi etici su scenari attualmente al limite della fantascienza, destinati a ostacolare l’approvazione clinica di questo tipo di interazioni. Che cosa accadrebbe, per esempio, se qualcuno sfruttasse il setup qui descritto per scopi malevoli – per esempio, per usare la mano di un altro per fare del male a quella persona, o per commettere un crimine?

Elisabetta Intini

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